L’Angolo Della Morte: le 10 uscite Death Metal più significative di Aprile 2019

A cura di Apparizione 79



Solitamente Aprile è un mese molto produttivo, soprattutto per i nomi di rilievo: non nel corrente 2019. In realtà le band giunte a produrre non sono state poche, nel mio stereo o nel mio pc è passata la solita trentina scarsa di album death metal di varia origine e natura. Tuttavia, non ci sono gruppi di spicco tra quelli arrivati al full lenght a conferma del trend di questo 2019 che continua all’insegna della notevole qualità complessiva della proposta, ma con un certo silenzio da parte dei gruppi storici, con soltanto un pugno di nomi importanti fino ad ora giunti al nuovo appuntamento discografico.

In ogni caso, la mia non vuole essere una lamentela, ma solo una constatazione: tutto sommato, preferisco sperimentare nuovi lidi piuttosto che incappare nell’ennesima, magari validissima, uscita da parte di band arcinote.

Inutile dilungarci, ecco la lista del mese di aprile 2019.



1 . Allegaeon – Apoptosis – Metal Blade Records

Quinto disco per i technical deathsters di Denver e nuovo capitolo interessante aggiunto ai precedenti: definire gli Allegaeon semplicemente una band tech-death non rende giustizia al sound complicato e particolare che i nostri sono capaci di produrre.

Collocherei la band più nel progressive melodico, il tutto suonato con una tecnica esecutiva di livello altissimo: come già detto ampiamente, non sono un estimatore di sonorità che tendono a deviare dalla strada maestra, ma, allo stesso tempo, non sono così grezzo e insensibile da non saper cogliere le eccellenze nei lavori con un pedigree diverso dall’old school.

La Metal Blade, etichetta importante che (quasi mai) convola a nozze con band che non lo meritano, ha messo sotto contratto la creatura del chitarrista Greg Burgress dopo l’uscita indipendente del suo primo EP nel 2008, accompagnando il gruppo attraverso una non troppo fortunata parabola produttiva: non mi è chiaro per quale motivo i nostri non siano assurti a qualche tipo di notorietà, presentando un sound che ha tutte le peculiarità per fare contenti palati raffinati; senza dimenticare che la band possiede una sana e diretta anima death metal che rende i prodotti dei pepitari del Colorado brutali e idonei a soddisfare gli oltranzisti.

Forse perché il disco nel suo complesso tende ad essere un po’ noioso: non che i nostri non sappiano cambiare marcia o alternare sapientemente parti classic tech-death (con deviazioni in territori brutal) ad altre di derivazione melodica e progressiva; ma, alla fine, questi prodotti estremamente sofisticati hanno il difetto di perdere un po’ la stringa di base, anche quando sono di fatto ineccepibili nell’esecuzione e nella resa come il presente disco; inoltre, non va dimenticata la scarsa capacità di promuoversi della band che non ama comparire sui palchi dei festival più importanti o essere accostata ad altri gruppi importanti di genere per qualunque motivo.

Mi paiono motivi scarsamente significativi, così come l’attitudine nerdeggiante dei nostri che, in realtà, rappresenta un aspetto che ha regalato soddisfazioni a miriadi di band che hanno interpretato il filone sci-fi inaugurato anni or sono dai Nocturnus.

Tra le canzoni più belle, metterei le più crude e dirette, song nelle quali l’anima death metal del disco trova eccellenti espressioni (purtroppo i miei gusti sono quelli): “The Secular Age”, “Stellar Tidal Disruption” e “Metaphobia”.

In conclusione, un disco davvero bello da parte di una band pesantemente underrated e poco conosciuta ma che conferma di avere una classe e una vena compositiva degna dei mostri sacri del genere; tuttavia, non credo che acquisterò il cd: i nostri sono bravi, ma alla fine preferisco soddisfare le mie orecchie metalliche con qualcosa di più digeribile e diretto, piuttosto che complicarmi troppo l’esistenza anche quando ascolto death metal.



2 . Minenfeld – The Great Adventure – Fucking Kill Records

Band tedesca di Osnabruck (Sassonia, regione ai confini con l’Olanda) prodotta da una minuscola label conterranea che guida un manipolo di valorose band autoctone per lo più dedite al thrash metal.

L’album dei tedesconi è una lunga cavalcata di mid tempos alternati a furiose sparate in perfetta tradizione deathmetallica: i nostri si cimentano nel racconto della “Grande Avventura”, ossia la campagna delle truppe americane in Europa durante la seconda guerra mondiale, così battezzata dalla propaganda dello zio Tom per convincere i giovani yankees ad arruolarsi.

I Minenfeld ci raccontano la cruda realtà che i soldati americani si trovarono davanti oltreoceano e di come molti di loro, invece di trovare la gloria, si imbatterono in una prematura dipartita da questa terra.

Nella perfetta tradizione del death metal di stampo guerresco, i ragazzi di Osnabruck infarciscono il loro sound con riff granitici e diretti, dai quali sembra emergere il rumore dei tank che avanzano nelle pianure francesi o l’odore dell’olio motore sprigionato dalle jeep della truppe americane: non sempre la musica è in grado di abbinarsi con le tematiche che tratta, circostanza che invece si riscontra perfettamente nella proposta dei Minenfeld.

I nostri inseriscono tra le song spezzoni parlati presi dalla propaganda americana di allora, rendendo il disco un vero e proprio racconto di un episodio di guerra: inutile dire che ho gradito particolarmente quanto messo insieme dalla band e ho apprezzato parecchio i testi, oltre che la composizione musicale.

Da un punto di vista di ispirazione è facile trovare Bolt-Thrower, Hail Of Bullets e Asphyx, soprattutto nella ricerca della cadenza nei passaggi, nella volontà di offrire all’ascoltatore una serie continua di cavalcate lente e faticose, con le quali la band vuole narrare le sofferenze patite dei soldati e le atrocità del campo di battaglia.

Molto belle la title track, “Assault” e “Bellum Omnium Contra Omnes”, pezzo lunghissimo e davvero ispirato. Il tutto in un contesto nel quale i passaggi a vuoto sono pressoché inesistenti, soprattutto per chi ricerca dal genere il rispetto di certi parametri accanto ad una notevole verve compositiva che rende vario e divertente il lavoro.

Il disco non susciterà entusiasmi particolari agli amanti dell’assalto diretto o del tecnicismo sopraffino: tuttavia, per me, i Minenfeld hanno messo insieme uno dei lavori migliori del presente mese di aprile; un lavoro duro e onesto, serio come le tematiche che la band è riuscita a raccontarci attraverso il suono dei propri strumenti.



3 . Norsemen – Bloodlust – Time To Kill Records

Ci sono stati tempi in cui i figli di Odino solcarono gli inesplorati mari del nord e approdarono su lidi abitati da genti a loro ostili contro le quali ingaggiarono epiche battaglie: evidentemente i Norsemen, quintetto bergamasco esordiente, sono tutt’oggi attratti da tali gesta lontane, tanto da condire il loro eccellente death metal guerresco con tematiche di stampo vichingo.

E allora, non possiamo che lasciarci trascinare dal viking death metal dei nostri conterranei: i ragazzi orobici sono capaci di suonare con ragionata furia, notevole ispirazione classica e tecnica eccellente il genere nella sua essenza, trascinando l’ascoltatore sul campo di battaglia dove volano le teste mozzate e i nemici vengono abbattuti a colpi di ascia.

L’ispirazione principale dei nostri si coglie nel death metal trascinante della East Coast americana, in band come Immolation e Malevolent Creation, gruppi che hanno fatto dell’assalto poderoso il proprio marchio di fabbrica, con accanto cenni di tumpa tumpa più decisamente europeo.

Ne esce un sound brutale e possente che a me piace molto: i nostri non fanno prigionieri, hanno intenzione di riportare sulle navi vichinghe con cui sono arrivati soltanto il bottino di guerra, lasciando tutti i nemici agonizzanti sul campo di battaglia. Il death metal dei Norsemen è figlio di una lunga tradizione, la tradizione che ha reso caratteristico questo genere nella cerchia di coloro che non hanno mai perso la pazienza di ascoltarlo partendo dai classici; il death metal dei Norsemen include tutte le peculiarità del genere, racconta guerre mitiche e vuole far scapicollare l’ascoltatore; il death metal dei Norsemen è il death metal che piace a me: asciutto, diretto, caldo, riffoso, chiaro e potente.

Aspettatevi riff crudi e ben disegnati, sezione ritmica indovinata e dedita a servire le chitarre che sono le vere protagoniste del disco, vociona growl distorta cupa e tenebrosa.

L’album ha una certa varietà compositiva che lo fa apprezzare nel suo complesso: è facile passare da momenti di assalto sparato senza tanti compromessi a parti più ragionate, dove la pesantezza del sound invoglia all’headbanging più furibondo; tuttavia, mi tocca segnalare qualche song: la title track dissonante e blastbeateggiante, la riffosa “Fenrir”, la classicamente cavalcante “Odin”.

Consiglio di ascoltare il disco a tutti i veri appassionati del genere: non solo per il valore intrinseco della proposta ma anche per supportare il movimento death metal italico che non si è mai distinto per la quantità della proposta ma che ha sempre espresso invece una notevole qualità.

Mentre il disco rolla potente nel mio stereo, la voce cavernosa del singer sembra accompagnare la discesa dei vichinghi dagli knarr, sembra guidarli verso una nuova conquista, verso un’altra battaglia che verrà forse tramandata col racconto nei millenni a seguire; facendo infine confondere la storia con la leggenda e consegnando al mito le vicende che hanno avuto per protagonisti i figli di Odino.



4 . Vishurddha – Addiction To Death And Anguish – Black Solstice Records

Ci sono cose che hanno la capacità di riportarci indietro nel tempo coi pensieri; a me accade con lo sport, la musica, certi luoghi o certi episodi: quello che ho amato da ragazzo mi è rimasto nel cuore; credo che sia così per tutti. L’idealizzazione del periodo storico nel quale si è vissuta la propria gioventù è un errore che ogni essere umano commette, così come riempire di significato quei giorni in cui i colori, gli odori, le sensazioni e le emozioni avevano un’intensità che in seguito difficilmente abbiamo provato di nuovo. E allora, anche da adulti, anche se le nostre vite viaggiano su altri binari, tutti noi ci emozioniamo quando qualcuno o qualcosa rievoca in noi i ricordi di quei momenti, passati ormai da un po’ di tempo.

La musica per me conserva questo potere: mi bastano poche note, come è accaduto per il disco di esordio di questo sconosciuto sodalizio proveniente da Poznan, Polonia.

I nostri sono oltre l’old school, hanno nelle note delle chitarre e nella distorsione della voce qualcosa che mi ha ricordato i primi Deicide, la lugubre potenza degli Incantation, la cruda cattiveria malata dei Morbid Angel degli esordi.

I nostri pensano bene di essere duri e molesti: le chitarre disegnano trame di dissonante violenza, la batteria accompagna con un tappeto di doppia cassa costante e con cambi di tempo supersonici, la voce è distorta e malata, cupa e classica, il basso alto e lugubre.

Le parti cadenzate raggiungono vette di cattiveria se possibile anche più alte di quelle esplorate dai nostri nella parti veloci; gli assoli tendono ad essere classicamente heavy, lanciati a velocità notevoli e figli di quanto insegnato dai maestri del vecchio thrashone deatheggiante europeo di fine anni ottanta; il tappeto di doppia cassa è disturbante il giusto e la vociona cavernosa fa il resto.

I ragazzi polacchi (dalla foto sembrano essere sui trent’anni) non fanno prigionieri: ascoltate pezzi come la opener “Posttraumatic Stress Disorder”, la violentissima “Faded Existence” o la proditoria “Sentenced To Extinction” per comprendere la violenza che i nostri sono in grado di raggiungere.

Resta un prodotto di nicchia: un death metal piuttosto veloce e devastante nel quale non tutti potrebbero trovare spunti di grande interesse.

Mi sono già soffermato in passato sull’importanza dei gusti, su come ciò che piaccia o sia importante per qualcuno possa non significare nulla per altri.

Bene, a me il cd dei Vishurddha è piaciuto molto, per 30 minuti mi ha riportato a sonorità che non è facile trovare nei prodotti odierni: non so se qualcuno seguirà il mio consiglio e proverà a dare fiducia a questo gruppo sconosciuto. Chi avesse intenzione di farlo, tuttavia, deve affrettarsi: il cd è uscito in edizione limitata a 500 copie ed è il primo prodotto a firma della neonata label canadese Black Solstice.

Pazienza se il mio consiglio resterà inascoltato: sono certo che ognuno di noi sia in grado di trovare ciò che può riportarlo indietro agli anni della propria gioventù; nel mio caso non è difficile, mi basta buttare cds come questo nello stereo per ricordare quei tempi spensierati nei quali il mondo sembrava essere uno show di cui proprio noi stessi eravamo i principali protagonisti. 



5 . Dawn Of Demise – Into The Depths Of Veracity – Unique Leader Records

Quinto album in studio per i deathsters danesi Dawn of Demise, prodotti dall’americana Unique Leader, una garanzia in ambito di uscite brutali.

E i nostri rispettano perfettamente il clichè regalandoci un disco di solenne death metal influenzato dalla ricerca della brutalità in salsa americana, con richiami pesanti a gruppi tipo Deeds Of Flesh o Dying Fetus, pur senza possedere la tecnica assassina di queste band: i danesi infatti prediligono impostare il tutto su un sound cupo e aggressivo, con prevalenza di parti veloci e potenti ma senza mai sfociare in territori (probabilmente non consoni alle qualità dei musicisti) troppo tecnici.

I ragazzi di Silkeborg (piacevole villaggio di pescatori dello Jutland) preferiscono la profondità del suono, la ricerca della cupa cattiveria deathmetallica della composizione alla tecnica sopraffina.

I nostri sono sulla breccia ormai da qualche tempo e non hanno mai modificato la propria proposta, preferendo continuare a produrre death metal senza alcun desiderio di innovazione: tutto sommato la scelta ci può stare, il gruppo non possiede particolari doti tecniche e non ha una varietà compositiva tale da consentirgli di esplorare con successo altri territori.

I DOD, però, hanno curato il sound, lo sviluppo delle proprie capacità nel corso dei 15 anni di carriera, migliorando il tutto e varando, oggi, un disco che, a differenza degli episodi precedenti, ha una sua anima, un suo perché e si lascia ascoltare con piacere.

Tra le song di mio maggior gradimento individuo la rapidissima “Perversion In The Flesh”, la lugubre “The Ravishment Of Carrion” e la conclusiva eccellente “Mark My Words”.

Non siamo davanti ad un capolavoro, ma il disco è ben suonato, ha un artwork classico e uno spirito pionieristico interessante: è un bel disco di death metal che non pretende di assurgere a chissà quali vette, ma che dimostra una volta di più che questo tipo di musica è suonato da gente che lo ha nel cuore, nell’anima e nel cervello e che non vuole altro se non far sentire la propria voce a tutti gli altri che la pensano come loro.

Solo per questo la band va apprezzata e il disco merita di essere preso in considerazione.



6 . Mementory – Declaration Of War – Rebirth The Metal Productions

Gruppo di trentenni che si affaccia all’esperienza del primo album intero e ne esce laureato con lode.

I nostri provengono dalla Bavaria e sono prodotti da una label tedesca di genere, la Rebirth The Metal, solitamente dedita a sonorità brutalliche: tuttavia, nel caso dei Mementory, siamo difronte ad una band pienamente inserita nel tradizionale panorama death metal teutonico.

Band dalle sonorità di forte impatto, ignorante e rapida ma, al contempo, sensata e ben organizzata: chitarre riffose di stampo scandinavo, batteria cadenzata che non disdegna l’avventura verso i luoghi popolati dal blast beat americano, registrazione putrida e non troppo pulita, voce di grande profondità e classicamente growl.

I nostri ricordano da vicino, pur non essendo dei semplici cloni, quanto prodotto dalle band svedesi più moderne, tipo Interment, Feral o Wombbatth, gruppi che hanno reso il riff crudo e strisciante coniato nei nineties dai Grave e loro seguaci più tecnico e veloce, più pulito e meno grattante; in una parola più moderno.

Sì, perchè in band come i Mementory si può apprezzare la modernità della proposta in un contesto antico e ben ancorato agli ormeggi, ormai rugginosi, del caro swedish sound anni novanta.

Ne esce un disco possente e convinto, valido nei suoi intenti e ottimo nella resa, un disco che ci consegna l’ennesima valida band tedesca di nuova generazione a conferma della splendida forma del movimento teutonico di oggi.

Per completezza segnalo l’artwork vecchia scuola: copertina che ha per protagonisti dei soldati zombie, questa mi mancava; e le tematiche guerresche dei testi che raccontano le evoluzioni di carri armati e armi da fuoco e le sofferenze della vita del soldato. Filone che ho sempre apprezzato e che continua a lasciarmi soddisfatto.

Le song migliori, secondo la mia opinione, sono la devastante opener “Paradise Awaits Me”, nella quale i nostri lanciano un bel riffone potente e cattivo a velocità degne di alcuni mostri sacri americani, la notevole “Divine Impact” e la direttissima “Spiral Of Violence”.

Bel disco da parte di una band esordiente: consiglio a tutti gli appassionati di lasciarsi andare alle cavalcate dei nostri e di godersi questi 35 minuti o poco più di furibondo death metal da battaglia, al termine dei quali l’umanità si ritroverà colonizzata dall’esercito di morti viventi evocato da questi quattro buontemponi bavaresi.



7 . Antropomorphia – Merciless Savagery – Metal Blade Records

Come noto, suonare death metal in Olanda è un esercizio che compiono in parecchi fin dai tempi antichi; tempi antichi se riferiti alla moderna era in cui viviamo, non certo alla lunga e gloriosa storia che contraddistingue questa zona di Europa in assoluto.

Gli Antropomorphia sono una delle tante band che provengono dai Paesi Bassi che continuano nella tradizione tracciata dai gruppi che li hanno preceduti, sia da un punto di vista temporale che di notorietà e capacità esecutive.

I nostri, ubicati territorialmente nella regione del Brabante e appartenenti alla possente scena di Tilburg, sono firmati Metal Blade e, grazie alle opere della nota e importante etichetta, la loro produzione negli ultimi anni è stata piuttosto corposa e ben pubblicizzata, seppur non altrettanto degna di particolare attenzione.

Va detto che la band ha avuto le sue origini all’inizio degli anni novanta e, per questo motivo, non presenta pecche di natura tecnica nel proprio sound; quello che non mi ha mai convinto del tutto nelle proposte precedenti degli Antropomorphia è sempre stata una scarsa vena compositiva, un’attenzione relativa nel songwriting e un rispetto fin troppo dedizioso dei dettami old school del genere.

Con il qui recensito disco, la band vira verso territori di maggior interesse, incupendo decisamente il sound con elementi di stampo blackmetallico, incattivendo la composizione e impreziosendo il timbro crudo e cattivo del cantato.

Non direi che si possa dire che i nostri siano sconfinati in ambiti blackened a tutti gli effetti, visto che il riff di base dei pezzi è sempre graniticamente death metal, ma una maggiore varietà compositiva e un’interpretazione più lugubre e sentita della classica atmosfera death metal rendono il presente sforzo decisamente più interessante dei precedenti.

Tra le canzoni che ho apprezzato maggiormente, non posso non citare la title track di apertura per l’azzeccato riff diretto e la sontuosa stoppata del ritornello, la più cadenzata e rallentata “Sumerian Tempest” e, soprattutto, la potentissima “Apocalyptic Scourge”, masterpiece di un disco che nel complesso si fa sentire più che dignitosamente.

In conclusione, non credo che questa band abbia nelle sue corde dei numeri che, un giorno, potranno farci gridare al miracolo, ma la professionalità (merito del bel contrattone che i nostri hanno con Metal Blade probabilmente) con cui gli Antropomorphia approcciano il genere nonostante i lunghi anni passati sulla breccia merita di essere riconosciuta; il disco, alla fine, vola via semplice e ben indirizzato, caratteristiche che non si devono mai disdegnare in un buon prodotto death metal.



8 . Gods Forsaken – Smell Of Death – Soulseller Records

Secondo disco in studio per questo supergruppo internazionale che annovera, tra i propri componenti, il cantante svedese Jonny Petterson degli Ashcloud, il batterista norvegese Bryniar Helgetun, uno degli adepti di Rogga Johansson in alcune delle sue innumerevoli band e il chitarrista olandese di Asphyx e Grand Supreme Bloodcourt Alwin Zuur.

Il sound proposto dai nostri non ha nulla di sensazionale ma è granitico e deciso come si conviene ad una band formata da musicisti di valore e di grande esperienza come quelli che compongono il gruppo: siamo in ambito swedish death metal, riff gracchiante e sparato a mille con sottofondo di melodia sempre ben accennato, voce profonda e cavernosa, stacchi doomeggianti rari ma significativi, tumpa tumpa trascinante e sezione ritmica di scarsa originalità ma solida e ben arrangiata.

La title track apre il disco e ci da immediatamente l’idea della direzione che i nostri intendono intraprendere e che non abbandoneranno per i restanti 40 minuti di assalto frontale che contraddistinguono il prodotto: riff rapidi e cattivi, lanciati per richiamare l’ascoltatore all’headbanging, batteria che non perde un colpo e voce chiara, cruda e potentissima.

Il tutto è condito da una registrazione swedish old school, nella quale il sound delle chitarre (pesantemente ispirato dai maestri Grave) è volutamente strisciante e sporco, in grado di trasmettere la malevola cattiveria del disco.

Fa sempre piacere ascoltare un disco di vecchia scuola svedese suonato con sentimento e dedizione, caratteristiche che si ritrovano tutte nel presente sforzo.

I nostri sono musicisti navigati e sanno bene come non perdere un colpo e come regalare all’ascoltatore del sano death metal senza pene e compromessi: il disco non eccelle per la scarsa innovazione che lo contraddistingue e, soprattutto, per la eccessiva semplicità del songwriting in generale.

Ci sono pezzi che ho maggiormente apprezzato, la title track, “In The Pit We Shall Gather” e “Birth Of Insanity”, in un complesso che si fa pienamente sentire e che non creerà particolari dubbi al deathmetallaro medio: il disco va buttato dentro e sparato dall’inizio alla fine senza interruzioni o limitazioni di volume.



9 . Hath – Of Rot And Ruin – Willowtip Records

Band del New Jersey che giunge al suo primo full lenght dopo aver varato un eccellente EP qualche anno addietro: i nostri proseguono nel loro viaggio di sentimentale devastazione collocandosi in territori blackened progressive.

Il crudo songwriting richiama atmosfere tipicamente blackmetalliche, rese più dirette e mortifere da una concezione complessiva della proposta decisamente death: accanto al riffing insistito e, a tratti, melodico tanto caro al black metal, i ragazzi del Jersey inseriscono passaggi più rudi e cadenzati, nei quali la voce scremmata e sofferente del singer crea un interessante tappeto di solitudine e disagio esistenziale.

Canzoni piuttosto lunghe per una durata complessiva del disco di oltre 54 minuti, che non annoiano mai ma che non sempre divertono: i passaggi sparati e tastierosi finiscono per essere un po’ scontati e la voce non è tra le più espressive della storia; tuttavia, il disco va inserito nel filone delle nuove band della East Coast americana: gruppi che provano ad impreziosire la canonica proposta death con innovazioni e tecnicismi di livello con lo scopo di creare un proprio sound caratterizzato.

Credo che questo movimento vada apprezzato e i lavori di livello che sono figli di questo desiderio di produzione diversa e innovativa vadano segnalati. Anche perchè band come gli Hath, pur ricercando sonorità più complesse e particolari, non amano abbandonare la brutalità che contraddistingue il genere, magari imbastardendola con inserti che sopraggiungono da altri sottogeneri del metallo ma senza mai abbandonare del tutto la linea sonora che contraddistingue il death metal.

Ne esce, in conclusione, un disco che collocherei nel blackened death metal progressivo (per l’uso copioso di tastiere e passaggi con cori con voce pulita, più che per il riffing o la costruzione complessiva dei pezzi che non è particolarmente complessa o troppo distante da tracciati tipicamente death metal), con ispirazione in band recenti come Sulphur Aeon e Obscure Infinity, anche se trovo i prodotti di questi citati gruppi più vicini al mio personale gusto.

Tra i pezzi di mio maggior gradimento, segnalo la opening, durissima e brutale, “Usurped”, la lunghissima “Rituals” e la punitiva e blackettosa “Accursed”.

Per finire, nonostante il mio palato continui a preferire la cucina tradizionale a quella etnica, di tanto in tanto si può cambiare e provare qualcosa di nuovo: non sempre si torna a casa con la pancia vuota e scontenti; come nel caso del lavoro degli Hath, band che non entrerà mai nel novero delle mie favorite ma che ha varato un disco interessante e meritevole di considerazione.



10 . Corrosive – Nourished By Blood – Black Sunset

La foto promozionale ci consegna un gruppo composto dai tipici metallari tedeschi usciti dagli anni novanta: grandi, grossi, brutti e apparentemente cattivi.

La band di Marburg (gradevole cittadina medievale ubicata nel bel mezzo geografico della Germania) arriva, in effetti, da lontano, nonostante sia qui tra noi soltanto con il terzo full lenght: i nostri, dopo un lavoro di metà nineties, hanno deposto le armi per più di un decennio per decidere in tempi recenti di tornare a comporre e suonare death metal.

Questo secondo disco in tre anni si colloca nella piena tradizione di un classicissimo death metal, suonato con ampia e commossa dedizione ai grandi mostri floridiani e con un tocco di swedish che non guasta mai in un prodotto di origine europea.

Non posso fare a meno di apprezzare la voce poderosa, il riffing intenso e crudele, la batteria blastbeateggiante e la sezione ritmica tecnica e ordinata.

Non posso, tuttavia, neppure evitare di notare l’eccessiva classicità della proposta che non può reggere il confronto con i capolavori del passato per ovvie ragioni, generazionali e artistiche, e con il sound di maggior rilievo che le band di nuova generazione (o di vecchia ma modernizzate) sono in grado di regalare oggi agli appassionati.

Tra le song di maggior interesse, metto “Field Of Corpses”, “War Is My Inspiration” e “You Don’t Leave Me Alive”, pezzi un gradino sopra il resto per varietà compositiva e per tecnica esecutiva, oltre alla gradevole idea di coverizzare in chiave death il tema della colonna sonora di Ghostbusters.

Il complesso del disco è un bel muro sonoro, nonostante non goda di particolari spinte innovative: tra le principali muse ispiratrici dei nostri, alla fine, troviamo band più della seconda ora del genere, da anni novanta in su, piuttosto che i primissimi pionieri (direi che il sound ha risvolti americanoidi tipo Cannibal o Monstrosity e swedish stile Vomitory).

Per finire, un album che si fa sentire e che non sconsiglio affatto, ma rivolto essenzialmente ad appassionati che dagli ascolti non ricercano particolari emozioni o novità.



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