L’Angolo Della Morte: Le 10 uscite Death Metal più significative di Novembre 2018

a cura di Apparizione79

Siamo giunti al penultimo mese dell’anno, con dicembre questa piccola rubrica dedicata al death metal giungerà alla sua dodicesima uscita: un anno di “Angolo della morte”.
Nonostante non sia semplice per me conciliare la musica col resto, posso affermare che scrivere queste poche righe nella speranza di interessare anche solo poche persone è una cosa che mi riempie di autentica gioia.
Scrivere di musica mi permette, non solo di ascoltare i dischi nuovi con attenzione (cosa che in realtà ho sempre fatto), ma anche di rievocare momenti, persone e conoscenze varie, il cui ricordo diversamente non potrei condividere con nessuno.
Non ho altro da aggiungere se non consegnarvi il mio estratto di novembre, mese che ho trovato ricchissimo di uscite di spessore.



1 . Coffin Birth – The Serpent Insigna – Time to Kill Records

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I nostri redivivi patriottismo e nazionalismo italico non sempre sono supportati da un corretto ricordo delle nostre scarse capacità imperialiste: non tutti rammentano che, durante la seconda guerra mondiale, la nostra coraggiosa marina, a causa delle inefficienze organizzative e della pochezza degli armamenti, non riuscì neppure ad occupare Malta, un’isola minuscola collocata a poche miglia marine dalla nostra costa, ma ben armata e difesa dalle truppe di Sua Maestà, la Regina d’Inghilterra.
E allora, visto che nemmeno la moderna politica nazionalpopolare riesce a vincere le resistenze della Repubblica di Malta, qualcuno ha pensato di farsi amici i maltesi, non essendo chiaramente in grado di conquistarli e imporre loro la nostra cultura italica.
Così, Giulio Moschini, Marco Mastrobuono e Davide Billia del combo romano brutale Hour of Penance, dopo aver issato a bordo il paesano Francesco De Paoli dei Fleshgod Apocalypse, hanno diretto le proprie vele verso il centro del Mediterraneo fino a giungere in pace sulle coste maltesi dove hanno assoldato per il loro progetto uno dei più importanti singer della scena brutale odierna, Frank Calleja dei Beheaded.
Gli ingredienti così mescolati hanno dato vita all’album di esordio dei Coffin Birth, supergruppo italo-maltese che si dedica a spaccare tutto quello che trova sulla propria strada con la sua proposta musicale.
Il combo catalizza gli sforzi, compositivi ed esecutivi, di alcune delle band mediterranee più in forma ed ispirate del momento, confermando peraltro la grande verve della scena brutal italiana, romana in particolare, della quale gli HOP rappresentano oggi la realtà di maggior spessore e valore a livello internazionale. Il disco dei CB è eccellente: riff spudoratamente tecnici e assassini vi trascineranno in un viaggio di pura potenza e violenza musicale, il drumming è sontuoso e non vi lascerà recuperare mai nemmeno per un secondo, il basso accompagna in modo supersonico il tutto e la voce di Calleja si staglia sofferente e durissima su ogni pezzo (dico una cazzata, il cantante maltese mi ricorda la potenza di Phil Anselmo anche se non c’entra nulla).
Il sound della superband non è un clone di quanto i vari membri compiono con le band originarie: non siamo davanti ad un brutal tecnico stile Hour of Penance o Beheaded o ad una musica complessa tipo Fleshgod Apocalypse; il progetto è studiato per comporre un classico death metal veloce e tecnico con influenze americanoidi (Cannibal Corspe soprattutto) e con una vena ancient death scandinavo in alcuni riff grattanti.
Non mancano le parti più lente e cadenzate, sempre pesanti, in stile Cannibal per intenderci, anche se le sfuriate (tappezzate dal lavoro mostruoso della batteria) rappresentano il punto di forza del sound dei nostri.
La potenza del muro proposto dai CB è perfettamente sintetizzata nella furiosa “The 13th apostle”, song nella quale i ragazzi decidono di far capire a che livello di violenza possono condurre i propri strumenti; significative anche “Casket ritual”, la quasi melodica “Sanguinary”, la più ritmata “From the dead to the dead” e la introduttiva “Throne of skulls”.
Headbanging furioso, potenza assoluta, compattezza e tecnica: siamo davanti ad un prodotto di mio totale e pieno gradimento.
Spero che il progetto italo-maltese resti in piedi e che decida di essere produttivo negli anni a venire, perchè questo disco non deve rimanere un episodio isolato considerata la grande varietà dei pezzi e la capacità esecutiva messa insieme.
In attesa di poter ascoltare il massacro anche dal vivo (occasione in cui Calleja è particolarmente trascinante), per il momento consiglio a tutti di lasciarsi maciullare la testa comodamente seduti sul proprio divano da questo eccellente death metal mediterraneo.



2 . Deceased – Ghostly White – Hells Headbangers Records

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La storica band della Virginia giunge al suo ottavo full lenght, oltre ad una miriade di uscite minori tipicamente underground, e rappresenta, per il sottoscritto, una di quelle che non stufano, che non producono mai abbastanza e che non ricevono sempre il credito che si meritano.
Sì, perchè i ragazzi della Virginia sono stati tra le prime band della storia a tradurre in musica certe sonorità sporche in tempi in cui il death metal ancora non esisteva.
Definire i Deceased un combo puramente death metal è riduttivo: i nostri suonano un death thrashoso caratterizzato da una certa ricerca della melodia malata (aspetto che rese famoso il sound swedish in seguito) e con tematiche horror-zombie particolarmente succose nei testi.
E la cosa bella è che il sound dei pionieri americani è passato attraverso i decenni giungendo a noi immutato nella solidità e nella vena creativa, come dimostra l’eccellente performance di Ghostly white.
Il disco è intriso di suoni sporchi e malati, melodie e atmosfere criptiche e cimiteriali, è un sound particolare, tipico di questa underrated band, è incentrato sulla voce cruda e strisciante (forse meno che in altri episodi) del singer e fondatore King Fowley, è il figlio della scuola musicale che questa band ha rappresentato per tutto il movimento estremo.
La ricerca della melodia si coglie anche negli intermezzi da B movie horror anni ottanta che servono per introdurre alle parti veloci, spesso caratterizzate dal classico tumpa tumpa thrasheggiante che ha reso famosa la band.
Definire al meglio il sound dei Deceased è difficile: i nostri sanno essere sporchi e cattivi, ma allo stesso tempo incalzanti e atmosferici; siamo di fronte ad una delle poche band che è in grado di produrre un muro sonoro di marcia melodia, una delle band, mi ripeto, più sottovalutate della storia del death metal.
La miglior song del disco è “Endless well”, un viaggio emozionale in perfetto stile horror-Deceased, con la grande espressività della voce di Fowley al top e il lavoro sontuoso delle chitarre, capaci di creare un tappeto di triste e convincente melodia.
A seguire, molto belle e caratteristiche del sound dei nostri, anche “Pale surroundings” e la lunghissima (circa 13 minuti) “Germ of distorted lore” che può essere tranquillamente divisa in due parti che potrebbero rappresentare due diverse canzoni.
Il ritorno alla produttività della band è stato, purtroppo, funestato dalla morte dello storico batterista Dave “Scarface” Castillo il giorno prima dell’uscita del disco, annegato in El Salvador, dove si trovava a fare visita alla famiglia.
Il ricordo commosso di Fowley sui social ci fa comprendere non solo il legame che esisteva tra i due membri storici della band, ma anche la loro mentalità pionieristica, la loro intenzione di suonare al meglio la musica in cui hanno sempre creduto: ci ho letto anche un messaggio d’addio, come se per Fowley (che compone tutta la musica, drumming session inclusa) la morte dell’amico potesse rappresentare l’ultimo atto della lunghissima parabola dei Deceased.
Di sicuro, consiglio a chi non conoscesse questa band di prendersi in mano questo disco, che va benissimo per iniziare ad imparare qualcosa del gruppo della Virginia anche se è solo l’ultimo capitolo della loro saga: credo che, come è accaduto a me in passato, non riuscirete ad evitare di dare attenzione al vecchio materiale della band, fino al loro capolavoro “13 frightened souls”.
Lo consiglio anche perchè, forse, in futuro i fans non avranno a disposizione altri dischi a firma Deceased.
O forse sì, Fowley era abituato a scrivere tutta la musica e Castillo si presentava solo per registrare la sua session, pretendendo solo una cosa: che il sound fosse sempre lo stesso, in perfetto stile Deceased.
Uno stile inconfontibile per una band antica, ingiustamente underrated, onesta e terribilmente autentica, dalla quale molti, più pubblicizzati e considerati, progetti estremi hanno tratto ispirazione e idee ancora oggi attuali.



3 . Obliteration – Cenotaph Obscure – Indie Recordings

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Quando da ragazzo visitai la Norvegia, insieme ad un altro soggetto figlio del metallo come me, un pomeriggio prendemmo la rispettabile decisione di staccarci dal resto del gruppo, impegnato nella visita della capitale Oslo, e sfruttare il nostro biglietto Interrail per raggiungere la vicina Kolbotn, cittadina a pochi chilometri a sud della capitale norvegese che aveva dato i natali ai Darkthrone.
Ovviamente, le nostre aspettative di imbatterci in vestigia o tributi che la cittadinanza avrebbe dovuto certamente riconoscere ai famosi paesani restarono del tutto deluse: non solo non incontrammo Fenriz o Nocturno Culto che, per qualche strano motivo, avrebbero dovuto essere in giro per le strade con le loro facce pitturate e i loro chiodi borchiati, ma nemmeno trovammo, nelle ordinate e anonime vie cittadine, alcun segno del loro significativo passaggio da quelle parti.
Kolbotn è anche la città di origine degli Obliteration, band storica norvegese death metal, che, in quegli anni, era già ampiamente attiva e suonava un apprezzabile e classico death metal senza particolari iniziative e volontà innovative.
Oggi, invece, il combo estremo norvegese ha elevato la propria musica verso un più complesso sound, sempre ancorato fermamente ai principi ispiratori dell’old school, ma con una maggiore propensione all’inserimento di elementi caratteristici che ne rendono la resa conclusiva qualcosa di differente dalle origini.
Il presente lavoro si compone di sette episodi particolarmente oscuri e dissonanti, nei quali la furia esecutiva dei nostri lascia spazio, a tratti, a derive psichedeliche e orchestrali pur restando sempre in linea con i dettami del classico death metal.
Le chitarre riffeggiano sporche e crudeli, il basso resta in sottofondo, la batteria è quasi sempre lanciata in una gradevole ripetitività quasi blackeggiante, la voce del singer è profonda e screameggiante, sofferente ed espressiva.
I 40 minuti del prodotto sono caratterizzati da forza e compattezza, senza passaggi a vuoto e momenti di elucubrazione inutili: la purezza della proposta trova massima espressione in songs quali “Eldricht summoning”, 8 minuti e passa di cavalcate disssonanti e disturbanti con alcuni intermezzi semi-melodici capaci di spezzare il ritmo e rendere il tutto estremamente interessante, e “Detestation rite”, nella quale i nostri si avventurano in territori più inclini al doom e alle atmosfere mortifere; molto bella anche la title track, particolarmente oscura e cattiva.
In conclusione, un disco di assoluto spessore compositivo, ben suonato, denso di sporca atmosfera old school, ma al contempo figlio di un’evoluzione moderna in grado di strizzare l’occhio ad una musica molto caratteristica e innovativa in chiave estrema.



4 . Outre-Tombe – Necrovortex – Temple of Mistery Records

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Secondo lavoro per il quartetto canadese di Quebec City, il quale, con il presente disco, prosegue nella stessa direzione tracciata dall’esordio “Repurgation” del 2015.
I nostri sono dediti ad un sontuoso death metal della tradizione, con un rigoroso rispetto dei dettami del genere e senza alcun desiderio di innovazione.
Il pilastro della composizione della band è il riff: gli Outre Tombe si dimostrano tra i migliori interpreti moderni del vecchio death metal, creando un’atmosfera cadaverica e marcescente tipica di band quali Asphyx, Grave e Obituary, maestri dai quali i nostri pescano, e bene, a piene mani.
Caratteristica interessante del lavoro è il cantato in francese, che, alla fine, si rivela essere uno dei punti di forza del disco: la voce dura e profonda del singer Crachat risulta perfettamente integrata con la composizione delle songs e la lingua francese finisce per dare un tocco di malignità ed esoterismo ulteriore al prodotto.
Produzione eccellente, votata a rendere chiari i vari passaggi che le chitarre intrecciano per tutto il corso del disco.
Nonostante l’intento dei nostri sia chiarissimo, gli O-T denotano una notevole varietà compositiva, creando una serie di pezzi davvero godibili, fluidi e divertenti.
Il lavoro esce, in sostanza, quadrato e orecchiabile, molto trascinante grazie al sound delle chitarre e ai riffs indovinati e mai piatto o inutilmente complicato da divagazioni tecniche fini a se stesse.
Le parti veloci sono di stampo nordeuropeo (Grave e Dismember soprattutto), mentre i mid tempos richiamano di brutto gli Asphyx.
Lavoro potente, tutto d’un pezzo, che ha finito ben presto per entrarmi nelle vene e che ho riascoltato più volte apprezzando sempre più la varietà compositiva dei pezzi e la potenza del riffing.
Tra le canzoni migliori, segnalo il lentone dell’opener “La crypte”, oltre a “Desintegration”, “Hecatomb II” e la title track.
Riff dopo riff, rullante dopo rullante, scream dopo scream, il disco si dipana piacevole e sensato fino al suo epilogo, lasciandomi ad ogni ascolto pienamente soddisfatto.
Ho capito che questi prodotti mi piacciono così tanto perchè sono terribilmente rock, il metal è l’ultimo genere musicale in cui le chitarre sono ancora centrali e tessono una tela tipicamente rockettosa, l’ultimo genere in cui si sente cosa fanno le chitarre. Tutto qui. E il death metal ne è forse l’espressione più compiuta ancora oggi, nonostante possa risultare pesante o addirittura indigeribile per chi non è abituato ad ascoltarlo.
Ma è una questione di abitudine appunto: io sono abituato e chi lo è come me non può fare altro che godersi il disco dei canadesi di lingua francese Outre-Tomb, un bellisssimo disco di riff e chitarre, un bellissimo disco death metal.



5 . Chapel of Disease – And As We Have Seen The Storm, We Have Embraced The Eye – Van Records

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Terzo album per questa giovane band di Colonia, prodotto dalla attenta label tedesca Van Records che sta iniziando a diventare un discreto refugium peccatorum in ambito underground estremo per le band centroeuropee.
I ragazzi sono inclini ad un interessante death metal di stampo teutonico che non disdegna scorribande in territori tipicamente melodici, con inserimento di stacchi sintetizzati (non ingombranti), tastiere e arpeggi estremamente evocativi e ben amalgamati con il cuore pulsante del disco che resta graniticamente death metal.
Ne escono 45 minuti, divisi tra 6 lunghe songs, di estremamente godibile death metal, che, per chi ama le etichette, si potrebbe inserire nel filone melodic.
Definirei piuttosto il sound dei nostri death metal di atmosfera: il viaggio dei Chapel Of Desease si snoda attraverso una vera e propria rivisitazione personalizzata del vecchio death metal delle origini, al quale sono decisamente inclini i nostri nelle cattive parti veloci del disco, con l’inserimento di una componente malinconica ed immaginifica davvero riuscita.
Da un punto di vista esecutivo, mi piace molto la voce del singer (rauca e chiara, ma estrememamente evocativa ed espressiva), molto bene la drumming session (seppur registrata in modo un pò sporco e lontano), ottima la ricerca del riff e ben inserito il lavoro del basso.
Album da assaporare, capace di catalizzare l’interesse anche al primo ascolto, anche se la jam session dei nostri si apprezza maggiormente dedicando attenzione al prodotto e non lasciandosi semplicemente irretire dalla melodiosa malinconia che si percepisce all’interno del disco fin da subito: solo così riuscirete a cogliere il connubio creato dalla band, tra una vena old school death e divagazioni tipicamente heavy (stile Maiden per intenderci) e altre di stampo addirittura old rock.
Il tutto trova la sintesi nella bellissima traccia di apertura “Void of words”, nella quale l’attacco prettamente death classico è seguito, nel corso dei quasi 7 minuti della canzone, da diversi stacchi che ci portano ad un finale impreziosito da un assolo che potrebbe stare dentro un disco dei primi Black Sabbath o di Alice Cooper.
Molto belle anche “Null”, forse la canzone più compiuta dell’intero lavoro, 9 minuti di grande varietà compositiva, nella quale la verve artistica dei nostri trova piena espressione e compimento; notevole anche la più diretta e supermelodica “Song of the gods”, nella quale all’arpeggio introduttivo segue un lungo e ispirato riff classic death che trascina l’ascoltatore nei meandri più cupi della mente umana.
Nel disco prevale la composizione, la volontà dei nostri di trovare una propria personale ispirazione e comunicarla al prossimo, il tutto abbinando varie derive musicali senza mai annoiare, con ritmo sostenuto e capacità di creare una musica fortemente improntata all’atmosfera senza dimenticarsi di essere rock.
In conclusione, un lavoro particolare che, tuttavia, non mi sento di consigliare soltanto a coloro che chiedono qualcosa di nuovo e diverso alle band appartenenti al movimento death metal, ma anche ai più intransigenti cultori della vecchia scuola che non potranno che restare soddisfatti dalla proposta della giovane band della Renania.



6 . Corpsessed – Impetus Of Death – Dark Descent Records

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Mi si dirà che forse esagero nella mia smania di collocare geograficamente le bands, ma credo che non si possa ascoltare il death metal e comprenderne appieno ogni sfaccettatura senza conoscere la provenienza dei gruppi: nel caso dei Corpsessed, è innegabile che i nostri suonino un death metal tipicamente finlandese, luogo dal quale in effetti provengono.
E’ difficile da spiegare, ma la lugubre e poderosa colonna sonora del disco richiama sonorità proprio di quel paese, dal quale sono emerse band che propongono un death metal apparentemente caotico, estremamente oscuro e incentrato sulla cattiveria e potenza del muro sonoro.
I Corpsessed sono al loro secondo sforzo e vi giungono in piena forma: tappeto di riff durissimi e batteria incalzante, assoli sporchi e cattivi, voce dall’oltretomba, basso possente, derive di furia cieca e parti ritmate particolarmente buie e sinistre.
Inutile non cogliere la grande scuola di Demilich e Convulse, due band finniche che non saranno mai troppo citate dai gruppi death metal della nostra generazione in quanto a ispirazione e sentimento del sound.
Basta lasciarsi trascinare dalla sontuosa cavalcata heavy di “Graveborn” per comprendere appieno le qualità enormi dei Corpsessed: una song in cui il muro sonoro è davvero imponente, la voce tombale accompagna il riffone slow principale verso l’immancabile parte massacrante al centro della canzone.
Chiarezza compositiva, nessuna ripetizione noiosa, nessun compiacimento inutile: i nostri suonano un possente e cavernoso death metal finnico, moderno e ultracattivo, ma egualmente antico e ragionato.
Siamo davanti ad un prodotto pienamente soddisfacente, nel quale i difetti sono, dal mio punto di vista, inesistenti: lo stile della band è improntato alla violenza senza vergogna e senza cedimenti verso lidi melodici o sperimentali.
L’assalto strumentale, sempre ben equipaggiato dalla stentorea voce demoniaca del singer, trova il suo compimento in pezzi eccellenti, quali la già indicata “Graveborn”, l’intensa e lugubre “Endless plains of dust”, la più criptica e ragionata “Forlorn burial” e la sloweggiante “Starless event horizon”. Ma è tutto il lavoro ad eccellere, a creare una compattezza e solidità che lascia di stucco il malcapitato ascoltatore: disco da non perdere per coloro che dal genere cercano granitica potenza sparata sulla faccia.



7 . Lucifericon – Al Khen Me – Invictus Productions

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Debutto per la band olandese del Brabante, regione a cavallo tra Belgio e Olanda dalla quale provengono un numero elevatissimo di gruppi dediti all’estremo.
La band in questione è sulla breccia da un pò di anni, nei quali è uscita con un paio di EPs che ho la fortuna di aver reperito su qualche mefitico banchetto di qualche festival settoriale a cui ho presenziato e che costituiscono materiale non solo da collezione ma anche di un certo spessore tecnico.
La musica dei Lucifericon non è il solito granitico death metal fiammingo: sin dalle prime note del disco, anche l’ascoltatore meno allenato potrà chiaramente cogliere il profilo blackeggiante della proposta dei nederlandesi.
La voce è quasi black, le chitarre disegnano trame death metal ma con un particolare fruscio di fondo che ne avvicina il suono a rozze contaminazioni black, il basso compie un lavoro di grande raccordo ma resta inudibile se non lo si va a cercare, la batteria è più votata ad accompagnare la profondità del sound che a virtuosi cambi di tempo.
Questo tipo di blackened death metal, se ben orchestrato e non troppo grezzo, come nel caso dei Lucifericon, mi convince pienamente.
La vena creativa dei nostri si rivela in una composizione chiara, maiuscola nella sua ricerca continua del ritmo e dell’assalto, senza mai dimenticarsi di comunicare all’ascoltatore quella densa atmosfera blackmetallica che contraddistingue il disco.
Tra le canzoni di maggior gradimento per il sottoscritto, vado a collocare sicuramente i rallentamenti marcescenti di “Zsin Niaq Sa”, la raggiante cattiveria di “Succubus of the 12th aether” e l’aggressione diretta di “Flesh unto void, void unto flesh”.
Nel complesso, un album convincente suonato da gente che dimostra di saperci fare (un paio di membri della band hanno speso parte delle loro esistenze nello storico combo death olandese Pentacle) e che vara un prodotto che si distacca dalle sonorità tipiche del death metal fiammingo.
In conclusione, un disco che potrebbe piacere tantissimo a coloro che si riempiono le orecchie anche di black metal, ma che in definitiva dovrebbe essere apprezzato indistintamente da tutti grazie alla concretezza e all’ottima resa che lo contraddistingue.



8 . Internal Bleeding – Corrupting Influence – Unique Leader Records

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La lunga carriera della storica band newyorkese è stata sempre piuttosto complicata e, quando lo scorso anno il drummer e anima compositiva del gruppo, Bill Tolley, perse la vita nell’adempimento del proprio dovere di vigile del fuoco in un tragico incidente, ho creduto che i nostri non sarebbero riusciti a risollevarsi.
Invece, nonostante l’uscita del presente disco sia stata più volte rimandata a conferma delle difficoltà incontrate dalla band, il varo di “Corrupting influence” dimostra che i ragazzi di New York sono stati capaci di stringersi attorno allo storico chitarrista Chris Perveils e provare a continuare a suonare la propria musica nel ricordo di Bill Tolley.
La produzione degli Internal Bleeding nei decenni è stata piuttosto scarna (siamo al sesto disco in 30 anni di carriera), ma sufficiente per consegnare al mondo metal un particolare sound, tipico della band della East Coast, considerata, a ragione, la mamma dello slam death metal: riff duri, pesanti, stoppati, con prevalenza di passaggi lenti e sfuriate ai limiti del brutal/grind e una linea compositiva pesantemente influenzata da sonorità hard core incentrata sui continui breakdown slammeggiati.
L’assenza di Tolley si sente: il prodotto esce compatto e sensato, ma difetta di grande ispirazione nella composizione, i pezzi si rivelano tutti piuttosto simili, soprattutto nella costruzione, e non raggiungono la pienezza che la band aveva regalato con il precedente lavoro del 2014, “Imperium”, album che aveva rasentato la perfezione e aveva ottenuto riconoscimento planetario.
Purtroppo, in ambito metal estremo, i cambi di line up non sempre portano a risultati soddisfacenti: non che il presente disco sia male, tuttavia denota una certa stanchezza compositiva che finisce per rendere i passaggi focali delle songs un pò incerti.
Per carità, il tutto è performato con dovizia e con grande forza di volontà, con l’intento chiaro di comunicare il proprio desiderio di proseguire il percorso tracciato in lunghi anni di evoluzione.
La forza degli IB, secondo me, è sempre stata quella di riuscire a trascinare l’ascoltatore con i loro pezzi: i nostri sono una band che non ha la capacità di massacrare in modo tecnico e diretto come alcuni maestri operativi in zona (Suffocation e Dying Fetus ad esempio) e che non ha mai avuto la cruda ignoranza di alcune band death metal classiche.
Tuttavia, anche in questo disco, quando i nostri riescono a togliersi di dosso la ruggine compositiva e lasciarsi andare, le slammeggiate hardcoreggianti riescono a lasciare il segno e a trascinare l’ascoltatore.
Alla fine, il prodotto, pur nella sua incertezza compositiva, finisce per essere godibile, non certo il miglior espisodio IB della storia, ma comunque una voce che afferma che la band esiste, nonostante tutto.
Sono contento che gli IB siano riusciti a far uscire questo disco, nel nome e nel ricordo del loro sfortunato e grande leader di sempre Bill Tolley; e noi tutti dovremo dargli un ascolto, in parte perchè lo merita e in parte perchè la nostra fiducia deve servire alla band per non mollare la presa e provare a proseguire il proprio percorso, con la speranza che i nostri, in un futuro non lontano e magari meno tormentato, possano ritrovare il sentiero che li ha portati ad essere una delle band di riferimento del panorama brutal americano.

9 . Incinerator – Concept of Cruelty – Raw skull Records

Dopo l’ottimo debutto dello scorso anno, i ragazzi della Frisia, la regione più a nord dell’Olanda (capoluogo la gradevole e poco nota Leeuwarden, la cui squadra locale, l’altrettanto ignoto Cambuur, vanta uno dei simboli dal sapore medievale più belli di tutto il calcio olandese), arrivano compatti al sequel che ci consegna una band in ottima forma e capace di suonare un eccellente death metal, in perfetta tradizione fiamminga, senza entusiasmare per innovazione ma senza punti deboli nella composizione e nell’esecuzione.
Non è il caso di andare tanto per il sottile e gli Incinerator lo sanno: hanno intenzioni chiare e dirette e la loro musica lo conferma; classica band da assalto frontale, con ispirazioni superclassiche, riff degni di Dismember e Grave, voce che riecheggia quella del più famoso singer olandese di genere, Martin Van Drunen.
La potenza del death metal è perfettamente rappresentata dal susseguirsi dei riff, dai cambi di tempo della drum session e dalla costruzione organica e coerente del songwriting.
Il disco vola via sereno, nemmeno troppo piatto, pur essendo un prodotto chiaramente ormaggiato in acque iperclassiche.
Come ormai avrete capito, adoro questo genere di dischi e, soprattutto, trovo corretto informare gli appassionati della loro esistenza quando le band li propongono con la giusta dose di sentimento e capacità esecutive.
Non è sufficiente ripercorrere in modo rispettoso i sentieri principali del genere, se non si hanno le competenze per rendere credibile il progetto: gli Incinerator hanno la classe per farlo, senza mettere in evidenza alcun tipo di espansività musicale particolare, senza regalare all’ascoltatore alcun brivido da novità. Ma facendo tutto per bene, molto per bene.
Tra i pezzi migliori, l’esordio di “Waiting to Rot”, dal quale si capisce subito dove andremo a parare per il resto dei 30 minuti o poco più del disco, la più lenta e asphyxeggiante “Dead” e la possente “My darkest needs”.
Il tutto condito da una produzione eccellente e da un’esecuzione degna di menzione: non resta che liberare la mente da ogni genere di pensiero e lasciarsi trascinare dai riff poderosi e incalzanti di questo eccellente prodotto degli Incinerator, da Leeuwarden, Olanda, nazione che è da sempre garanzia di cose fatte bene in ambito death metal.



10 . A Canorous Quintet – The Only Pure Hate MMXVIII – Black Lodge Records

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Non sono solito dedicare grande attenzione alle ristampe o riedizioni di lavori del passato, non perchè ritenga non meritevoli tali genere di operazioni ma forse perchè esistono ormai soltanto un pugno di lavori che non appartengono alla mia collezione e che, se non ristampati, resterebbero introvabili.
Tuttavia, questo mese, ho deciso di dare conto di questa riedizione del secondo disco di una band poco nota, gli A Canorous Quintet.
Siamo nel 1998, nel pieno tripudio dell’ondata di ritorno del death melodico svedese e i nostri, provenienti proprio da quella terra, dopo il debutto di pochi anni prima, nonostante numerosi dissidi interni che avevano quasi portato allo scioglimento della band, escono con “The only pure hate”, prima di sparire definitivamente dall’atlante musicale e riformarsi solo in anni recenti senza essere, tuttavia, produttivi di alcunchè di nuovo.
Ricordo di essere venuto in possesso attraverso una trade con un tizio svedese del primo EP della band, “As Tears”, e così di aver avuto la fortuna di acquistare, appena usciti, i CD dei due successivi full lenght: oggi questi lavori sono stati ristampati dando lustro ad una band oscura e dimenticata, ma quei pezzi originali sono pressochè introvabili o reperibili a prezzi assolutamente non realizzabili.
Passiamo alla musica: death metal particolarmente atmosferico, melodico e triste; è questo il marchio di fabbrica della band, il tutto eseguito con ferocia e cattiveria. I riff si susseguono oscuri e deprimenti per tutto il corso del disco, la voce del singer è ancorata in territori black per timbro e malignità, le parti veloci sono trascinanti e incentrate sul tumpa tumpa di natura svedese, numerosi gli intermezzi più ragionati dove i nostri riescono a rendere in maniera magistrale le atmosfere cupe e mortifere che vogliono comunicarci con la loro musica.
Un disco dalle composizioni sublimi che consente all’ascoltatore di lasciarsi trascinare dalle cavalcate che invitano all’headbanging e, allo stesso tempo, permette di cogliere i lati più oscuri del lavoro e di ragionare sul messaggio di disagio che gli ACQ riescono sempre a rendere in modo eccellente.
La band riesce ad essere atmosferica e aggressiva allo stesso tempo: i nostri sono un mix di classe tra At the Gates, Unanimated, Dissection e primi Amon Amarth (dei quali però sono enormemente più incisivi e convincenti), sono uno degli esempi più riusciti di death metal melodico di atmosfera coniato in Svezia in quel periodo.
Per comprendere appieno, lasciatevi trascinare dagli assoli tristissimi e coinvolgenti di “The void”, oppure fatevi trasportare in un modo di silenzio e introspezione dall’attacco blackeggiante di “Embryo of lies”, dal meraviglioso arpeggio di “Everbleed”, dal desolante riff thrash/heavy di “Selfdeciever, the purest of hate”, dalla dura melodia ritmata di “The complete emptiness” (attenzione alla violentissima e stupenda parte centrale della song) o dalla triste ed evocativa atmosfera horrorifica di “Realm of pain”
Ciliegine sulla torta sono la produzione eccellente dell’originale che viene resa bene anche in questa riedizione, l’artwork sontuosamente triste (che caratterizza tutte le covers dei lavori della band; anche qui credo di potermi indegnamente vantare di essere uno dei pochi al mondo ad avere un dettaglio di “As tears” tatuato addosso), i testi filosofici e, soprattutto, un pezzo inedito a chiudere il disco: “The plague thet haunts me”, che rappresenta l’unica composizione della band da 20 anni a questa parte; si tratta di una tipica song in stile ACQ, una song che ci riporta indietro ai tempi in cui questo gruppo era all’inizio della propria parabola, una parabola che si è interrotta troppo presto, sul più bello, come spesso accade per tante band senza che ci sia una reale spegazione.
Tuttavia, per chi non conoscesse questo poco fortunato combo svedese dal passato breve ma importante, questa riedizione è un ottimo punto di partenza.
Per quelli che, invece, come il sottoscritto, hanno sempre seguito la band, potrebbe essere un’occasione per rimettere nello stereo un cd che, magari, non ascoltiamo tanto spesso: sarà un modo per tornare indietro di qualche anno, ai tempi in cui gli A Canorous Quintet erano una delle band emergenti del movimento melodico svedese, prima che si sciogliessero e consegnassero ai posteri il loro tipico e difficilmente imitabile death metal dalle atmosfere tristi e introspettive.



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Redazione

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