L’Angolo Della Morte: Le 10 uscite Death Metal più significative di Maggio 2018

In questa prima parte di anno non sono state tante le uscite da parte di band appartenenti alla categoria dei “mostri sacri” del genere: ci sono annate così, nelle quali i gruppi più importanti sono in sala di registrazione o in giro per concerti, annate nelle quali ad avere maggiore visibilità sono band emergenti o addirittura esordienti.

Tuttavia, quando ci troviamo davanti ad un nuovo lavoro di un combo storico, non possiamo fare a meno di ascoltarlo con maggiore partecipazione, memori di quello che la band in questione rappresenta per noi e per tutto il movimento. Spesso, siamo sopraffatti dal desiderio di stroncare la nuova uscita per il semplice fatto che gli anni d’oro sono lontani e certe pagine non possono essere più riscritte.

Nessun vecchio metallaro si sognerà mai di ascoltare i nuovi album dei Maiden perchè, a ragion veduta, per lui i ragazzi di Birmingham sono musicalmente deceduti con “Seventh son of a seventh son”, dopo aver dettato, nel corso degli anni ottanta, i canoni del genere.

Proprio per questo motivo, mi risulta sempre difficile avvicinarmi ai nuovi dischi di certi gruppi, come mi è accaduto nello scorso mese di maggio per l’ultimo lavoro degli At The Gates; è probabile che la ragione sia anche sentimentale, negli anni novanta ero un ragazzo che pensava solo al pallone e alla musica (le donne erano, come adesso, un sottofondo necessario ma insoddisfacente): il calcio era più bello a partire dalle maglie, dalle nazionali, dai mondiali e dal fatto che lo praticavo con una certa abilità e soddisfazione, la musica era qualcosa di nuovo, coinvolgente, che mi faceva sognare, la vita era una sfida piena di speranze che ci rendeva tutto più pieno, il sole più caldo, il mare più blu, la neve più bianca. Eravamo giovani.

Proprio per questo, ho ascoltato il nuovo At the Gates senza pregiudizi, immaginandomi che “Slaughter of the soul” non sia mai esistito, che il death metal non sia nelle mie orecchie da ormai 25 anni, che il sole di questo inizio estate sia caldo come quello delle mie estati da liceale.

E’ innegabile che gli ascolti metal negli anni abbiano fomentato il mio lato più malinconico e introspettivo, ma, oggi, con la maturità, sono arrivato alla conclusione che la vita è piena di cose belle e molto dipende dai ricordi che ci portiamo dentro.

Di seguito la lista di maggio 2018, sperando che sia di vostro gradimento.  

 

1. At The Gates – To Drink From The Night Itself – Century Media

 

E’ inutile: ogni volta che si parla degli At the gates, i nostri ricordi metallici vanno immediatamente al discussissimo capolavoro “Slaughter of the soul”, album che, nel bene o nel male, ha segnato la storia della band e di tutto il subgenere melodico.

Per alcuni, la melodia del suddetto disco ha rappresentato un tradimento, l’abbandono definitivo dell’old school da parte di una delle band che ne aveva decretato la nascita, lo sviluppo e la diffusione in tutto il mondo; per altri, come il sottoscritto e forse i più, S.O.T.S. è ancora oggi un disco di riferimento, da cogliere nel suo intimo, al di là della facile memorabilità dei pezzi che lo compongono, da comprendere quale pietra miliare del tentativo, riuscito, degli ATG di superare lo stallo nel quale il subgenere si era arenato e lanciarlo verso sonorità più moderne, forse più commerciali, ma più consone ai tempi.

L’errore che oggi si potrebbe fare, commentando un disco nuovo degli ATG, potrebbe essere quello di metterlo a confronto col vecchio S.O.T.S., per determinarne, inevitabilmente, la sconfitta.

Invece, T.D.F.T.N.I. è un ottimo disco di death metal melodico, in piena vena ATG, capace di riprendere il capolavoro di più di venti anni fa e regalarci una dozzina di nuovi pezzi, gradevoli, veloci, ben suonati, sentiti e terribilmente melodici.

La voce di “Tompa” Lindberg non sente il peso degli anni ed esce, nel disco, ispirata e violenta come al solito, capace di creare quel senso di agonia e disperazione che questo tipo di death metal esprime sempre a meraviglia; il resto del combo svolge un lavoro tecnicamente ineccepibile, batteria soprattutto, gli assoli sono ben orchestrati e danno profondità e varietà ai pezzi.

Su tutte, la title track, “Palace of lepers”, “In nameless sleep” e “In death they shall burn”, ma è limitativo indicare dei pezzi in un contesto di grande capacità compositiva ed esecutiva, tipico di band come gli ATG, che restano di diritto tra i mostri sacri del genere.

Forse, in futuro, quando, dal vivo, i nostri attaccheranno una delle song del presente disco, da buoni nostalgici ormai con qualche anno sulle spalle, non godremo come quando sentiamo il primo riff di “Blinded by fear”, la malata agonia di “Cold”, la sparata di “Suicide nation” o il ritornello forsennato di “Nausea”; tuttavia, saremmo ingiusti se non riconoscessimo a questo disco il valore che merita e limitassimo il nostro giudizio ad un paragone con qualcosa di unico, che non tornerà più.

Come dichiara “Tompa” Lindberg dal palco durante ogni show dei nostri: “We are At the Gates and we don’t like death metal … We love death metal …”; e noi tutti gliene saremo sempre grati.

 

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2. Skinless – Savagery – Relapse

 

Dopo che lo scorso anno tutte le più importanti band brutali della East Coast (Suffocation, Immolation, Cannibal Corpse, Incantation, Dying Fetus…) se ne sono uscite con i rispettivi, per lo più ottimi, nuovi full lenght, era lecito nel 2018 attendersi un certo silenzio provenire da quelle parti.

Per fortuna, a rompere l’imbarazzante assenza di prodotti brutali di stampo eastamericano ci hanno pensato i veterani Skinless, attivi dai primi nineties e giunti, con “Savagery”, al loro sesto album: per quanto mi riguarda, i nostri non sono assolutamente inferiori ai nomi che ho citato sopra e credo che ciò trovi piena conferma nella qualità (sempre più o meno elevata) dei loro prodotti nel corso di quasi tre decadi.

Con il presente disco, gli Skinless muovono verso sonorità più ricercate, decisamente tecniche per un prodotto che non si deve catalogare frettolosamente come brutal.

Le etichette, anche nel death metal, spesso fanno dei danni: la musica va ascoltata, non capisco perchè i recenti lavori degli Immolation e dei Suffocation siano definiti semplicemente death metal e il qui presente disco degli Skinless brutal.

Il sound raggiunto dai nostri è evidentemente molto simile a quanto proposto dai fratelli maggiori della East Coast, pur differenziandosene: siamo davanti ad un death metal, certamente brutale, ma molto ispirato e a tratti riffoso e melodico; la vociona rauca di Sherwood Webber sconta pesantemente le distorsioni tipiche del brutal e questo potrebbe ingannare se non si ascolta con cura il resto della musica.

Gli Skinless hanno abbandonato l’esclusiva ricerca della brutalità e della velocità, introducendo nella loro musica derive cadenzate quasi doom, slammeggiate ai confini dell’hard core, intermezzi melodici veri, spezzature arpeggiate (rare, per carità) e soprattutto cambi di tempo che creano notevoli differenze tra una song e l’altra, caratteristica spesso assente nei dischi puramente brutal.

Passiamo alle singole canzoni: a me, su tutte, sono piaciute le riffose “Savagery” e “Skull session”, la più classicamente brutal (ma cadenzata) “Exacting revenge” e la devastante “Cruel blade of the guillottine”; si chiude con l’eccellente cover di “High rate extinction” dei Crowbar.

Probabilmente, da grande fan degli Skinless quale sono, avrei apprezzato il loro presente sforzo anche se fosse stato una copia autentica di quanto già fatto in precedenza; tuttavia, non posso che dare credito al nuovo corso che i nostri hanno voluto intraprendere, regalandoci, a mio modo di vedere, un album di spessore assoluto.

 

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3. Sadistik forest – Morbid majesties – Transcending obscurity Records

 

Band finlandese che arriva al terzo full lenght, mantenendo in pieno le aspettative: i nostri appartengono pienamente al movimento underground, sono noti soltanto agli ascoltatori più attenti, oserei dire ai cultori del genere; a mio modo di vedere meriterebbero maggiore visibilità.

Qualche primavera fa, sono rimasto colpito dalla violenza del loro secondo disco “Death doom radiation”, in cui i nostri spaccavano davvero con il loro death metal di stampo brutale e aggressivo; con il presente lavoro si confermano sulla stessa linea.

Non è semplice descrivere il sound di questa band: il tutto ha una vena malata quasi da blackened death metal, ma sono copiose le parti tipicamente brutali, a tratti grindeggianti.

Le chitarre sono capaci di tessere una tela mai banale, incalzante: si passa dai riff classicamente death metal a parti cadenzate quasi doom e soprattutto a sfuriate violente che rammentano il black metal più raw e ossessivo, gli assoli riescono ad impreziosire il tutto dal momento che sono ben inseriti, mai banali e tecnicamente eccellenti; la batteria e il basso (non certo altissimo) danno energia alla musica accompagnando alla perfezione le chitarre nelle parti di assalto violento; una menzione particolare per la voce: il cantato passa dal growl più cavernoso e profondo allo scream blackeggiante, siamo davanti ad una delle voci più espressive che ultimamente ho avuto il piacere di ascoltare.

L’album sprigiona cattiveria, energia e sporca marcescenza, tutte caratteristiche che le band finniche hanno sempre saputo esprimere al meglio; i S.F. si inseriscono, pertanto, a pieno titolo tra i gruppi di riferimento della nuova era del death metal finlandese.

Le songs sono tutte degne di menzione, ma dovendo scegliere, mi soffermerei sulla brutalissima title track, sull’altrettanto aggressiva e diretta “Zero progress”, sulla più sloweggiante “The hour of dread” e sulla conclusiva, lunga e doomeggiante “Bones of a giant”, pezzo nel quale i nostri fanno un passo avanti nella direzione di un sound più maturo e ispirato, denotando notevoli idee e capacità compositive.

Album che esce dagli abissi più oscuri dell’underground di genere e che mi sento di consigliare a tutti, soprattutto a coloro che amano i suoni cupi e duri allo stesso tempo, caratteristica che solo poche band, tra le quali si annoverano i S.F., sono in grado di rendere in maniera convincente e non scontata.

 

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4. Lik – Carnage – Metal Blade

 

Band di Stoccolma, composta da musicisti da lungo tempo attivi all’interno della scena swedish, che arriva al secondo full lenght denotando notevoli capacità tecniche e compositive.

E’ proprio vero che nella vita non si è mai contenti: mentre ascoltavo “Carnage” per la prima volta, ho pensato che nel disco c’era qualcosa che non mi convinceva del tutto.

Per carità, il prodotto mi è piaciuto da subito, mi ha divertito, ma non è scoccata la scintilla; come spesso mi accade con i prodotti swedish puri e duri come il presente, faccio fatica, al primo ascolto, a trovare grandi differenze tra le singole songs, quanto meno a livello di costruzione dei pezzi.

Ho, pertanto, pazientemente riascoltato il tutto a distanza di qualche giorno per entrare davvero nell’humus dei nostri: il problema è che prodotti come il presente non hanno reali difetti, se non quello di essere eccessivamente manierosi, di ripercorrere (molto bene) strade già battute abbondantemente da altri e di non avere, in conclusione, grande personalità.

Tuttavia i Lik ci sanno fare davvero: tecnica eccellente ci accompagna nei numerosi cambi di tempo, voce blasfema e chitarre grattanti come richiesto dai più puri canoni dello swedish sound, batteria assidua e assoli melodici indovinati.

Dopo ascolti più attenti, anche le singole songs presentano spunti che le differenziano tra loro: eccellente la riffosa e trasheggiante opening “To kill”, superbe le classicamente swedish “Rid you of your flesh” (notevole il finale all’insegna della melodia più veloce e cattiva) e “Celebration of the twisted” (più cadenzata e riflessiva), bello il riff iniziale di “Dr. Duschanka” e malinconica e azzeccata “Embrace the end”.

Per concludere, siamo davanti ad un ottimo disco di death svedese classico, suonato con tecnica e produzione moderne, capace di richiamare lavori molto antichi nell’atmosfera quali quelli di Carnage, Nihilist, Grotesque e i primissimi Grave, accanto a band più recenti ma altrettanto importanti come Bloodbath e Interment.

Sicuramente i Lik ci sanno fare, non siamo davanti ad un capolavoro, ma ad un’uscita importante che le nostre orecchie metalliche non devono lasciarsi sfuggire.

 

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5. Blood of Christ – Unrelenting declivity of anguish – CDN Records

 

Il Canada, a differenza di quanto accadde nei vicini States, ha sempre avuto una scena estrema maggiormente dedita al black metal, genere che, come spesso succede, prolifera senza che le masse conoscano granchè delle band che lo compongono; il death metal canadese ha avuto pochi rappresentanti di spessore, su tutti i Kataklysm (per lo meno all’inizio) e i Cryptopsy (band che non ho mai adorato), anche se la scena underground è sempre stata ricca e produttiva.

Ed è proprio in questo microclima che si sono formati, nei primi novanta, i Blood of Christ, che, oggi, possono essere considerati dei veterani del movimento canadese pur essendo giunti soltanto al quarto album in 25 anni di carriera.

In realtà, sono conosciuti soltanto da pochi, da coloro che hanno sempre spulciato le zines di settore, prima cartacee e poi online, per conoscere e ascoltare la musica prodotta da band che, come i nostri, non sono mai uscite dalla loro dimensione locale.

La proposta dei B.O.C. merita tutta la nostra attenzione: i ragazzi di Toronto suonano un classico death metal possente (voce dura e cavernosa, chitarre riffose e batteria blastbeateggiante) che potrebbe benissimo essere collocato nella Florida o nella città di Buffalo dei primi anni novanta.

Non è, tuttavia, un prodotto di maniera, buono soltanto per confermare i canoni del genere senza aggiungere nulla di nuovo: i B.O.C. dimostrano di saperci fare parecchio anche con l’uso delle tastiere e con partiture melodiche di assoluto valore; nel disco ho trovato interessanti le parti sparate spesso precedute da arpeggi o passi di melodia rilassanti sempre azzeccati.

A livello compositivo, i nostri sanno condurci attraverso i più classici (ma originali) riff da headbenging fino a parti che risultano quasi technical death grazie al sontuoso tappeto di doppia cassa sovente all’opera nel corso del disco; bella e rauca la voce, di assoluto rilievo la tecnica complessiva dei musicisti che ci fa capire come i nostri suonino questa roba da parecchi anni; da menzionare la potenza e pulizia della produzione.

La song che meglio rispecchia le capacità del combo è di certo “Dragooned by Jupiter”, dove i cambi di tempo furiosi rimembrano mostri sacri quali Death e Cannibal Corpse; tuttavia, nel resto del disco, non c’è una canzone che non mi sia piaciuta: di rilievo anche l’arpeggiosa e allo stesso tempo brutale, “Obese legions” e “Iron river… Conquer the wilderness”, dove i nostri decidono di tornare a sonorità classicissime incentrate sull’assalto diretto e i cambi di tempo che hanno reso famoso il genere; molto bella la lunga “The cursed”, nella quale i veterani passano dal riff doomeggiante a quello sparato con naturalezza e grande precisione tecnica; benissimo anche la conclusiva, aggressiva, title track.

Insomma, un disco che non mi lascerei sfuggire, soprattutto se siete amanti di quel death metal della prima ora capace di evolversi e diventare atmosferico al punto giusto.

Non è facile trovare band moderne capaci di suonarlo per bene come hanno fatto in questo disco i B.O.C. Mi direte: in effetti sono dei veterani; vero, e anche per questo mi pare corretto rendere merito al loro sforzo, giusta ricompensa per una carriera in cui, fino ad ora, è stato loro riconosciuto molto meno di quello che si sarebbero meritati.   

 

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6. Micawber – Beyond the reach of flame – Prosthetic Records

 

La città di Milwaukee, Wisconsin, è nota (non certo a tutti) principalmente per tre motivi: per aver dato i natali a Jeffrey Dahmer (in seguito tragicamente conosciuto come il mostro di Milwaukee), per essere la città della Harley Davidson e per essere la casa dei gloriosi Milwaukee Bucks.

Il fatto che i qui recensiti Micawber provengano proprio da Milwaukee non aiuterà certo a dare ulteriore lustro e notorietà alla città e allo Stato del Wisconsin in generale: tuttavia, i nostri, giunti fin qui dopo un full lenght e un numero consistente di uscite minori, piazzano il colpo vincente, un bel canestro da tre punti sulla sirena.

I Micawber suonano un poderoso death metal dalla costruzione classica, impreziosito da spunti hardcoreggianti, parti lente, assoli di altissimo livello e suoni particolarmente curati.

L’impostazione dei pezzi segue la linea del classico death tecnico thrashoso nordamericano: voce possente, via di mezzo tra il growl e lo scream, chitarre vorticose intenzionate a cambiare tempo ogni volta che possono, basso ben strutturato e gradevolmente udibile, doppia cassa a farla da padrona. Il risultato è un disco potente ma allo stesso tempo capace di creare una certa atmosfera rock.

Il sontuoso riff iniziale della title track vale da solo il prezzo del biglietto; questa canzone, così come “The starless sky” e “In shadow and light”, rappresenta il momento più alto del disco, la sintesi del livello sonoro che i nostri sono in grado di offrire.

Piacevole scoperta da un underground di valore, quale è quello che caratterizza tutte le città collocate nella zona dei Grandi Laghi americani, un disco che merita di essere ascoltato e sarà apprezzato soprattutto da coloro che nel genere cercano band capaci di esprimere potenza, senza dimenticarsi di avere un’anima.

 

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7. Abythic – Beneath Ancient Portals – Blood harvest

 

Dopo un eccellente EP uscito qualche anno fa, ecco che i teutonici Abythic sfornano il loro album di debutto. E centrano in piano l’obiettivo.

I nostri riescono nell’intento di suonare il più classico dei death metal di ispirazione americana (band di riferimento Morbid Angel e Autopsy) con originalità e sentimento.

Riff ben orchestrati, cambi di tempo che ci regalano ispiratissime parti doomeggianti all’insegna dei ritmi più cavernosi e malati, batteria che spacca, voce classica e convincente: il disco, a mio modo di vedere, non presenta punti deboli, anche in considerazione che siamo difronte ad un esordio.

Capisco che qualcuno potrà storcere il naso innanzi a tanto entusiasmo, dal momento che, indubbiamente, gli Abythic non scrivono capitoli di particolare innovazione all’interno dell’immenso panorama del genere: tuttavia, quando una band moderna sa suonare il vecchio death metal con l’originalità di questi debuttanti tedeschi, sono dell’idea che lo sforzo vada premiato senza tanti pensieri.

Tra le songs più riuscite, inserisco la sontuosa “Abandoned tombs on ungodly ground”, nella quale i nostri ci trascinano attraverso riffs incalzanti e intermezzi quasi doom che creano un’atmosfera cupa e tenebrosa di assoluto valore; inoltre, sono notevoli “Purulent phantasm” per il possente riff iniziale (che rappresenta anche il biglietto da visita del disco), la sloweggiante e cattivissima title track e “Afterwards behind beyond”, dove, invece, gli Abythic decidono di andare veloce, stopparsi e ripartire con ancor più aggressività.

Il tutto condito da una tecnica davvero di livello per una band al debutto e da una produzione (curata dalla casa svedese Blood harvest che rappresenta una garanzia per questo genere di dischi) che valorizza le doti musicali del combo.

Ammetto di essere un fan di questo tipo di prodotti, soprattutto quando, come in questo caso, sono in grado di ricreare quell’atmosfera mortifera dei primi nineties; tuttavia, sono certo che, anche a voler essere più realisti ed obiettivi, il lavoro degli Abythic resta un disco che tutti i deathmetallers, anche i più esigenti, troveranno eccellente.

 

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8. Ritual Necromancy – Disinterred Horrors – Dark descent Records

 

Secondo lavoro per questi estremisti sonori provenienti dalla floridissima (musicalmente) città di Portland, Oregon.

Ci troviamo davanti ad una band emergente che esplora le profondità più oscure del death metal; da un punto di vista di layout e atteggiamento i nostri appaiono maggiormente ispirati da band tipicamente black metal: riti satanici, vestiario stile Mayhem e testi ispirati all’odio verso il Divino; la musica rappresenta una fusione tra un death metal aggressivo e caotico (tipo Blasphemy), un black metal grezzo e primitivo (Bathory) e un doom che traspare qua e là e fa il suo ingresso trionfale nella lunga, possente e malvagia “Cymbellum Eosphorous”.

Voce gutturale, parti veloci incentrate sull’assalto volutamente scoordinato messo in pratica dai riff ripetitivi e taglienti delle chitarre e dal tappeto di doppio pedale della batteria; l’atmosfera particolarmente satanosa è garantita, inoltre, dalla registrazione frusciante che tende a far confondere gli strumenti creando un muro sonoro sconcertante.

Album che a me è piaciuto parecchio, proposta davvero estrema che va compresa e deve considerarsi dedicata a personaggi amanti di band che suonano un death metal di stampo primitivo e caotico.

Le migliori: la brutalissima “Command the sigil” e la più complessa “Discarnate machination”.

Sono soltano 5, lunghi, pezzi, per un totale di 37 minuti di abominevole assalto sonoro, al termine del quale le nostre certezze e le nostre speranze in un futuro migliore saranno irrimediabilmente distrutte.

 

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9. Valgrind – Blackest horizon – Everlasting Spew

 

Siamo dovuti arrivare a maggio inoltrato per riuscire a trovare un prodotto nostrano in grado di entrare nelle nostre classifiche e il merito è degli emiliani Valgrind, prodotti dalla bresciana Everlasting Spew, sempre pronta a dare voce alle band estreme italiane.

I Valgrind sono una band veterana, attiva dai primi anni novanta e giunta al terzo disco con il presente “Blackest horizon” e hanno le idee molto chiare.

I nostri arrivano tra noi suonando un classico death metal di stampo americano primi anni novanta, i cui principali ispiratori sono i Morbid Angel e, a seguire, i Deicide, i Monstrosity e, a tratti, gli Obituary.

Il prodotto segue una linea compositiva molto diretta, non particolarmente originale, anche se i nostri, con l’inserimento di rallentamenti più melodici e con l’uso sapiente e non ingombrante delle tastiere, riescono spesso a rendere l’atmosfera del disco più cupa e tagliente di quello che accade in prodotti death classici come il presente.

La voce di Daniele Lupidi è una via di mezzo tra Trey Agzathot e John Tardy e a me piace parecchio, il resto della band viaggia su livelli tecnici assoluti: unico neo, la parte ritmica della batteria che ho trovato troppo incentrata sulla ricerca della velocità.

Venendo alle songs, mi è piaciuta molto la violenta “Victorious”, con la quale il disco si apre, oltre alla title track (più ragionata e melodica) e alla poderosa “The empire burns”; le ultime tre songs dell’album sono tre capitoli di un’unica track (“Last angel”) e raggiungono livelli di impatto sonoro notevoli (soprattutto le prime due, “Into the unknown” e “The psychonaut”), dandoci prova dell’ottimo livello tecnico che i nostri sono in grado di raggiungere.

Considerato che i Valgrind sono stati piuttosto attivi negli ultimi anni, è da apprezzare la capacità compositiva della band, che è in grado di regalarci 10 pezzi ispirati e sentiti che faranno la gioia di tutti coloro che amano il death metal.

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10. Slaughterday – Abattoir – F.D.A. Records

I tedeschi Slaughterday dichiarano apertamente di suonare “Vintage Death Metal” e non si sbagliano.

Nati nel 2010, i nostri arrivano qui al terzo full lenght, anche se, in realtà, siamo davanti ad un minialbum: 4 pezzi nuovi e due cover (di Trouble e Amorphis) compongono la tracklist di “Abattoir”.

I ragazzi della Sassonia suonano un compatto e chiaro death metal della tradizione, infarcito di passaggi melodici tipicamente tedeschi, il tutto condito dalla solita tecnica invidiabile e da una produzione eccelsa.

Vociona growleggiante altissima, chitarre aggressive e cambi di tempo a profusione: non mancano le parti ritmate, che, tuttavia, come sempre accade per le band death classiche tedesche, risultano ancora più poderose dei passaggi sparati.

Le parti veloci sono incentrate sul più traditional dei “tumpa tumpa” nordeuropeo, ma non sono mai banali: la forza del prodotto sta proprio nella convincente parte ritmica che è in grado di accompagnare e dare variabilità ai riffs che non brillano certo per originalità.

Il pezzo migliore è indubbiamente “Wasteland of demise”, nella quale i nostri aggrediscono per quasi 5 minuti di possente e caratteristico death metal della tradizione; un gradino sotto, la cadenzata e più lunga “Phantasmal death”, dove la morte fantasma arriva cavalcando le casse della batteria ed è introdotta da un bellissimo assolo melodico, e la classicissima “Cursed by death” incentrata sui riff trashosi delle chitarre; interessante la lenta e cattiva cover dei Trouble “Victim of the insane”; il lavoro si chiude con la non indimenticabile altra rivisitazione di “Grails Mysteries” dei finnici Amorphis.

Alla fine, il disco merita più di un ascolto, ha il pregio di non annoiare e di denotare una certa personalità; consigliato agli amanti dell’old school in cerca di prodotti con il pedigree giusto.

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Redazione

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