Amplificatori Sunn e chitarre fracassate: la storia del Drone Metal

Per drone, in italiano “bordone”, si intende un suono ripetuto e prolungato. Utilizzato nella musica folk e nella musica cerimoniale si è esteso anche nella musica sperimentale grazie ad artisti come La Monte Young e nel rock tramite i Velvet Underground Lou Reed e John Cale, sviluppandosi nei vari filoni della musica psichedelica. Il drone metal è un sottogenere musicale decisamente di nicchia, in qualche modo imparentato con il doom e lo sludge. A suonarlo sono una manciata di band, spesso prese in giro per il loro sound “inconsistente” e per le velleità artistoidi. Partiamo proprio da questo malinteso: non c’è niente di artistoide nel drone metal. Molti pensano che sia un genere di avanguardia e di ricerca: vi state sbagliando. Dareste degli intellettuali a gente come Carcass e Napalm Death? Probabilmente c’è chi lo ha fatto ma la maggior parte li considera dei killer musicali, il cui obiettivo era quello di suonare il più veloce e il più fastidioso possibile. Il drone metal è la stessa cosa, ma al contrario: le band suonano lente come sfida di sopportazione, sia per la band, sia per l’ascoltatore.



Partiamo dalle regole base per suonare drone metal:

  • 1) avere un amplificatore potente, meglio se valvolare
  • 2) avere una cassa gigante, minimo una 2×15
  • 2) mettere il volume al massimo
  • 3) prendere una chitarra o un basso, accordarli il più basso possibile
  • 4) accendere il distorsore
  • 5) avvicinarsi all’amplificatore, suonare un accordo e tenerlo il più possibile




Il drone metal ha in King Buzzo dei Melvins il nome tutelare, la figura di riferimento verso cui nessuno può non inchinarsi con reverenza. Un personaggio che non ha mai cercato di piacere, anzi ha sempre proposto idee stravaganti, originali e di difficile classificazione. Talmente particolari che generò almeno tre nuove categorie basate sul suo strampalato approccio al riff : “sludge”, “grunge” e “drone metal” .

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Sul finire degli anni 80 Buzz era un piccolo eroe underground. Ascoltando Stooges, Sex Pistols, Flipper, Germs e Black Flag elaborò l’approccio punk del “dare fastidio” mentre ascoltando Black Sabbath, Kiss e l’hard rock anni 70 affinò lo stile chitarristico. I primi dischi dei Melvins erano un rozzo mix di impatto punk e riff heavy in linea con il sound proto-grunge di Green River, Soundgarden, U-Men, Skin Yard e Malfunkshun. Tra le pieghe di quelle prime canzoni troviamo i primi bizzarri approcci alla lentezza e alla ripetività che verranno formalizzati nel 1991 nell’album “Bullhead” e nell’EP “Eggnog”. “Boris” e “Charmicarmicat” sono i primi due brani lenti e ossessivi definibili “drone metal”: sembrano i Black Sabbath dei pezzi lenti suonati ad un quarto della velocità. Certo, ai tempi esisteva già il doom (nato nei primi anni 80) e i Black Flag avevano già rallentato l’hardcore con il lato b di “My War” ma i Melvins portarono gli ingredienti su un altro livello di sgradevolezza. Soprattutto con “Charmicarmicat”, una colata lavica di basse vibrazioni e velocità pachidermiche; probabilmente la canzone “metal” più lenta fino a quel periodo.

Nell’intervista che ha rilasciato per THT, Greg Anderson dei Sunn O))) ha rivelato: “In quel periodo, una delle prime band con cui sono andato davvero sotto sono stati i Melvins. Di chiara derivazione hardcore, influenzati dai Black Flag e dai Black Sabbath, ma focalizzati sul suonare lenti i loro accordi. Mi hanno segnato fin da subito. Il modo di suonare la chitarra di Buzzo mi ha colpito. Ed era il primo chitarrista che io avessi mai visto suonare un amplificatore Sunn O))). Ero ossessionato dal suo suono. A metà degli anni ’80, nella scena punk hardcore si pensava che la miglior band fosse quella che andava più veloce, ma i Melvins erano l’eccezione. Stavano andando in direzione contraria: a dispetto di tutte le band punk hardcore che facevano a gara a chi andasse più spedito, loro invece volevano essere la band più lenta di tutte.”



Il record di lentezza fu battuto poco tempo dopo da Dylan Carlson con il suo progetto Earth. La band, che rubò il nome dalla prima incarnazione dei Black Sabbath, è nota oggi per il particolare rock folk lento e “stoner” ma nel 1991 era una sconosciuta formazione di Seattle di amici drogati di Kurt Cobain. La prima uscita ufficiale è “Extra-Capsular Extraction” ed è un disco composto interamente da brani lenti, oscuri, praticamente mono-riff.

Il secondo album è ancora più estremo: spariscono batteria e voce e rimangono solo chitarra e basso. I brani sono sempre tre ma raddoppiano di tempo e dimezzano la velocità: con “Earth 2: Special Low Frequency Version” nasce di fatto il drone metal. L’album e la band verranno capiti parecchi anni dopo da una manciata di persone amanti della musica strana e disturbante ma per molti continua a fare l’effetto di un motore di aereo conficcato nello stereo. Non si può dire che l’album lanciò la carriera di Dylan, anzi. Nel 1995 Blast First pubblicò il live “Sunn Amps & Smashed Guitars”, ovvero mezzora di feedback e rumori chitarristici assortiti. I successivi “Phase 3” e “Pentastar” avranno un tiro più rock ma saranno altrettanto ignorati. Dal 1996 al 2005 Dylan sparì. Il ritorno avvenne con una nuova veste, più folk e blues, più meditativa e meno distruttiva.

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A raccogliere il testimone di Dylan ci pensò il duo Sunn O))), nato come cover band degli Earth e immolato al sound di King Buzzo, che usava la mitica testata Sunn per generare il caratteristico sound ciccione. Greg Anderson e Stephen O’Malley provenivano da decine di esperienze (Engine Kid, Burning Witch, Goatsnake) e iniziarono il progetto per sperimentare sui “bordoni”. Nel 2000 Hydra Head pubblicò “Grimmrobe Demos” primo lavoro del duo contenente la programmatica canzone “Dylan Carlson”.

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Nei primi anni di attività il duo era una simpatica anomalia del doom e del nascente movimento post-metal, supportato da etichette specializzate e stampa del settore. Inutile dire che non piacevano a nessuno. Le critiche erano le stesse che riceveva Dylan Carlson qualche anno prima: “questa non è musica, è rumore”. Ma proprio grazie a questo approccio iniziarono a crearsi un piccolo seguito: estremi, con un look ambiguo e un nome impronunciabile, si fecero largo tra una fetta di appassionati in cerca di un suono “nuovo”. Dopo vent’anni il progetto Sunn O))) è ancora in piedi e continua a molestare le orecchie di tanti che si avvicinano alla loro “musica”, basata su basse frequenze e piccole variazioni tra un disco e l’altro. Ma è dal vivo che mostrano il senso del loro progetto: volumi da galera, nebbia fittissima, giochi di luce fanno dei loro concerti un’esperienza da vivere almeno una volta nella vita.

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In qualche modo da Seattle il drone metal arrivò in Giappone grazie ai Boris, nome rubato alla prima canzone contenuta in “Bullhead” dei Melvins. Il loro primo disco “Absolutego” del 1996 è un feedback di chitarra tenuto per più di un’ora: praticamente il suono di valvole che esplodono, speaker che si staccano dalle casse, manici di chitarra che si piegano. Accordi che più ribassati non si può, andamento prossimo allo zero, musicalità abolita.

Dischi come Amplifier Worship (1998), Flood (2000), Boris At Last – Feedbacker (2003), Akuma No Uta (2003), Dronevil (2005) sono delle maratone di sopportazione al cui confronto ascoltare “Earth 2” è una passeggiata. Curiosamente la collaborazione con i Sunn O))), intitolata “Altar” (2006), è uno dei dischi più ascoltabili per entrambi i gruppi ed un ottimo lasciapassare per i meno esperti.



Contemporaneamente ai primi vagiti dei Sunn O))), Stephen O’Malley si dilettava nei Khanate assieme a James Plotkin e Alan Dubin degli OLD e Tim Wyskida dei Blind Idiot God. Insieme fecero una manciata di dischi tra il 2001 e il 2009 pubblicati da Southern Lord e Hydra Head. Il sound era una via di mezzo fra il drone metal, il funeral doom e lo sludge, ovvero i tre generi più allegri e dinamici in circolazione.

La pesantezza e l’oscurità dei Khanate furono il ponte fra le precedenti esperienze di O’Malley nei Burning Witch e Thorr’s Hammer (più doom/sludge) e quella successiva di Alan Dubin nei Gnaw. James Plotkin invece è più facile trovarlo dietro al mixer avendo messo mano a centinaia di dischi in fase di mixaggio e mastering.



Nel 2002 Stephen O’Malley e Greg Anderson esportarono il drone-doom in Inghilterra alla corte di Lee Dorian (Cathedral) e Justin Greaves (Iron Monkey, Electric Wizard, Crippled Black Phoenix). Il quartettò fondò i Teeth Of Lions Rule The Divine, nome preso da un brano di Earth 2 e nel 2002 pubblicarono l’unico disco “Rampton”, un concentrato di malvagità al rallentatore, l’equivalente di un disco dei Darkthrone suonato ad un decimo della velocità. Ma se guardando i personaggi coinvolti e l’immaginario diffuso pensate che si prendano sul serio state sbagliando anche questa volta: il sottotitolo della prima traccia è “Feel Bad Hit Of The Winter”, palese presa in giro di un classico dei Queens Of The Stone Age; il secondo brano è una cover dei Killdozer, “New Pants And Shirt”, nota band di rumorosi cialtroni. “Rampton” però uno degli apici del drone metal, se non proprio l’apice assoluto. Un disco a suo modo perfetto e irreplicabile.



Pur non essendo un disco drone metal vale la pena citare “Chaos Is My Name” del duo Khlyst formato da James Plotkin e Runhild Gammelsæter pubblicato nel 2006 da Hydra Head. Runhild era la cantante dei Thorr’s Hammer, il primo progetto death/doom di O’Malley e Anderson, da cui nacquero prima i Burning Witch e poi i Sunn O))). “Chaos Is My Name” è un oscuro viaggio in una terra del terrore, dominata da buio e creature demoniache: procuratevelo se amate il drone e le colonne sonore horror.

Dall’esperienza Burning Witch peschiamo Stuart Dahlquist che oltre ad aver collaborato con Sunn O))) e Duff McKagan (!!!) è titolare del marchio ASVA il cui sound doom/drone è al servizio di un approccio psichedelico e quasi post rock. Quasi un’ipotetica via di mezzo fra i primi Earth e quelli più folk ed eterei.

Una discografia ricca e variegata ma supportata da etichette molto piccole rende difficoltoso procurarsi i loro dischi, tutti piuttosto evocativi e via via più “morbidi”. Il più “accessibile” è probabilmente “What You Don’t Know Is Frontier” pubblicato da Southern Records nel 2008.



Definito un po’ pomposamente come una via di mezzo fra i Melvins e Miles Davis, il progetto Ascend vede Greg Anderson in compagnia del suo vecchio amico Gentry Densley degli Iceburn e degli Eagle Twin. Accompagnati da un nutrito gruppo di ospiti (Kim Thayil dei Soundgarden, Randall Dunn, Steve Moore degli Zombi, Andy Patterson dei SubRosa, Attila Csihar dei Mayhem, Bubba Dupree dei Void) “Ample Fire Within” (2008, Southern Lord) è un’opera ambiziosa e rischiosa ma ben riuscita che per certi versi anticipa molte intuizioni di “Monoliths & Dimensions” dei Sunn O))), uscito l’anno dopo. E’ un disco di avanguardia? No, è un disco di appassionati che provano ad unire le loro passioni creando qualcosa di inedito. Bello? Molto.



I Nadja, duo canadese formato da Aidan Baker e Leah Buckareff, si muovono al confine con il post metal, la psichedelia, l’elettronica e l’ambient . Affini ai contemporanei Jesu di Joastin Broadrick dal 2002 i Nadja hanno letteralmente riempito gli scaffali dei negozi di dischi specializzati con decine di uscite in pochi anni, soprattutto split e collaborazioni. Grazie al loro lavoro e all’etica underground Baker e Buckareff apriranno la strada a decine di band minimali e sintetiche, così come fecero i Godflesh più di 10 anni prima. Appartengono all’ala più raffinata del movimento, con le basi nel post punk, nell’industrial e nello shoegaze.



Fra i “raffinati” doveroso citare il lavoro di Stephen O’Malley, fondatore dell’etichetta sperimentale Ideologic Organ e con all’attivo decine di collaborazioni e progetti. KTL (Peter Rehberg), Æthenor (Daniel O’Sullivan dei Guapo, e Vincent De Roguin dei Shora), Lotus Eaters (Aaron Turner degli Isis e titolare anche degli sperimentali House Of Low Culture, James Plotkin), Vesuvio (Julian Cope) sono solo alcune delle band con cui Stephen ha collaborato, ma più vicine al mondo sperimentale ed elettronico che a quello “metal” del giro Sunn O))) (Burial Chamber Trio, Pentemple, due dei tanti spin off della band madre).



Con il diluvio di uscite dei primi anni del 2000 i “bordoni” andranno ad influenzare generi vicini come il post metal (Neurosis, Isis, Jesu e successivi cloni), lo sludge (Ufomammut), lo stoner (Om), le colonne sonore (Jóhann Jóhannsson), il jazz (Bohren & Der Club Of Gore, Mount Fuji Doomjazz Corporation), la psichedelia (Bong), l’elettronica, dark ambient, industrial diramandosi sempre più in forme inusuali e perdendo l’iniziale attitudine “punk” della sgradevolezza. Le orecchie ormai abituate degli ascoltatori e dei critici permettono di riconoscere persino il tocco di un artista rispetto ad un altro, la produzione (Randall Dunn rispetto a Steve Albini) e la qualità di stampa. Addirittura i dischi dei Sunn O))) vengono comprati da audiofili per testare l’impianto hi-fi. Dall’uscita di Monoliths & Dimensions il genere è diventato “accessibile” e da esibire nel salotto buono. Non è un male, succede a tutti di crescere e passare da essere degli adolescenti fastidiosi a rispettati professionisti. Ed è a suo modo una vittoria essere dei professionisti di un genere “non musicale” come il drone-metal.

“Figliolo cosa vuoi fare da grande?” “SBRAAAAAAM” “Certo caro, ma per guadagnarti da vivere?” “SBRAAAAAAAM”



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