L’Angolo Della Morte: le 10 uscite Death Metal più significative di Febbraio 2019

a cura di Apparizione79



Mentre a Gennaio e a Marzo le band in uscita sono sempre tantissime, Febbraio è storicamente un mese di pausa, che lascia spazio a rigurgiti underground e a prodotti di nicchia che, tuttavia, destano sempre la mia attenzione.

Non troverete nomi noti in questa mia lista, o meglio li troverete ma soltanto nelle posizioni più basse delle classifica, dal momento che i lavori che hanno maggiormente suscitato il mio interesse provengono da band di minore fama.

Spero che le mie scelte, difficili e sofferte come sempre, possano essere condivise da chi avrà la pazienza di leggersi questa mia piccola classifica; come sempre spero di fare cosa gradita chiudendo qui l’intro e lasciando spazio alle uscite death metal di Febbraio 2019.



1 . Ossuarium – Living Tomb – 20 Buck Spin

Altro nome interessante che entra nel roster di questa piccola label di Pittsburgh, Pennsylvania, che si caratterizza per produrre band dedite ad una forma di death metal oscuro e cavernoso, annoverando tra le proprie fila nomi quali Auroch, Vastum, Ghastly e Pallbearer.

Gli Ossuarium giungono tra noi dalle fredde scogliere dell’Oregon, battute dai venti e dalle onde del Pacifico, ma capaci di creare un fervido movimento musicale nella capitale statale Portland, nota come The RIP City.

Da bambino avevo un poster in camera che ritraeva un paesaggio di mare invernale, onde lunghe, scogli, temperature sicuramente fredde: la didascalia diceva solo “View from the coast of Oregon, south of Portland”; pensai che avrei voluto visitare quel luogo inospitale e quella parte di Stati Uniti della quale pochi parlavano, così iniziai ad informarmi sull’Oregon e su Portland.

Grazie a quel poster, sono diventato un tifoso assiduo dei Trailblazers, la franchigia locale che ha battagliato per decenni con i vicini Supersonics prima che questi ultimi abbandonassero Seattle, privando l’NBA di una delle rivalità più belle e sentite della lega, ho letto libri ambientati nell’Oregon e ho ascoltato tanta musica proveniente da quelle parti; non sono mai stato a Portland, anche se mi piacerebbe molto, magari per una partita dei Blazers, magari di play off quando il Moda Center è particolarmente caldo e gremito.

Forse, sono troppo coinvolto emotivamente per giudicare con oggettività un prodotto proveniente da quella lontana città americana, tuttavia gli Ossuarium hanno attirato la mia attenzione; i nostri propongono il tipico death metal moderno della west coast, del quale la città di Portland sta diventando davvero il luogo di riferimento: parti assatanate nelle quali la furia degli strumenti trascina l’ascoltatore verso abissi senza vita, stoppate furiose e parti rallentate all’insegna delle nenie più cattive e desolate; il tutto condito da suoni lugubri e spettrali, batteria cadaverica e voce zombieficata e pesantemente distorta.

Ci sono momenti nei quali i nostri amano aggredire il malcapitato con una ragionata trama riffosa, nella quale non mancano tastiere demoniache e melodie malatissime, assoli rockettosi e altri di ispirazione più metallica; ma la forza della band è quella di passare con naturalezza ad intermezzi lenti, quasi da film di Dario Argento, nei quali la composizione diventa doom e orchestrale al tempo stesso.

Tra i pezzi che ho più gradito, indico “Blaze Of Bodies”, “Corrosive Hallucinations” e “Writhing In Emptiness”.

Album consigliato a tutti coloro che sono alla ricerca di nuovi masterpiece da parte di band emergenti in giro per il pianeta, un disco che piacerà a tutti coloro che accanto al vecchio death metal tradizionale mettono senza problemi sonorità cupe e tenebrose, al confine con il doom, tipiche di band di una volta, ma terribilmente orientate a creare qualcosa di nuovo all’interno del movimento.



2 . Prion – Aberrant Calamity – Comatose Music

Quarto album per i mostri sacri argentini, che piazzano il colpo vincente: i nostri sono dediti ad un classico death metal di stampo americanoide, nel quale i blast beat e le chitarre furiose disegnano una trama old school che non lascia respiro e sulla quale si inserisce la (doppia) vociona roca e cattiva del singer.

La scena sudamericana ha sempre regalato delle perle, spesso giunte a noi senza la dovuta cassa di risonanza: di tutti i paesi sudamericani, quello che ho sempre apprezzato di più, più anche del superprolifico Brasile, è proprio l’Argentina, luogo nel quale l’old school sembra aver trovato terreno fertile e, soprattutto, sontuose espressioni in band che arrivano da lontano come i veterani Vibrion e i qui presenti Prion.

La band è originaria della capitale Buenos Aires ed è formata da un terzetto che è passato attraverso le decadi, come spesso accade nei paesi dove l’underground è composto da un numero ristretto di artisti, fortemente legati tra loro a livello sia musicale che umano: il chitarrista-cantante Gregorio Kochian è ben accompagnato dal bassista Walter Barrionuevo e dal batterista Flavio Coscarella nel viaggio di pura potenza e desolazione che i Prion sono capaci di orchestrare.

Riff azzeccati, grande potenza, voce killer, varietà compositiva: siamo davanti ad un eccellente prodotto vecchia scuola che non teme alcun confronto con altri di band più importanti e titolate.

Tra le canzoni che ho maggiormente apprezzato, inserisco di certo la furiosa “Unable To Discern”, la cadenzata e violentissima “I Remember To Breathe” e la micidiale “Irreversible Ways”.

Album di death metal assassino che trova paragoni nel death metal di impatto della East Coast americana, Immolation, Malevolent Creation e Suffocation, con quella vena di satanosa cattiveria sudamericana che rende il sound più sporco e grattante rispetto alle band americane sopra citate.

Album che fa ribollire il sangue e spaccare la testa a furia di headbanging, album da ascoltare e riascoltare per coglierne l’essenza di assoluta brutale schiettezza.

Da ultimo segnalo la tecnica sopraffina dei musicisti e la resa produttiva eccellente; in conclusione un disco da prendere in mano e spararsi tutto d’un fiato (ottime le chiusure delle song improvvise, con il riff tagliato all’improvviso come accadeva nei prodotti brutal della primissima ora), per rendere onore ad una band e ad un intero movimento, quello argentino, tra i più solidamente underground su tutta la faccia della terra.



3 . Vircolac – Masque – Dark Descent Records

Esordio di valore notevole per questa band irlandese che propone un cattivissimo death metal che sfocia spesso in territori orchestrali cari al black metal, passando attraverso furibonde e spettrali parti doomeggiate.

Il disco è suonato in una vena old school che lo rende di ottimo impatto per le mie orecchie ormai devastate da anni di death metal: il sano, vecchio riffone death metal la fa da padrone, gratta lì in sottofondo e fa da collante per tutto il resto rendendo il sound dei Vircolac particolarmente convinto e lugubre.

La linea compositiva è completata dal dissonante lavoro del basso, dalla voce classicamente dall’oltretomba e da una batteria particolarmente chirurgica come non è tipico di band dedite più al suono atmosferico che tecnico.

Nel complesso ho trovato il lavoro degli irlandesi estremamente gradevole, al confine col death-doom ma comunque capace di trascinare l’ascoltatore in moderne cavalcate di aggressivo death metal di stampo americanoide. Tra le songs migliori metterei “Titan”, “Snake Among Man” e “The Long Trail”.

La scena irlandese è piuttosto scarna: ricordo i brutal deathsters Abbadon Incarnate così a memoria e ben poco altro; l’Irlanda è un paese dove la musica è sempre stata una forma artistica piuttosto in auge tra gli abitanti dell’isola, non ultimo in ambito rock, genere nel quale l’Irlanda ha donato al mondo alcuni tra i nomi più leggendari del genere.

Non è mai stato così nel death metal: nonostante i paesaggi isolati e ventosi dell’isola ben si sarebbero sposati con una florida scena death metal, almeno nell’attitudine.

Tuttavia, i folletti e gli gnomi che popolano le campagne della verde isola atlantica hanno preferito dirigere le magie e le fiabe irlandesi verso altri lidi musicali.

I Vircolac non possono certo essere ritenuti, oggi, una band di riferimento per il movimento death metal, neppure irlandese: tuttavia, la proposta è indicativa, a mio modo di vedere, di un certo fermento, è una proposta interessante che presuppone una certa maturità per poter essere apprezzata.

E bene ha fatto l’importante label di settore del Colorado, Dark Descent Records, ad imprimere il proprio marchio distributivo sul primo cd death metal proveniente dall’Irlanda da moltissimo tempo a questa parte.

Non lasciatevi sfuggire questo disco: oscuro, tetro e nuovo death metal con influssi doomeggianti; solido e scolpito, da apprezzare nel profondo.

4 . Diabolical – Eclipse – Indie Recordings

Importante band dell’underground di Stoccolma, nata alla fine degli anni ottanta per mano di giovanotti della seconda ora del death metal svedese, gente che oggi viaggia intorno alla boa dei 40 anni e che, pertanto, ha ancora tanta benzina compositiva da spendere per il futuro.

I Diabolical suonano un intrigante death metal dalle pesanti commistioni blackeggianti, che trova ispirazione in band importanti del movimento swedish anni novanta, quali Necrophobic e Desultory, band capaci di creare un sound aggressivo, melodico e tecnico.

Il presente disco dei Diabolical è il quinto sforzo dei nostri e si va a a collocare in territori maggiormente ragionati rispetto ai precedenti lavori, nei quali il quartetto svedese puntava maggiormente alla velocità e alla violenza.

Già dalla song iniziale, “We Are Diabolical”, si colgono le intuizioni armoniche della band, l’introduzione, accanto al classico cantato growl pesante, di cori e parti con voce pulita, la maggior ricerca della melodia e la parziale rinuncia all’assalto blackmetallico.

Che dire, il prodotto è interessante: i nostri ci sanno fare, disegnano trame melodiche intriganti che hanno la capacità di prendere l’ascoltatore, di portarlo a cavallo del riff, di lasciarlo sciogliere nella dolcezza della melodia e riportarlo alla realtà con la cruda ritmicità di alcune parti più intraprendenti e incisive.

Siamo davanti ad un prodotto melodico, cadenzato e incipiente; capace di richiamare alcuni album del passato per profondità (Desultory, Unanimated, Ceremonial Oath) con una vena di moderna attenzione a rendere il prodotto più chiaro e orecchiabile.

Tra le songs che ho più apprezzato la già citata “We Are Diabolical”, la veloce e blackmetallica (questa sì) “Failure” e la cadenzata “Hunter”.

Ma sono giudizi personali, perchè i ragazzi ci sanno fare, sono in grado di regalare all’ascoltatore un prodotto sensato e ben strutturato, probabilmente ben lontano dall’essere un capolavoro ma in grado di collocarsi di diritto tra i prodotti melodici più interessanti del 2019.

Date fiducia a questo disco e non resterete delusi, a meno che non cerchiate cavalcate incentrate sul riff e sul rullante: in tal caso, la classe melodica dei Diabolical non fa al caso vostro; a me il prodotto è piaciuto e la band ha una sana attitudine anti commerciale che me la fa apprezzare, circostanze queste che mi consentono di consigliare a tutti un ascolto del disco senza timore alcuno.



5 . Dynamation – Paranormal Isolation – Unsigned

Band tedesca orientale, di Lipsia per la precisione, che nasce dalle ceneri di diversi combo della zona, raccogliendone l’eredità musicale e riuscendo a sfornare questo eccellente disco di esordio.

Qualche anno fa ero entrato in possesso della versione digitale del demo dei nostri e ne ero rimasto ben impressionato: la band propone un potentissimo death metal incentrato sui blast beat di derivazione Morbid Angel delle origini, con sane divagazioni verso sonorità più moderne e di stampo svedese, ma sempre caratterizzate dalla velocità e dall’impatto (tipo Demonical, Wombbath o Interment).

La tecnica dei musicisti è estremamente efficace, il batterista non perde un colpo e dona profondità al sound, le chitarre sono sincopate e ben inframezzate dal lavoro del basso; bene la voce, cattiva e gutturale.

Certe sparate americanoidi rimembrano momenti di pura violenza sonora, altri intermezzi di potente violenza sono maggiormente svedesi o teutonici; alla fine, ne viene fuori un eccellente lavoro death metal, un prodotto di assoluta aggressività e convincente in ogni suo aspetto strutturale.

Pezzi migliori: “Inner Exile”, “Confrontation With The Inexplicable Part 1” e “Cadavermate”.

Questo mese, i Dynamation, a mio modestissimo giudizio, hanno saputo proporre un sound ben più equilibrato e interessante rispetto a quanto varato da compagini più titolate; i Dynamation non hanno un contratto discografico, circostanza che nell’era moderna forse impatta meno rispetto ad un tempo dal momento che le band possono sempre scegliere la via della condivisione digitale; circostanza che, tuttavia, come insegna la storia, ha portato alla morte prematura di band i cui prodotti, magari dopo anni, sono stati riscoperti, rivalutati e riproposti; quando tuttavia la parabola di quei gruppi era finita per sempre.

Non vorrei che anche nel death metal, genere underground per definizione, le case discografiche preferissero proporre dischi a ripetizione di band che, dopo alcune uscite, non hanno dimostrato di avere un dna particolarmente vincente, piuttosto che dare una chance ad altre, meno note e magari ancora confinate nell’underground.

Magari sono considerazioni inutili: spero tuttavia che i Dynamation non diventino uno dei tanti progetti che si sciolgono dopo aver dato alla luce un disco non troppo fortunato e non troppo pubblicizzato; spero, inoltre, che questa mia piccola recensione serva ai ragazzi di Lipsia per poter iniziare a diffondere il proprio lavoro tra gli appassionati: è un lavoro onesto, potente, serio e ben suonato; un lavoro che merita di essere ascoltato da tutti coloro che amano il death metal.



6 . God Disease – Drifting Towards Inevitable Death – F.D.A. Rekordz

Album di esordio per questo oscuro combo finlandese già attivo da diversi anni sulla scena ma capace soltanto di alcune uscite minori che ho avuto il piacere di ascoltare qualche tempo fa.

La tedesca FDA Rekordz va a pescare questo abissale death-doom metal nei meandri più sinistri e desolati della capitale finlandese Helsinki, luogo di sicura garanzia in materia di band dedite a suoni cupi e cavernosi.

I God Disease si inseriscono nella tradizione, derivando pesantemente la propria linea compositiva da band loro conterranee del passato i cui capostipiti sono stati i Demilich, ma inserendo elementi di cruda doomosità di stampo deathmetallico che trova i propri riferimenti nei maestri americani Incantation e in band moderne come gli inglesi Grave Miasma.

Nel sound dei GD ho trovato tanto dei citati Grave Miasma: soprattutto nella sporca sonorità di alcuni passaggi più ragionati, nei quali la vena doom non è mai del tutto prevalente ma tende a lasciare spazio a dissonanze ragionate tipiche di un certo moderno death metal.

Le parti veloci sono rare, per lo più cadenzate e incentrate sul riffing tempestoso, duro e tremolante di scuola scandinava.

Tra i pezzi più indovinati, di certo la chitarrosa e pesantissima “At The Pillars Of Kadatheron”, la lunga e cavernosa “Cathedral Gates” e la disturbante “King Of Maggots Crawling Flesh”.

In conclusione, non siamo dinnanzi ad un capolavoro assoluto, ma ad un solido album di death-doom che si va ad inserire con pieno diritto tra le proposte più interessanti in materia negli ultimi tempi: non dimenticatevi che siamo davanti ad una band di fatto esordiente, il cui sforzo, per il futuro, dovrà certamente essere quello di tessere una tela di maggior spessore ed interesse compositivo, ma che arriva, al suo debutto, con le idee piuttosto chiare e, come tale, merita di essere premiata.



7 . Continuum – Designed Obsolescence – Unique Leader Records

La label americana Unique Leader non varia quasi mai le proposte delle bands appartenenti al proprio roster: si passa dal brutal al tech-death con qualche scorribanda in territori grind.

I Continuum, da Santa Cruz, California, non intendono deviare di nemmeno pochi centimetri dalla strada tracciata dalla loro label: i ragazzi, qui al secondo album (anche se ci troviamo di fronte a gente che ha prestato le proprie fatiche musicali, in passato, a band del calibro di Decrepit Birth, Eviscerated, Deeds Of Flesh, Deconversion e Flesh Consumed), ci sanno fare; costruzione dei pezzi rotonda, tecnica esecutiva senza sbavature, rallentamenti e stoppate degne dei migliori centri nba, voce gutturale e ben distorta, sound disturbante il giusto senza diventare molesto e, al contempo, pulito e ben arrangiato.

Certo, come detto tante volte, il rischio per questo genere di prodotti è quello di collocarsi in un average, peraltro estremamente affollato, che finisce per rendere questi prodotti, non solo poco memorabili, ma addirittura di dubbia utilità e di scarso interesse.

Il problema del tech-death è rappresentato dal fatto che è un genere che trova apprezzamento potente soltanto all’interno di una cerchia ristretta di appassionati, tra coloro che preferiscono un chirurgico cambio di tempo (anche se fine a se stesso) ad una composizione riffosa e granitica; a coloro che preferiscono il sound di impatto e violenza piuttosto che all’atmosfera che il death metal più ragionato è capace di creare.

Sia chiaro che al sottoscritto i prodotti come il presente non dispiacciono affatto, li valuto pienamente positivi e li ascolto integralmente senza particolari patemi d’animo o annoiandomi tanto facilmente.

Tuttavia, esistono, all’interno del sottogenere, band che sanno donare qualcosa di più al proprio sound (mi riferisco a due esempi recenti: l’ultimo Psycroptic e l’esordio degli italo-maltesi Coffin Birth); in questi casi i dischi tech-death possono sprigionare una potenza che è impossibile trovare altrove, le band capaci di andare così tecnicamente veloce sono in grado di esprimere una violenza difficilmente eguagliabile.

Tuttavia, al di fuori di questi casi, secondo me, il genere rischia, appunto, di esprimere un average davvero poco significativo.

Purtroppo lo sforzo, meritevole per impegno e complessiva accettabile resa, dei Continuum non riesce ad emergere da questa media: è un buon disco tech-death, capace di creare qualche trama degna di nota (“Theorem”, “A History Denied”, la title track), ma mai in grado di suscitare sensazioni particolari nell’ascoltatore.

Consigliato ai cultori del genere, a quelli che proprio non possono farne a meno.



8 . Ad Patres – A Brief Introduction To Human Experiments – Xenokorp

Secondo album per i transalpini Ad Patres, i quali, seppur attivi dal 2008, risultano poco produttivi: il presente disco della band di Bordeaux (città capoluogo della regione dell’Aquitania, famosa per i vini liquorosi e per aver fatto muovere i primi passi calcistici di un certo valore a Zinedine Zidane), in realtà, non fa gridare al miracolo o al lavoro ponderato per lungo tempo e poi uscito sontuoso e granitico dagli strumenti della band.

Siamo nella perfetta tradizione del classico death metal brutale, con una vena di oscura tecnicità che lo avvicina a prodotti di genere che viaggiano in territori blackened o, più ragionevolmente, ai confini del tech-death senza entrarci del tutto.

Il prodotto a me non dispiace affatto, il sound è crudo e asciutto, molto tetro e poco sentimentale, l’esecuzione ineccepibile e i 34 minuti del disco scivolano via senza tanti problemi: da questo punto di vista il disco potrebbe essere senza difetti, se non fosse per il fatto che la scarsa personalità della proposta finisce per avere il suo peso.

I transalpini non hanno spunti che ci permettano di ricordare un pezzo piuttosto che un altro, la secca esecuzione diventa troppo fredda, incapace di donare varietà e profondità a pezzi che risultano tutti uguali nella loro costruzione e senza dinamicità.

Album di impatto, estremamente dissonante, che tende a perdersi un po’ per strada e resta un prodotto dedicato solo ed esclusivamente a coloro che dal genere ricercano fredda tecnica esecutiva e caotica cattiveria nella costruzione dell’assalto.

Tra i pezzi che ho maggiormente gradito (in un complesso che a me non dispiace affatto, torno a ribadirlo, ma che non posso evitare di segnalare come alquanto scontato e ripetitivo) inserisco “Symbiosick”, “Verses Void” e “Enclosing Terror”.

In conclusione, album di nicchia destinato ad un novero davvero ridotto di appassionati, coloro che proprio non possono fare a meno di ascoltare ogni nota dissonante che viene suonata sul globo terracqueo.



9 . Megascavenger – Boneyard Symphonies – Selfmadegod Records

Ecco che il buon Rogga Johansson ci delizia nuovamente con un nuovo full lenght di una delle sue tante creature, i Megascavenger, ai quali il buon Rogga dona voce, chitarra e basso.

Cosa suoneranno i nostri in questo nuovo disco? Anche senza ascoltarlo, credo che ogni appassionato potrebbe scommettere di essere nei meandri più classici dello swedish sound.

Se possibile, con questo disco Johansson è ancora più classico di altri suoi episodi recenti che avevo trovato più vari (Ribspreader, Revolting, gli stessi precedenti dischi dei Megascavenger): siamo nella perfetta tradizione del riff tremolante di Grave/Unleashed/Dismember/Entombed memoria, del tumpa tumpa scandinavo scolpito nella pietra, della vociona cavernosa e aggressiva di Johansson.

Difficile commentare questo genere di prodotti: se fossimo davanti ad una band esordiente, si potrebbe apprezzare il tentativo di suonare una musica tradizionale, cercare di farlo per bene e, nel frattempo, cercare una propria strada compositiva; se fossimo davanti ad un lavoro di una band storica, potremmo (a stento) apprezzare la volontà dei mostri sacri di tenersi ancorati alla musica che ha reso famoso il genere, dedicare alla stessa un tributo sonoro e di attitudine.

Ma di fronte a Johansson non resta che restare basiti: non è comprensibile questa smania produttiva, questa continuità di proposta tutta uguale.

Sconsiglio vivamente l’acquisto del disco: se aveste il desiderio di ascoltare del vecchio swedish sound non avreste che l’imbarazzo della scelta andando a ripescare prodotti nineties di valore; se volete qualcosa di più moderno, troverete innumerevoli proposte di maggior spessore e potenza del presente disco, che rimane, per quanto mi riguarda, totalmente inutile da un punto di vista musicale e incommentabile da un punto di vista commerciale.



10 . Deserted Fear – Drowned By Humanity – Century Media

Anche all’interno del panorama metallico estremo esistono band che sono destinate ad entrare nel novero dei nomi più noti e conosciuti per gli appassionati: e così, questi combo escono con dischi a ripetizione, sono prodotti da etichette importanti, suonano nei festival più frequentati.

In una parola, hanno successo; hanno seguito, pubblico e rilevanza discografica; in un modo diverso da quanto accadeva un tempo, quando il valore del prodotto di un gruppo death metal era misurato attraverso la conoscenza da parte degli appassionati, dall’ispirazione che era in grado di fornire a coloro che ne seguivano le orme e dalla durata del sound nel tempo.

Il successo di band come i Deserted Fear mi pare alquanto artefatto: sia ben chiaro, i nostri non fanno nulla di male, anzi, ma non comprendo per quale motivo il death metal proposto dal combo tedesco debba essere ritenuto degno di menzione e pubblicità maggiori rispetto ad altri, secondo me decisamente migliori, prodotti di genere.

Ripeto, non disdegno i DF, che, peraltro, con il presente disco, hanno virato verso sonorità maggiormente melodiche, cercando in modo apprezzabile di creare un proprio sound fornito di una qualche personalità, elemento assente nei precedenti tre dischi.

L’album si fa sentire, anche se il quartetto tedesco sconta una eccessiva granitica rispondenza a standard di settore già sentiti, senza avere il coraggio di suonare solo ed esclusivamente old school per evitare paragoni scomodi con mostri del passato.

Ne esce un prodotto dalla linea sonora davvero scontata, nel quale la fa da padrone il riff malinconico e putrescente, al quale manca tuttavia la potenza dello swedish sound moderno, la violenza impattante delle band d’oltreoceano o la cupa graniticità di alcune band maggiormente dedite al melodico triste e tenebroso. Non male la voce che esce malata e rievoca il primo Chuck o John Tardy dei tempi di Slowly We Rot.

Il disco finisce per essere davvero di scarso impatto, nella sua ricerca forzata di una personalità maggiore attraverso la melodia: non lo so, queste cose bisogna saperle fare; quando gli Asphyx o i Grave sparano un riff melodico, l’ascoltatore sente di essere trascinato, sente il riff entrargli dentro; i DF non sono in grado di farlo, il sound resta poco potente e, soprattutto, poco personale.

Tra le songs di maggiore riuscita, segnalo “All Will Fall”, “Reflect The Storm” e “Stench Of Misery”.

In conclusione, un disco che consiglio soltanto a coloro che ricercano forme di death metal melodico di nuova generazione, non a coloro che ascoltano questi prodotti con un orecchio attaccato al vecchio grande passato del genere e, inevitabilmente, fanno dei paragoni che possono risultare davvero impietosi.

Credo che ai DF interessi poco: sono come quei calciatori che si ritrovano sotto contratto per un club importante senza prima essere passati per le serie minori.

Ma io, da vecchio amante del genere e della tradizione, preferisco dare la mia fiducia a quelli che si sono spellati le ginocchia sui campi in terra battuta prima di arrivare a giocare le serate di coppa, a quelli che si sono meritati il successo passando attraverso una gavetta che i DF non sembra abbiano mai dovuto affrontare.



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