Greg Anderson (Sunn O))) / Southern Lord): intervista carriera

a cura di Massimo Perasso e Sara Twinn



Nello speciale dedicato alla carriera di Greg Anderson (LEGGI QUI: “La Carriera del Southern Lord“) abbiamo ripercorso l’intera storia del fondatore della etichetta Southern Lord e del duo Sunn O))). Le esperienze adolescenziali con band hardcore, gli esperimenti “post”, gli anni 90 vissuti al margine della scena di Seattle fino ad arrivare alla “svolta metal” con Thorr’s Hammer, Goatsnake e Sunn O))). 

Greg ha accolto con molto piacere la nostra proposta di parlare di tutte queste esperienze e si è dimostrato decisamente loquace e ha dispensato parecchi anedotti della sua vita musicale. In più ha raccontato la recente esperienza nello studio di Steve Albini con i Sunn O))). Senza false modestie non credo esista ad oggi un’intervista più completa su di lui. Buona lettura!



  • A 16 anni sei già dietro ad un microfono con i False Liberty. Cosa spinge il giovane Greg ad urlare la propria rabbia in una band hardcore?

All’inizio ascoltavo musica rock, roba come AC/DC, Led Zeppelin, Black Sabbath. Poi ho cambiato direzione, verso il metal underground. Ho cominciato ad avvicinarmi a Motörhead, Metallica, Slayer attorno all’84/’85 e poi da lì mi sono spostato verso una scena ancora più underground, quella hardcore. Mi prendeva davvero di brutto. Alle superiori c’era una band hardcore di miei amici, False Liberty. Un paio di giorni alla settimana, dopo scuola, andavo a vederli provare. Un’esperienza magnifica. Era incredibile essere in questa piccola stanzetta con loro che suonavano. Il cantante dei False Liberty poi se ne andò e loro mi chiesero se volevo provare a cantare io, visto che avevo assistito a tutte le prove e conoscevo tutti i pezzi. Ed ecco qua. Ero molto interessato ed attratto dall’intera etica DIY. Dal rock n’ roll fino a Metallica, Motörhead e Slayer, tra band e audience c’era sempre una separazione, una linea di confine invalicabile, mentre nell’hardcore questo non esisteva. Nessuna separazione tra audience e performer, una cosa che mi è piaciuta subito e mi ha davvero ispirato. L’importanza delle fanzine. Come si svolgevano gli show. Sono rimasto immediatamente coinvolto. Un’attitudine che mi porto dietro da tutta la vita. E’ anche strettamente collegata al fatto di aver aperto la mia label, Southern Lord.



  • Ho trovato molto curioso ascoltare in “The Zoo Is Free” la cover di Electric Funeral dei Black Sabbath. In quegli anni sembrava che il passaggio successivo all’hardcore fosse suonare alla Black Sabbath. Come li hai scoperti? Amavi la svolta “sabbathiana” dei Black Flag?

Ho cominciato ad ascoltare i Black Sabbath molto presto, avevo probabilmente 10/11 anni. Il loro suono basato su riff heavy, l’immaginario, i testi, come per esempio in War Pigs, erano già in qualche modo punk e hardcore. E infatti un sacco di gruppi hardcore coverizzavano i Black Sabbath. C’era una band di Seattle che mi piaceva molto, The Fartz [band in cui militò anche Duff McKagan – LEGGI QUI], anche loro avevano coverizzato i Sabbath. E la prima volta che ho ascoltato i Black Flag, ho ritrovato sonorità molto familiari, avevano un che di Sabbathiano nei loro accordi, e la cosa aveva senso. In quel periodo, una delle prime band con cui sono andato davvero sotto sono stati i Melvins. Di chiara derivazione hardcore, influenzati dai Black Flag e dai Black Sabbath, ma focalizzati sul suonare lenti i loro accordi. Mi hanno segnato fin da subito. Il modo di suonare la chitarra di Buzzo mi ha colpito. Ed era il primo chitarrista che io avessi mai visto suonare un amplificatore Sunn O))). Ero ossessionato dal suo suono. A metà degli anni ’80, nella scena punk hardcore si pensava che la miglior band fosse quella che andava più veloce, ma i Melvins erano l’eccezione. Stavano andando in direzione contraria: a dispetto di tutte le band punk hardcore che facevano a gara a chi andasse più spedito, loro invece volevano essere la band più lenta di tutte. Ho pensato fosse straordinario. Ed era anche in linea con quello che stavano facendo i Black Flag. Nel disco My War, il lato 2 è completamente l’opposto del lato 1, molto lento e sludge. So per certo quanto per i Melvins sia stato un album importantissimo, soprattutto appunto il secondo lato. Sono stato molto fortunato ad aver avuto l’opportunità di crescere in quella scena musicale. Se non fosse stato per i Melvins, chissà se suonare in modo lento mi avrebbe mai così profondamente attratto.



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  • In realtà il tuo passaggio a sonorità sabbathiane sarebbe però arrivato qualche anno più tardi. E mentre molti tuoi concittadini stavano proprio elaborando nuove soluzioni su quella materia (Soundgarden, Melvins, Nirvana) tu hai fondato i Brotherhood, band molto attiva nel movimento Straight Edge. So che ai tempi non era facile essere una band di questo tipo perchè parte di una sotto scena molto chiusa ma voi, anche grazie ai rapporti underground con fanzine dell’epoca, siete riusciti ad andare un po’ oltre ai soliti circuiti. Cosa ci puoi raccontare di quegli anni?

Brotherhood erano una reazione a ciò che stava accadendo nella mia vita in quel momento e a cose che mi stavano facendo arrabbiare. Ero molto triste a mio modo, non sapevo bene cosa mi piacesse e cosa no, ero molto giovane. La musica di quella band era quindi una sorta di reazione a quel periodo, parliamo degli anni tra ’87 e ’89. Un po’ di band hardcore più grandi di noi alla fine del decennio si stavano sciogliendo oppure avevano introdotto sonorità più moderate. Un buon esempio sono i 7 Seconds, un gruppo che mi piaceva moltissimo quando suonavano veloci, ma poi hanno preso a suonare come gli U2. Invece i Brotherhood volevano tener duro e mantenere l’originario stile hardcore che ci piaceva tanto, molto veloce. Però, come per molte altre band hardcore di quel periodo, non è durata molto. Abbiamo registrato un disco, siamo andati in tour ed è finita lì. E’ stato molto interessante e divertente. Io avevo 18 anni ed ero ancora alla ricerca della mia direzione in musica, stile e scelte di vita. I membri delle band che hai menzionato, Soundgarden, Melvins, Nirvana, Mudhoney erano tutti più grandi di noi. Era un periodo in cui a Seattle c’erano questi ridicoli bar dove si suonava live, ma era impossibile per noi andare a sentire i concerti perchè eravamo troppo piccoli. Quelle band, tutte early-grunge, suonavano in quei bar ma per noi non ancora ventenni era impossibile entrare. Quindi noi gruppi punk hardcore di fine anni ottanta eravamo super-isolati, tagliati fuori. Appena compiuti i 21 anni, è stato finalmente possibile per noi entrare in quei bar a sentire concerti. Una sensazione strana, di avere l’età sbagliata nel momento sbagliato. Per me è stata una vera fregatura perchè amavo andare ai concerti a prescindere da chi suonasse e che genere facesse. In quel periodo nella scena di Seattle c’erano una miriade di band e di persone coinvolte nella musica. Adoravi il fatto di poter vedere qualsiasi cosa, non importava cosa. E’ un po’ anche il motivo per cui quelle band sono state pompate, perchè avevano molti sostenitori e una comunità attorno a loro. Non enorme, ma trovavi gente che diceva “hey mi piace molto l’hardcore ma anche gli Stooges e i Black Sabbath”. Fantastico. E’ bello pensare che la comunità di Seattle di quel periodo fosse davvero open-minded e che questo sia il motivo, in parte, per cui quelle band sono emerse continuando a crescere in un ambiente molto ricettivo.



  • Ammetto di aver conosciuto i Brotherhood grazie alla recente ristampa che hai pubblicato su Southern Lord (mentre molti amici più attenti al genere vi conoscevano molto bene). Come è stato rimettere mano ai nastri? Voglio dire, senti ancora in te quell’attitudine o è cambiato qualcosa?

Bello. Secondo me sono registrazioni che reggono ancora bene. A parte i testi, che ok sono un po’ datati e il sentimento di fondo non è più quello. Ma noi ex componenti della band siamo tutti vivi e ancora in ottimi rapporti. Ci sentiamo ancora, e questo è importante. Un’ottima testimonianza di quell’era. Siamo molto felici di questa pubblicazione. E’ capitata in un momento favorevole, Southern Lord stava facendo ristampe hardcore per cui questa ci stava bene. Il bassista dei Brotherhood è anche quello dei Foo Fighters, da sempre. E’ bello essere ancora amici e lui stesso mi conferma quanto quel periodo sia stato importante per lui. Vado molto fiero di questa ristampa.



  • Dopo l’esperienza Brotherhood, se non sbaglio, inizi a pubblicare dei 7″ con la tua label Battery Records. Non ho trovato nessuna info (a parte l’indirizzo nel retro dei dischi) a riguardo. Discogs segnala quattro uscite: Amenity, Treepeople, Statement e Engine Kid. Cosa ti ha spinto ad aprire una label?

Quell’etichetta l’ho aperta con Nate, il bassista dei Brotherhood di cui ho parlato un secondo fa.
I Brotherhood si erano appena sciolti e io e Nate avevamo fondato un nuovo gruppo. C’erano le band grosse come Soundgarden, Nirvana e Alice In Chains. Ma anche altre band, che non godevano della stessa attenzione e invece secondo me erano ottime. Una di queste erano i Treepeople. Fantastici. Eravamo loro amici, gli organizzavamo concerti e li reputavamo incredibili. Ecco, i Treepeople sono stati i primi che abbiamo stampato. Insomma, cercavamo di essere una piattaforma di lancio per dischi che nessun altro voleva pubblicare, in un’ottica del tutto DIY. Statement e Amenity erano due band in cui ho suonato nel breve periodo in cui ho vissuto a San Diego. Nessuno sembrava interessato a pubblicare le loro registrazioni, così l’abbiamo fatto noi. Per ultimi abbiamo fatto uscire gli Engine Kid, seguendo la stessa etica, perchè ci piaceva fare le cose per noi stessi.



  • Nel 1990 tu e Nate Mendel avete suonato in un piccolo grande album intitolato “Themes And Variations” con la band Galleons Lap. Eravate decisamente ispirati dal sound “emo / post hardcore” della Dischord Records. La band ebbe però vita breve, ci puoi raccontare cosa successe ai Galleons Lap?

E’ proprio la band di cui parlavo prima, che fondai con Nate, più un batterista che suonava anche in molti altri progetti che si chiamava Eric, e un altro nostro amico, Lenny. I Brotherhood si erano sciolti e io volevo continuare a suonare. Stavo ascoltando un sacco di dischi della Dischord, ma anche altra roba della Homestead Records. Squirrel Bait, Hüsker Dü. Dinosaur Jr. E qui c’è la connessione coi Treepeople di cui parlavo prima, perchè abbiamo condiviso assieme dei live. Suonavamo cose diverse da ciò che si sentiva in quel momento in città. Era un ottimo progetto, ne eravamo tutti contenti, ma poi le cose van così. Fidanzate, vita privata in generale, vivi da solo per la prima volta, si cambia così in fretta e già in pochi mesi le cose possono evolvere drasticamente con mille variabili. A un certo punto non ci si trova più. E quindi coi Galleons Lap abbiamo vissuto un breve periodo di scintilla creativa, poi ognuno è andato per la sua strada. Nate coi Sunny Day Real Estate, Eric proprio coi Treepeople. Io formai gli Engine Kid, il mio progetto successivo.



  • Considero gli Engine Kid una delle migliori band degli anni 90! I vostri primi due lavori “Astronaut” e “Bear Catching Fish” sono usciti per la label di Seattle C/Z, una etichetta che ha pubblicato grandissimi dischi di Treepeople, Built To Spill, Caustic Resin, 7 Year Bitch, Skin Yard. Sono molto intrigato dal tuo muoverti in una città che ha fatto della “scena” la chiave del successo mentre tu ti sei sempre mosso ai margini, evitando di rimanerne ingabbiato. Cosa ricordi della “tua” Seattle?

Gran parte delle band che hai citato mi piacevano. E c’erano anche un sacco di band Sub Pop che mi piacevano. Ero grande fan dei Soundgarden. Anche i Nirvana, li trovavo incredibili. Ma molto altro non lo condividevo. E nel ’91/’92 quando ho formato gli Engine Kid ero molto più interessato a ciò che usciva da Chicago tramite Touch&Go Records. Dai dischi Homestead. Da band come Slint, Rapeman, Bastro, Codeine. Quindi mi stavo orientando verso altri tipi di sonorità, non necessariamente grunge e nemmeno facenti parte della scena di Seattle. Ecco che la mia direzione musicale e il mio gusto si trovavano di nuovo in contrasto con ciò che succedeva in città. Con Sub Pop. Anche se una manciata di dischi Sub Pop erano belli: i Codeine erano su Sub Pop, e poi ero grande fan dei Rein Sanction. I migliori in assoluto erano gli Earth. Il mio gusto personale si incrociava con ciò che era popolare negli anni ’90 a Seattle, ma sentivo che comunque con gli Engine Kid stavamo percorrendo un binario diverso. La nostra missione era sperimentare, dal metal all’indie rock, componendo “heavy melodic music”. Una band molto giovane, alle prime esperienze di vita, la marjuana, eravamo a metà dei nostri vent’anni. A metà degli anni ’90 tutte le band con cui eravamo cresciuti, dai Tad ai Nirvana, giocavano un altro campionato. Uscivano per le major, non suonavano più nei club a Seattle perchè avevano raggiunto il livello in cui riempivano le arene. Noi facevamo parte della scena underground. Una separazione netta. Quelle band stesse, una volta sotto major, stavano cambiando direzione. Un momento particolare: nei primi anni novanta quelle band facevano parte di una stessa comunità, ad eccezione dei Soundgarden che suonavano già nelle arene, poi a metà anni novanta c’è stata un’evoluzione e molti gruppi di Seattle hanno ottenuto interessanti risultati.



  • Tra l’altro se non ho capito male Southern Lord sta ristampando i Rein Sanction, che ai tempi uscivano su Sub Pop. Una band che come voi Engine Kid si muoveva ai margini di un movimento con una propria personalità.

Si, tramite internet sono entrato in contatto con un membro della band. Mi sono sempre piaciuti, ho amato i due dischi usciti per Sub Pop, due dei miei dischi preferiti di sempre. Sono così sottovalutati. Chiacchierando un po’ ho scoperto che era grande fan della mia label, abbiamo un po’ parlato del suo altro progetto sludge, e poi è venuto fuori che i Rein Sanction prima di firmare per Sub Pop avevano registrato un 12”, autoprodotto in sole 200 copie. Ho quindi potuto metterci le mani sopra. Suona molto simile al primo album uscito per Sub Pop. Gli ho proposto di ristamparlo tramite Southern Lord. E quindi si, è quello su cui stiamo lavorando: la ristampa del loro primo 12”. Una delle varie band in ombra in quel periodo e che penso valga veramente la pena far riscoprire, se lo meritano. Il chitarrista soprattutto, era incredibile. In molti li hanno paragonati ai Dinosaur Jr. Addirittura io penso che il chitarrista sia di lunga superiore a J Mascis, con tutto il rispetto per lui che adoro. Interessante periodo quello per Sub Pop. Strano. Alcune band erano diventate così grandi, e l’etichetta stessa era diventata grande, uscivano tutti dischi belli, ma nessuno ascoltava i Rein Sanction. Proprio adesso stiamo rimasterizzando le registrazioni, perchè non avevamo i nastri originali e così abbiamo dovuto attingere direttamente dal vinile. Ora bisogna ripulirle e poi potremo procedere con la pubblicazione.



  • Gli Engine Kid partirono con un piede sul nascente fenomeno post rock alla Slint ma deviarono successivamente su un più complesso songwriting con accenni di jazz e psichedelia. Non a caso divideste uno split con gli Iceburn, anche loro provenienti da un background hardcore ma che come voi stavano sperimentando diverse forme espressive..

Si, ricordo quanto sia stato piacevole sentirli per la prima volta suonare, a Seattle. In realtà tutto comincia un po’ prima, ai tempi dei Brotherhood. Loro sono di Salt Lake City, e quando suonammo lì, loro facevano parte di una band hardcore chiamata Brainstorm. Erano pazzeschi. Siamo diventati amici, per un po’ siamo rimasti in contatto e poi ci siamo un po’ persi. Per caso, direi nel ’91, sono andato a sentire a Seattle questi Iceburn e ho realizzato che fossero le stesse persone. Ed era interessante perchè stavano anche loro sperimentando roba alla Slint, Rapeman e Bastro, con anche influenze dal periodo elettrico di Miles Davis e da John Coltrane. E ne ero fortemente influenzato pure io. Da quel momento in poi sono diventato grande fan della band, abbiamo condiviso concerti, molti tour e abbiamo voluto fortemente fare uno split record assieme. Ancora adesso siamo amici. E Gentry Densley ha una band chiamata Eagle Twin di cui Southern Lord ha pubblicato vari album. E assieme a lui e altri amici, sotto il nome di Ascend, ho anche fatto un disco. Un amico di vecchia data quindi, e un grande musicista.



  • Sempre parlando di amici, Stephen O’Malley l’hai conosciuto verso la fine della carriera degli Engine Kid o prima?

L’ho conosciuto verso l’inizio degli Engine Kid. In realtà veniva a scuola con me, io ero un po’ più grande, era molto amico del fratello più piccolo della mia prima fidanzatina e frequentava il gruppo di hardcore kids più piccoli di me. Abbiamo legato perchè lui era molto interessato alla scena underground metal, come me. Anzi io avevo un po’ perso di vista il metal, essendo più coinvolto dalla scena hardcore. E poi con gli Engine Kid ascoltavo tanto Slint e cose così. Stephen era interessato alle band che ascoltavo io, così ci scambiavamo musica. E ciò che avevamo veramente in comune erano Earth e Melvins. La nostra amicizia è quindi nata grazie alla passione in comune per la musica e l’interesse di scoprirne di nuova, dall’entusiasmo di ascoltare band per la prima volta. Questo è ciò che ci ha legato all’inizio.



  • Come è successo che vi siete trovati a fare jam death/doom come Thorr’s Hammer?

Entrambi volevamo condividere un progetto assieme. In quel periodo ascoltavamo Celtic Frost, Hellhammer e roba così. Pensavamo fosse bello suonare qualcosa su quello stile, molto lento come Earth e Melvins ma con più estetica metal, più oscuro. Ed è quello che abbiamo fatto. Cominciando a provare nello scantinato di mia nonna nella periferia di Seattle, abbiamo tirato giù dei bei riff e abbiamo trovato un batterista. La cantante era una grande amica di Stephen. Norvegese d’origine, si era temporaneamente trasferita dalle noste parti per seguire un programma di scambio scolastico. Aveva quindi un bel background black metal, conosceva benissimo Mayhem, Darkthrone, Emperor, Ulver e il nostro progetto le interessava parecchio. Siamo diventati molto amici e abbiamo cominciato a suonare assieme. Così sono nati i Thorr’s Hammer. E’ venuto tutto in modo naturale, con grande rispetto e affetto reciproco, ci siamo divertiti un sacco. Non abbiamo fatto molto, abbiamo suonato un paio di live e fatto una registrazione. Poi il programma di scambio di Runhild è terminato, lei è tornata in Norvegia e la band si è sciolta. Ma è stato davvero piacevole e divertente. Non avevamo alcuna aspettativa, volevamo solo essere nella stessa stanza a suonare assieme, per noi era quella la cosa importante.



  • Dopo la breve parentesi con i Thorr’s Hammer tu e O’Malley avete continuato a suonare nella prima formazione dei Burning Witch. Poi ti sei trasferito a Los Angeles con la ormai ex sezione ritmica degli Obsessed (Guy Pinhas e Greg Rogers). Pete Stahl era reduce dall’esperienza Wool ma ricordiamo che fu il cantante degli Scream. Un po’ a sorpresa ti ritrovi immerso nella nascente scena stoner rock portata avanti da etichette come Mans’ Ruin e Rise Above. E finalmente puoi sfogare tutto il tuo amore per i Black Sabbath. Ma anche in questo caso gli ingredienti sono originali: blues e soul fanno dei Goatsnake una delle band più importanti del filone..

Nel ’95/’96 vivevo a Seattle ma avevo davvero bisogno di andare via. Gli Engine Kid si erano sciolti. Stavo suonando nei Burning Witch, una gran band, ma non esattamente quello che volevo suonare in quel momento. Semplicemente sentivo di dover andar via dalla città, verso un posto dove poter cambiare vita e sperimentare qualcosa di nuovo. Avevo dei buoni amici che vivevano a Los Angeles e con cui mi sentivo spesso. Ho ricevuto da loro un invito aperto: “Perchè non vieni qui? Puoi dormire sul divano e intanto ti fai un’idea di Los Angeles”. Questo mi avrebbe permesso di uscire da Seattle e vedere un po’ che aria tirasse altrove. Inoltre un amico mi aveva anche segnalato che la sezione ritmica degli Obsessed stava cercando qualcuno con cui avviare un nuovo progetto, che i ragazzi erano fan degli Engine Kid e pensavano fosse interessante scoprire cosa sarebbe successo se avessimo suonato assieme. Così ho colto la palla al balzo. Ero un grande fan degli Obsessed e reputavo fantastico suonare con loro membri. Sono sceso a Los Angeles e mi sono trovato subito benissimo. Il tempo! Venendo da una città grigia e piovosa dove non era possibile stare all’aperto per la maggior parte dei mesi, che impatto salutare e positivo è stato andare in un posto sempre soleggiato! Mi ha fatto subito un gran bene, esattamente ciò di cui avevo bisogno in quel periodo. Mi piaceva molto l’energia che si avvertiva in città, ovunque ti girassi ti imbattevi sempre in qualcosa, mentre a Seattle dovevi lavorare veramente duro per far accadere le cose. Non che avessi mai avuto problemi a fare, ma era bello trovarsi in un luogo un po’ più ricettivo e di larghe vedute, pieno di opportunità. E con molte più persone disponibili. In tanti vengono a Los Angeles per questo motivo. Per lavoro o vacanza, conosci sempre gente nuova. A Seattle non era così. Mi sono subito sentito a mio agio. E poi ho cominciato a suonare con la sezione ritmica degli Obsessed, grandi musicisti, ero elettrizzato! Dopo aver tirato giù dei riff assieme, ci eravamo un po’ arenati e quindi ho coinvolto il mio amico Pete Stahl, un cantante fantastico. Siamo riusciti a creare assieme un sound incredibile, per le mie orecchie nettamente differente rispetto a quello a cui ero abituato, anche se certamente influenzato dai Sabbath e dal blues. Ma ogni membro della band ci ha messo del suo, e ne è uscito qualcosa di diverso da quello che stavano suonando le altre band del periodo.



  • Ora sarebbe da parlare dei Sunn O))) e della Southern Lord ma, a meno che non vogliamo scrivere un libro, devio il discorso parlando dell’influenza degli Earth a questo punto della tua carriera. Leggenda narra che i Sunn O))) nacquero come band tributo a Dylan Carlson.

Si, i Sunn O))) sono nati in origine per puro spirito di emulazione di Earth 2 (degli Earth) e Lysol (dei Melvins). Due chitarre che suonavano attraverso il maggior numero di amplificatori possibile, focalizzate sulla ripetizione di un riff. È successa la stessa cosa che coi Thorr’s Hammer: io e Stephen volevamo suonare assieme dei riff con comune interesse e stesse influenze, che in questo caso appunto erano soprattutto il disco Earth 2, il modo in cui si presentava musicalmente ripetitivo. E volevamo sperimentare e imparare approcciandoci al drone per la prima volta. Già in Thorr’s Hammer e Burning Witch erano presenti elementi di drone ma il progetto Sunn O))) era totalmente focalizzato sul drone, che costituiva parte fondamentale del nostro sound. Gli Earth sono stati i primi ad aver utilizzato chitarre sovrasature e riff di provenienza punk e metal ma suonati in modo veramente dilatato. In realtà i Melvins sono stati i primissimi a farlo, e immagino proprio che Dylan si sia ispirato a loro. Non a caso, nel primo disco degli Earth ha suonato anche Joe Preston, che ha anche suonato in Lysol dei Melvins. Però Dylan è stato il primo a farlo senza batteria, in Earth 2. Ed è appunto il disco su cui ci siamo focalizzati noi Sunn O))), volevamo assolutamente emulare quelle sonorità. Anche nei Goatsnake ci sono molti riff influenzati dai primi Earth e dai Melvins. E il primo disco dei Sunn O))) contiene un pezzo intitolato Dylan Carlson: la nostra ossessione era piuttosto palese. Quindi agli inizi non avevamo nessuna aspettativa: volevamo unicamente fare qualcosa alla Earth 2.



  • E proprio gli Earth hanno costruito la seconda parte di carriera in seno alla tua label, in un meraviglioso scambio di energie reciproco!

Si, molto interessante. Quando Dylan decise di tornare a suonare (per un certo periodo praticamente scomparve dalla scena, dopo l’ultimo disco su Sub Pop, tra metà e fine anni ’90) io ero ovviamente molto interessato a quello che stava facendo. Coi Sunn O))) citavamo gli Earth di continuo parlando con la gente, e a lui questa cosa era arrivata quindi sapeva perfettamente chi fossimo. Ma al suo ritorno, la musica che stava componendo era completamente diversa da prima: la chitarra molto pesante e satura e gli elementi metallici del suono erano scomparsi. Si era focalizzato su un suono più pulito, mantenendo sempre una grandissima energia e andando sempre lento, creando un ambiente oscuro ed opprimente. Secondo me Hex è splendido. E anche il secondo è incredibile, soprattutto nel songwriting, molto più sviluppato. Il primo in effetti è più sperimentale e meno strutturato del secondo. Ma sono comunque dischi meravigliosi. È stato un onore essere coinvolto, lavorare assieme e pubblicare i loro dischi.



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  • Ho ascoltato il brano dei This White Light su bandcamp decine di volte. In un certo senso sembra riprendere il discorso interrotto dagli Engine Kid ma con tutto il bagaglio di esperienze successivo. State registrando il disco d’esordio?

Speriamo! Sono molto elettrizzato da questo progetto. Per me è una direzione differente dalla musica che ho suonato negli ultimi 20 anni con Sunn O))) e Goatsnake. E visto che i Goatsnake sono praticamente sciolti e io volevo comunque continuare a far musica, ero interessato a percorrere una strada diversa da ciò che stavo già facendo. Ho ricominciato a suonare assieme a Jade, batterista degli Engine Kid, che si è trasferito a Los Angeles all’inizio degli anni 2000. Ci siamo ribeccati e abbiamo riallacciato il rapporto d’amicizia. Ci siamo detti che sarebbe stato bello ricominciare a suonare assieme. E quando siamo entrati di nuovo in sala prove, era come se il tempo non fosse mai passato. Ci siamo molto divertiti. È un batterista incredibile. Abbiamo cominciato a scrivere dei pezzi e deciso di formare una band. Abbiamo trovato un bassista, il mio amico di vecchia data Bryan, dai Pelican. Io e Jade volevamo entrambi una voce dal timbro molto forte, vigorosa ma non urlata. E ci piaceva l’idea di suonare con una cantante donna. Tramite amici ho sentito parlare di Jen Wood, l’ho conosciuta e la musica che faceva mi piaceva molto. Una splendida voce. Le ho proposto di suonare assieme. Trovo molto interessante comporre pezzi lavorando di più attorno alla voce. Nei Sunn O))) ogni tanto c’è della voce, ma si tratta per lo più di un progetto strumentale. Nei Goatsnake il processo compositivo era diverso: Pete Stahl metteva la sua potente voce sui nostri riff. Invece coi This White Light creiamo musica attorno al canto. Che è bellissimo, un modo totalmente diverso per me di suonare, mi piace molto. Ma siamo ancora agli inizi. Non abbiamo ancora suonato live, saremo pronti per farlo il mese prossimo. La prendiamo come viene, ci piace suonare assieme ed è qualcosa di diverso dal solito per tutti quanti.



  • Quest’anno festeggi i 20 anni di vita della Southern Lord, quali sono stati i piani per quest’anno? Il disco nuovo dei Sunn O))) fa parte delle celebrazioni?

E’ anche il 20° anniversario dei Sunn O))). Label e band sono nate assieme. Abbiamo registrato il disco nuovo coi Sunn O))) quest’estate da Steve Albini. Io e Stephen scherziamo sempre dicendo che questa registrazione è stata il nostro regalo d’anniversario. Un’esperienza fantastica. Ho sempre avuto gran rispetto per Albini, già dai tempi degli Engine Kid quando registravamo a casa sua. Il nostro primo album è stato registrato nel suo scantinato! Ed è stato incredibilmente lusinghiero ritrovarlo anni dopo a Chicago ai concerti dei Sunn O))), vederlo comprare il nostro merchandise, scoprire che è un nostro grande fan. Io e Steve abbiamo un amico stretto in comune, per cui ci si è frequentati spesso. È stato bello avere l’opportunità di registrare con lui. Abbiamo lavorato per dieci anni con Randal Dunn, eccellente tecnico del suono e produttore. Abbiamo fatto ottimi dischi con lui e abbiamo curato assieme molti progetti, ma per i Sunn O))) è stato importante provare qualcosa di nuovo e lavorare con una persona diversa. Vivere un’esperienza nuova. Fin da subito l’intento della band è stato fare che ogni disco non fosse mai uguale al precedente. Avevamo anche l’urgenza di uscire un po’ dall’ultimo sentiero intrapreso. Dopo aver fatto un disco per noi importantissimo e di cui andiamo molto fieri, Monoliths & Dimensions, ci siamo trovati disorientati. Ci abbiamo messo un po’ per ritrovare coraggio e sicurezza, e scioglierci un po’ come ai vecchi tempi. Col nuovo album siamo ritornati creativi e ci siamo lanciati a fare cose diverse. Sono veramente emozionato e non vedo l’ora che esca, lo pubblicheremo all’inizio del nuovo anno, sono molto orgoglioso. Ha un’atmosfera speciale e suona diverso dagli altri dischi. Le sonorità sono molto vive, non negli accordi ma nell’energia che sprigionano. Che per i Sunn O))) può fare molto strano, ma per noi ha perfettamente senso, riflette ciò che stiamo vivendo. È comunque un disco molto pesante, ma l’atmosfera ha un che di orchestrale, è intenso. L’ho già detto, ma sono gasatissimo. E lavorare con Steve è stato incredibile: non usa computer! In ogni registrazione che ho fatto negli ultimi 20 anni il computer era parte fondamentale del processo. Ogni parte registrata a fine giornata finiva su computer. Con Albini questo tipo di lavoro non è possibile: non usa programmi per rimaneggiare le tracce! Tutto è fatto sul momento e ti forza realmente ad approcciare la musica in modo diverso. Quindi, invece di rifare più volte la stessa parte, editando per esempio quattro take e salvando le parti migliori di ciascuna, procedimento molto comune che ti toglie anche la pressione di dosso mentre registri (“no questa fa schifo, ma nessun problema la tagliamo e ci incolliamo questa parte che funziona meglio”), con Albini non c’è nulla di tutto ciò. Se non ti piace quello che fai, allora lo rifai. E lo rifai finchè non sei contento. Ogni tanto quindi si fa qualche errore, ma la qualità è pazzesca, è un suono reale e vivo, sembra che qualcuno stia davvero suonando davanti a te. Ci siamo innamorati di quel metodo e abbiamo passato tutto il tempo che registravamo a dire: Wow! Stupendo! E anche se ci sono degli errori, nessuno li noterà. Si è tutto sviluppato in maniera naturale. Invece di dire “vabbè, lo mettiamo a posto dopo” devi dare il meglio subito e devi stare attento al massimo. E’ vero che l’idea di registrare può mettere pressione e rendere molto nervosi. E’ il motivo per cui hanno inventato Protools, per levare l’ansia e dar modo di rilassarsi. Con Steve invece è: “no, non ce l’abbiamo, quindi suona giusto e basta”. E noi ci siamo detti che ce la potevamo fare. Lo facciamo da 20 anni. Perchè no! Facciamolo. E quando componi così ti senti benissimo, ti senti poi ispirato per tutta la sessione e si crea molta energia positiva. Così è stata un’esperienza formidabile. Sono felicissimo e, di nuovo, non vedo l’ora che esca il disco.



  • E il suono? Steve è famoso per il sound profondo e cavernoso di batteria, un peccato che non l’abbiate usato!

Eggià! Un aspetto divertente, la batteria è proprio la sua firma. Sai che è un disco registrato da Albini proprio per il suono della batteria. Ma è stato comunque bello perchè lui si è reso conto che avevamo le idee chiare e ne era entusiasta. Il nostro amico in comune, che ha anche partecipato al disco, ci diceva “hey, ho fatto un sacco di registrazioni con Steve ma non è mica sempre così entusiasta!”. Albini sembrava genuinamente interessato a quello che stavamo facendo e penso che fosse proprio perchè era diverso da quello a cui lui è abituato. Diceva: “sapete bene quel che fate! Ovviamente è per via dell’alchimia e profonda intesa che avete mentre suonate. Resto sorpreso quando molte band non sanno quale sia il proprio suono e sperano che lo trovi io per loro. Succede, ma non è il vostro caso perchè voi lo conoscete bene e siete focalizzati sui vostri accordi. E’ un piacere catturarlo”. Io e Stephen eravamo molto nervosi all’idea di affrontare questa registrazione. Sapevamo che tutte le nostre registrazioni precedenti erano dei collage editati, suonavamo spezzoni di 15/20 minuti e poi li mettevamo assieme e questo formava il pezzo. Ma in questo caso dovevamo avere tutto il pezzo assieme e registrarlo in un’unica take e, se non facevamo giusto, ripeterlo. Ma comunque doveva essere fatto tutto assieme. E questo ci ha messo di fronte a una prospettiva totalmente differente. Esperienza indimenticabile.



  • Cos’altro hai pensato per celebrare l’anniversario?

A Novembre è previsto uno show per l’anniversario Sunn O))) / Southern Lord, in cui suoniamo e ci sono anche altri ospiti. E quest’anno abbiamo scavato bene nel nostro catalogo e pubblicato belle ristampe di dischi importanti. E’ stato il modo per autocelebrarci. Ci sono alcuni titoli a cui tengo in maniera particolare. Soprattutto la ristampa Wolves In The Throne Room. E’ stata una delle nostre migliori annate e sono davvero grato per questo. Non posso davvero credere che siano passati 20 anni! La prospettiva di andare continuamente avanti non solo è fantastica ma anche di grande ispirazione.



  • Greg, grazie infinite per il tuo tempo!

Sono io che ti ringrazio. È stato un bel trip, mi hai fatto ripercorrere il mio passato, cose a cui non pensavo più da un po’. Soprattutto la parte dei Galleons Lap, un periodo molto piacevole ma tendo a dimenticarmelo. Grazie!



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Redazione

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