1985 – 1991: Le Origini del Death Metal. 20 Dischi Fondamentali

Ci sono cose che ci sono sempre state. O per lo meno, a noi sembra così: certi affetti, certe sensazioni, alcuni luoghi, in breve… Alcune cose che ci appartengono.
Eppure, non è sempre stato così: c’è stato un tempo in cui tutto quello che siamo non esisteva ancora, ma, cosa più importante, c’è stato un momento in cui tutto ha avuto inizio.
Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo sui 20 album che hanno dato origine al death metal, ho subito avuto questo genere di pensieri: per me il death metal c’è sempre stato, quando a 13 anni ho ascoltato il mio primo disco death, “Legion” dei Deicide, il genere era già nato, cresciuto e diventato maturo.
In realtà, anche il death metal, come tutte le cose degli uomini, ha avuto un punto di inizio, un momento in cui si è rivelato al mondo ed è stato catalogato ufficialmente come un sottogenere, dal quale sarebbero proliferati altri sottogeneri.
Ho deciso di stilare una lista dei “veri” album death metal delle origini, ben consapevole che, di fatto, il genere esisteva già nelle note di band storiche che, tuttavia, non erano sempre del tutto consapevoli di quello che stavano svelando al mondo, di quello che stavano creando imbastardendo la loro musica, modificando i canoni dei generi che già avavano visto la luce.
Mentre per il black metal, si potrebbe prendere a riferimento un disco, “Black metal” dei Venom, in cui il globo ha, per la prima volta, sentito questa locuzione, che, di lì a poco, avrebbe dato vita ad uno dei più importanti e longevi sottogeneri del metal, altrettanto non si può dire per il death metal.
Non esiste un album con il titolo diretto “Death metal”, (o meglio, esiste e appartiene ai mitici svedesi Dismember di Matti Karki, ma è datato addirittura 1997, un tempo in cui il genere era già ben definito e strutturato), ma esiste una canzone che si intitola così, è l’ultima traccia di “Seven churches” dei Possessed, 1985, album considerato la pietra miliare del genere, la cellula originaria della materia, preceduto da un demo dei pionieri di San Francisco dell’anno precedente dallo stesso titolo.
I primi vagiti del subgenere risalgono, in realtà, ai primi anni ottanta, quando i Venom uscirono con il capolavoro “Welcome to hell”: era il 1981, ed è stata la prima volta che una band introdusse nella propria musica la voce urlata e strisciante, i suoni oscuri e cattivi, la batteria vagamente beateggiante e le tematiche sataniche e dark; si trattava dei primi sussulti di quelle che, in seguito, le prime band death metal avrebbero reso, sviluppandole, le caratteristiche del genere, i canoni che sono stati tramandati fino ad oggi.
Attraverso i Celtic Frost, gli Exodus, tutto il thrash americano e soprattutto “Reign in blood” degli Slayer si è arrivati, a metà anni ottanta a “Seven churches” dei Possessed., appunto, il primo disco che, a mio modo di vedere, può essere considerato death metal a tutti gli effetti.
Da lì in avanti, la storia è proseguita, ha scritto innumerevoli capitoli fino ad arrivare ai giorni nostri e, auspicabilmente, andare ancora avanti per noi, per quelli come noi che verranno e nel ricordo di quelli come noi che oggi non ci sono più.

 

 

Possessed – Seven Churches – Combat Records, ottobre 1985

 

La differenza tra questo disco e alcuni lavori a lui contemporanei è molto sottile: “Pleasure to kill” dei Kreator, “Bounded by blood” degli Exodus, “Reign in blood” degli Slayer; si trattava di dischi, in cui la thrashosità del sound si stava pericolosamente imbastardendo, stava diventando brutale, oscura, diversa.
Tuttavia, ciò che oggi, frettolosamente ma correttamente, potremmo definire come death/thrash, allora era sostanzialmente ancorato al vecchio thrash; le valutazioni di oggi non tengono conto del periodo in cui questi dischi vedevano la luce, un periodo in cui il death ancora non esisteva e questi album venivano catalogati come una forma di thrash particolarmente brutale e demoniaco.
Seven churches” ha qualcosa di diverso: oltre all’aggressività del thrash, ci trovo il primo embrione del riff, della melodia tipica del death metal; una parte ritmica, che, seppur caotica e primitiva, è più dura e tecnica.
E’ un disco di rottura, è qualcosa di diverso.
I Possessed nascono nel 1983 a San Francisco e, come ci si può immaginare, all’inizio sono una band thrash che si mescola con tutte le altre, innumerevoli, che compongono il panorama thrash estremo della Bay Area. Il cantante e bassista, Jeff Becerra, ai tempi aveva 15 anni. A 17 anni compose e suonò, insieme ad un gruppo di coetanei, “Seven churches”, il disco che è passato alla storia per essere stato il primo album death metal di sempre.
La musica è convulsa, le tematiche delle songs tipicamente sataniche, la voce di Becerra striscia pericolosamente ai confini del caratteristico thrash violento alla Exodus per avvicinarsi a qualcosa che di lì a poco diventerà il growl.
Il viaggio verso il death metal dei nostri inizia con una breve intro satanosa, un piccolo intermezzo che sentiremo spesso nei lavori di genere di quel periodo, per poi proseguire con il primo riff death metal della storia: “The Exorcist” non è certo il pezzo più interessante del disco, ma sprigiona aggressività e potenza, chiama l’ascoltatore all’headbanging più forsennato ed è pervaso di brutale oscurità.
Ci sono dischi thrash puri di quel periodo che, forse, sono più duri e pesanti di “Seven churches”, ma non hanno la sua ricerca del riff, della melodia, della costruzione del pezzo non solo alla ricerca della velocità e del massacro sonoro, ma anche con uno sguardo alla volontà di creare una diversa forma di tormento sonoro.
E’ difficile descrivere questo disco a così tanti anni dal suo varo: di fronte a prodotti moderni, nei quali i musicisti raggiungono livelli tecnici e compositivi di valore assoluto, “Seven churches” può quasi sembrare superato.
Invece, per me non è così: non solo perchè lo contestualizzo e lo pongo nel momento storico in cui è stato suonato, ma in valore assoluto; è un disco grezzo e primitivo dal quale innumerevoli bands hanno tratto ispirazione e i cui livelli di aggressività caotica sono tutt’oggi difficili da ottenere.
Ai tempi, la Combat Records fece uscire il lavoro su vinile, con una registrazione più che buona se riferita ai canoni del tempo: rimasterizzato il disco è forse più poderoso ma perde l’intensità e la rozza cattiveria dell’originale.
La tecnica dei musicisti non è certo impeccabile, ma del disco va apprezzata l’atmosfera che sa creare, la proposta musicale innovativa e la profonda malvagità.
La song più bella, per me, è la velocissima “Burning in hell”, seguita dalla possente song-manifesto “Death metal”, “Pentagram” per il riff da headbanging centrale della canzone e “Twisted minds” per la varietà dei riffs che la compongono.
Forse, oggi, se un papà deathmetaller facesse ascoltare questo disco al proprio giovane erede, costui non ci troverebbe nulla di imperdibile, essendo il suo giovane orecchio abituato a sonorità pulite, livelli esecutivi eccellenti e voci poderose.
Potrebbe non capire il nostro entusiasmo di fronte a tale monumento: dovrà essere il padre a spiegargli, con pazienza, che un tempo la musica era questa e, nel 1985, quando “Seven churches” vide la luce, nessuno aveva mai suonato niente di simile e, se Jeff Becerra e i suoi compari brufolosi non avessero incrociato i loro strumenti in qualche garage di Cisco, oggi forse il death metal non esisterebbe. O forse, esisterebbe, ma potrebbe non essere la stessa cosa.

 

 

Necrophagia – Season of the dead – New Renaissance Records, febbraio 1987

 

Dopo “Seven churches” e prima di “Scream bloody gore”: in questo anno e mezzo abbondante la scena prolifera producendo un numero imprecisato di full lenght, tra i quali, ancora oggi, per alcuni, sarebbe contenuto il primo vero disco death metal della storia, non riconoscendo tale etichetta a “Seven churches” e affermando che qualcosa di death puro sia stato varato prima di “Scream bloody gore”.
Per quanto mi riguarda e per quello che può valere, il primo vero disco death metal della storia è “Scream bloody gore”, anche se riconosco a “Seven churches”, come detto prima, il suo valore pionieristico.
Tuttavia, nel lasso temporale di cui sopra, in effetti, qualcosa si è mosso: e tra i tanti movimenti, quello che mi è sempre sembrato maggiormente vicino al seme del death metal è stato il primo disco pubblicato dai Necrophagia.
La band dell’Ohio, in realtà, aveva già registrato un disco, “Ready for death” che vide la luce soltanto alla fine del 1990 per chissà quali ragioni, e che, riascoltato oggi, appare più death metal di “Season of the dead”, uscito prima ma composto dopo.
Tuttavia, noi dobbiamo attenerci al criterio cronologico di pubblicazione e quindi, il nostro disco di riferimento resta “Season of the dead”.
I Necrophagia hanno sempre ruotato attorno alla figura del singer Killjoy Pucci, prematuramente scomparso quest’anno, il quale era anche l’anima ispiratrice della band.
“Season of the dead” non è il miglior disco dei nostri: personalmente apprezzo maggiormente “Holocausto de la morte” o il recentissimo “Whiteworm cathedral”, ma è innegabile che in “S.O.T.D.” ci sono tutti i presupposti di quel meraviglioso death metal lento che ha costituito per più di 30 anni il marchio dei Necrophagia.
Il problema di questo album è che è ancorato pesantemente al thrash: il tentativo di suonare qualcosa di nuovo si coglie ma non giunge a compimento; sono thrash i riffs, ma non nel senso che richiamano certe thrashosità, nel senso che sono proprio thrash nell’anima. Vero che trattasi di un thrash innovativo, più incentrato sulla cadenza che sulla velocità, con l’introduzione di una voce maggiormente scream e putrida ma ancora lontana dal timbro che Killjoy saprà imprimere alla sua musica negli anni a venire.
L’album nel complesso è brutale, cattivo, le tematiche delle songs sono incentrate sull’horror movies anni ottanta, tutte caratteristiche che fanno propendere verso la piena appartenenza del disco al panorama death metal.
Il confine è davvero sottile: questo album contende davvero a “Scream bloody gore” il titolo di primo disco death metal della storia; mentre le sonorità thrash di “Seven churches” erano davvero preponderanti e lo sforzo dei Possessed deve essere considerato un primo embrione del genere, qui, invece, le caratteristiche ci sono tutte.
Rimango della mia idea: “Season of the dead” vuole essere death metal senza riuscirci pienamente; è un disco che mi piace ma che sento più thrash che death.
Resta una mia opinione e, proprio per questo, non ho potuto fare a meno di parlarne in questo articolo.
Anche per rendere onore e merito ad una delle mie band preferite di sempre, i Necrophagia appunto: una band che, certamente, avrebbe potuto scrivere pagine importanti in quel periodo pionieristico, ma che, tuttavia, dopo l’uscita di questo disco, si è di fatto sciolta per più di dieci anni, fino a quando Phil Anselmo convinse Killjoy a riprendere in mano il microfono e tornare a comporre musica.
“Season of the dead”, probabilmente, non è il primo disco death metal della storia, ma è un album di riferimento per tutti coloro che, in seguito, hanno suonato quell’horror death metal pesante e sloweggiante di cui i Necrophagia sono stati capostitpiti e migliore espressione in tutto il globo.
Alcuni mesi dopo, i Death si sarebbero rivelati al mondo con il loro primo full lenght, mentre i Necrophagia sarebbero rimasti, nei dieci anni successivi, i dieci anni più proficui per il death metal, lontani dalle scene, lasciando in eredità al mondo “Season of the dead”, il primo, sottovalutato, seppur estremamente acerbo, esempio di horror death metal della storia.

 

Death – Scream bloody gore – Combat Records, maggio 1987

Poco meno di due anni dopo “Seven churches”, dalla parte opposta degli States, ossia nella assolata Florida, i Death di Chuck Schuldiner ci regalano il primo vero album death metal a tutti gli effetti della storia.
Se nel suddetto prodotto dei Possessed la vena thrash era ancora predominante, tanto che, in molti, ancora oggi, non lo ritengono un album death metal nel vero senso della parola, e se “Season of the dead” dei Necrophagia continua a lasciare dei dubbi sulla sua reale appartenenza al death metal, con “Scream bloody gore” il genere che oggi conosciamo scrive il primo vero capitolo della sua esistenza, il suo manifesto, arrivato immortale e bellissimo fino ai giorni nostri.
I Death erano attivi in quel di Orlando già da diversi anni prima dell’uscita del loro primo disco, in origine sotto il logo Mantas, e hanno rappresentato la palestra in cui si sono formati tantissimi musicisti, che, negli anni a seguire, hanno dato vita a band che sono entrate nella storia del genere, partorendo dischi tutt’ora di riferimento.
Basta pensare che, negli anni tra il 1985 e il 1990 più o meno, alla corte di re Chuck suonarono Chris Reifert, che dopo la registrazione di “S.B.G.” tornò nella sua San Francisco per varare il primo disco-capolavoro dei suoi Autopsy, “Severed survival”, Terry Butler, bassista degli Obituary, Steve Di Giorgio dei Sadus, ritenuto il più grande interprete dello strumento a quattro corde, Kam Lee e Rick Rozz dei Massacre, Matt Olivo dei Repulsion e Paul Masvidal, chitarrista ispiratore dei Cynic.
Quando “S.B.G.” venne alla luce, Chuck e i Death sapevano già benissimo cosa fare: erano anni che i Mantas prima e i Death poi erano in giro, sfornando demo, rehersal tapes e facendosi conoscere dal vivo.
Posseggo una tape del disco; era uscita, nei primi novanta, in una collana sul metal proposta dal Corriere della Sera, sotto il logo Armando Curcio Editore: ricordo che chiesi a mio padre di comprare Il Corriere una volta a settimana, quando era allegata la tape metal; lui mi dava i soldi ma si vergognava a chiedere il Corriere in edicola perchè giornale troppo vicino al sistema democristiano. Sul retro della tape c’erano le foto dei tre membri del gruppo: Chuck voce chitarre e basso, Chris Reifert alle pelli e un certo John Hand, chitarrista, che faceva parte della band ma non partecipò alla registrazione del disco per motivi a me ignoti; molte volte, il confine tra la notorietà e l’indifferenza è davvero sottile, chissà se John Hand si è mai pentito di non essere ricordato per aver preso parte alla registrazione di un disco-monumento come questo, pur facendo parte della band.
L’apertura di “Infernal death”, la prima song del disco, ci fa comprendere da subito che siamo di fronte a qualcosa di nuovo; il passaggio dal thrash al death è compiuto: il riff sloweggiante con cui attacca la canzone, i cambi di tempo e le parti veloci che sono più tirate e cattive di quanto facevano le band thrash classiche non lasciano dubbi; a tutto questo va aggiunta la voce gracchiante di Shuldiner, che rappresenta il primo growl-scream della storia.
Non siamo ancora innanzi ad una voce death classica, growl a 360 gradi, come avverrà di lì a poco in prodotti a marchio Morbid Angel, Deicide o Cannibal Corpse; tuttavia il salto è compiuto, l’agonizzante scream di Shuldiner entra nella storia, inconfondibile e inimitabile ancora oggi, riff melodici e gracchianti, assoli tremolanti e cambi di tempo: è nato il death metal.
Solo per questo “S.B.G.” andrebbe apprezzato e messo nei primi dieci dischi più importanti di sempre per tutto l’heavy metal, ma sarebbe riduttivo: l’album, ancora oggi, resta eccellente in valore assoluto, non è il mio album preferito dei Death, scelgo “Leprosy” su tutti e, a seguire “Spiritual healing”, prima che Chuck virasse su composizioni più tecniche con “Human”, album bellissimo ma con meno cuore dei suoi predecessori.
Non ci sono canzoni banali nel disco, ma le mie preferite sono “Zombie ritual”, “Mutilation”, “Evil dead”, “Sacrificial”, “Regurgitated guts” e la title track.
Mi risulta semplicissimo scrivere di questo disco, così come lo sarà per “Leprosy” e “Spiritual healing”: sono album che conosco a memoria e mai mi stuferanno; mi rendo conto che è passato un sacco di tempo, tutto questo è antico musicalmente parlando, magari piace solo a quelli come me che hanno qualche annetto sulle spalle.
Tuttavia, mi gaso sempre a pensare a questi 20enni che si sparavano film horror dalla mattina alla sera e scrivevano songs che parlavano di zombies, splatterosità varie e nefandezze del genere: probabilmente si sono divertiti come dei matti anche durante le registrazioni, senza sapere (o almeno senza saperlo compiutamente) che dalle loro elucubrazioni musicali di ragazzi è uscito il disco che ancora oggi rappresenta il manifesto del genere, il primo pezzo del puzzle su cui il death metal è stato costruito, il disco che resta un punto di riferimento per tutti i deathmetallers del globo.

 

 

Bolt-Thrower – In battle there is no law – Vinyl Solution, giugno 1988

 

Mentre negli States le band più importanti stavano sviluppando il caratteristico sound death metal, incolonnate dietro ai maestri Death, al di qua dell’Oceano, nella Perfida Albione, stava crescendo un humus fertilissimo per i primi lavori europei da catalogare all’interno del death metal.
In quel periodo, alla fine degli anni ottanta, le band inglesi erano ancora pesantemente influenzate dal sound punk d’oltremanica, situazione che portò inevitabilmente i capostipiti a proporre un genere che poco aveva a che spartire con l’autentico death metal floridiano: il grindcore.
Tuttavia, anche qui, ad un certo punto, arriva un disco di rottura; un disco che, pur presentando pesanti influenze punkettose e grindocoreggianti, può essere definito il primo lavoro death metal europeo: “In battle there is no law” dei Bolt Thrower.
I giovanotti provengono da Coventry, una delle città maggiormente colpite dai bombardamenti della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale: il motivo per cui i nostri decisero di creare il war death metal non credo dipenda da questo, ma piuttosto da ispirazioni videogames oriented.
Il leader e cantante Karl Willets (oggi frontman dei Memoriam) è il padre fondatore dei Bolt Thrower, che rappresentano, oggi, una delle più grandi band death metal della storia.
In realtà, “In battle there is no law” è diverso dai successivi lavori dei maestri inglesi, i quali svilupperanno un sound più cupo e cadenzato, canzoni lunghe e dure; qui ci sono i primi embrioni di quello che sarà il war death metal, a partire dai testi.
La voce di Willets è maggiormente cavernosa di quanto propongano gli americani nello stesso periodo, ma è tuttavia pericolosamente ormeggiata in territori grind: tende ad essere poco chiara, strisciante, sputata; la batteria è sempre lanciata a tutta, i cambi di tempo sono rari e servono soltanto per far ripartire l’assalto; le chitarre disegnano una riffosità ripetitiva e brutale, impreziosita da assoli che, qui sì, ricordano di brutto il death metal; così come lo ricordano le parti più lente, che sono rare, ma ci sono.
Il disco si apre con la violentissima title track e prosegue sulla stessa linea di assalto sonoro, brutale e senza compromessi: l’album ha un sapore antico che trovo, ancora oggi, bellissimo, la capacità di mescolare l’hard core e il punk inglese con il nuovo death metal, creando un prodotto geograficamente e temporalmente ben localizzato, unico.
Ho deciso di indicare questo disco come il primo lavoro death metal europeo, anche se le influenze punk e grind sono davvero intense; tuttavia, anche per la storia musicale che i B.T. avranno negli anni a venire, questo disco resta un punto di riferimento, un punto di partenza per il death metal europeo molto più di quanto lo furono i dischi di Carcass e Napalm Death che, almeno inizialmente, suonavano indubitabilmente grindcore.
Le songs migliori sono la title track, “Denial of destiny”, “Attack at the aftermath” e “Psychological warfare”, non tanto perchè siano più belle delle altre, ma per il fatto che sono quelle in cui i nostri maggiormente si sforzano per compiere il salto che li porterà, in un futuro non troppo lontano, a suonare il primo autentico war death metal della storia.
Oggi, i B.T., come molte delle band di allora, non esistono più; dopo un numero di album notevole, che ha avuto il suo apice, per me, con “The fourth crusade” del 1992, si sono sciolti nel 2016, dopo 30 anni esatti di attività.
Karl Willets ha fondato i Memoriam, che suonano un death metal moderno ma terribilmente influenzato dai vecchi B.T. e da tante altre band come loro, band che hanno esordito tanto tempo fa, ma che sono state capaci di suonare una musica, allora nuova, in grado di arrivare fino ai nostri giorni.
Dobbiamo essere grati ai ragazzi di Coventry per aver avuto il coraggio di mettere insieme questi 30 minuti di guerresco death metal della prima ora, per aver regalato agli ascoltatori europei un disco che, ancora oggi e nonostante le pesanti influenze punk-grind, si può tramandare come il primo album death metal che ha visto la luce sul suolo della vecchia Europa.

 

 

Death – Leprosy – Combat Records, novembre 1988

Se con “Scream Bloody Gore” i Death hanno scritto la prima pagina di death metal della storia, l’anno successivo, con “Leprosy”, i nostri hanno dettato l’indice dei canoni del genere per il futuro; se “S.B.G.” rappresenta l’esordio del death metal sul palcoscenico della musica mondiale, il suo primo vagito di neonato, “Leprosy” ne consuma la piena consacrazione, il raggiungimento di un livello compositivo ed esecutivo che, ancora oggi, rasenta la perfezione; se “S.B.G.” può essere definito il manifesto del death metal, “Leprosy” E’ il death metal.
Tutto ciò che in “S.B.G.” era accennato, o anche compiuto ma con le dovute imperfezioni di un disco pionieristico, qui è sviluppato e i difetti dell’esordio spariscono, lasciandoci in dono, a mio modesto parere, il disco più bello della storia del death metal ancora oggi.
Nella line up, accanto a Chuck che si occupava di voce, chitarra e basso, ci sono Bill Andrews alla batteria e Rick Rozz all’altra chitarra, entrambi membri fondatori dei cugini Massacre, avendo Chris Reifert fatto ritorno a Cisco per portare avanti il suo progetto con gli Autopsy.
Lo sviluppo del suono e della composizione di Shuldiner è mostruoso ed evidente: la sua voce diventa ancora più caratteristica, sparata sulla faccia, agonizzante, potentissima; il lavoro delle chitarre assurdo, riffs bestiali che entrano nel cervello, assoli studiati e melodici al punto giusto; cambi di tempo continui e profondi; batteria vorticosa e mai doma; basso devastante che da varietà e solidità alla linea compositiva (pregevole l’assolo di “Born dead” come ciliegina sulla torta).
In una parola: death metal. Il disco non raggiunge la brutalità dei primi Cannibal Corpse, la furia dei primi Morbid Angel o la velocità di roba tipo Sadus e Terrorizer, ma risulta più potente di tutto quello messo insieme dalle suddette bands; è morboso, cattivo, splatter, sembra proprio che i nostri si divertano a smembrare le orecchie dell’ascoltatore trascinandolo in un viaggio malato verso la fine.
Conosco il disco a memoria, passaggio dopo passaggio: non esistono songs migliori di altre, sono tutte una diversa dall’altra, hanno spunti che le caratterizzano e le rendono varie, orecchiabili ma allo stesso tempo estreme.
Si parte con la title track: si tratta della prima song complessa della storia del genere, si raggiungono gli oltre 6 minuti di musica, partendo dal riff slow introduttivo della prima sparata aggressiva dell’album, per poi tornare al mid tempo cadenzato e aggressivo che conduce al bellissimo ritornello nel quale la voce di Chuck ci fa immaginare la degenerazione della malattia sul corpo del povero lebbroso.
Segue “Born dead”, della quale ho già detto in merito allo splendido assolo di basso, canzone più cruda e diretta; si prosegue con “Forgotten past”, riff storico del ritornello stoppato, velocità assassine, una song che è entrata nella storia del genere e che ci introduce alla successiva, potentissima, “Left to die”, nella quale l’ascoltatore non può fare a meno di lasciarsi trascinare dal riff melodico lanciato a velocità assassina, durante il quale Chuck vomita la sua agonia, canzone bellissima.
Con “Pull the plug”, arriviamo forse al top: se un alieno mi chiedesse che cosa è il death metal, gli farei ascoltare questa canzone, nella quale i Death passano dalla sparata al riff lento, sloweggiante, headbanging oriented allo stato puro; dopo circa due minuti di assalto, all’improvviso lo stop e la partenza del riff più azzeccato della storia del genere, tutt’oggi ineguagliato e impreziosito da un bellissimo assolo melodico che lo rende incalzante, inquietante e poderoso.
“Open casket” ci regala uno stupendo ritornello all’insegna del climax: riff crescente in velocità e densità con la voce di Chuck urlata che ripete, agonizzante, il titolo della song, altro pezzo imperdibile.
Si prosegue con la diretta e fulminante “Primitive ways” nella quale i nostri decidono di andare veloci, per poi virare nuovamente, nella conclusiva “Choke on it”, in direzione di sonorità riffose, doomeggianti e vagamente melodiche.
A mia modesta opinione, siamo davanti al capolavoro inarrivato del genere: Chuck e i Death, prima del prematuro trapasso del loro leader all’inizio del nuovo millennio, scriveranno altre pagine di musica eccellente, raggiungendo capacità tecniche e compositive assolute, ma questo disco, più ancora del successivo “Spiritual healing”, continua, per me, a rappresentare il momento più autentico e significativo della produzione di Shuldiner, il disco dal quale tutte le band death metal, grandi e piccole, famose e rimaste nell’underground, hanno pescato a piene mani per influenza e ispirazione.
Non resta che lasciar suonare il disco nello stereo tutte le volte che sentiremo il bisogno di ascoltare qualcosa di autentico, irripetibile e, per noi amanti del death metal, bellissimo; tutte le volte in cui, come dice il ritornello della title track, avremo bisogno di quella musica che “… Will take control and bring you to your death… “.

 

 

Autopsy – Severed Survival – Peaceville, aprile 1989

 

Dopo essere tornato a casa, conclusa l’esperienza al fianco di Chuck Schuldiner nei Death, Chris Reifert si è dedicato alla sua creatura Autopsy, fino a giungere, nell’aprile del 1989, al varo e alla registrazione dell’album di debutto della band californaina, “Severed survival”, capolavoro indiscusso arrivato fino ai nostri giorni quale uno dei punti di riferimento del genere.
La line up, accanto a Reifert che cantava da dietro le pelli, era composta da Danny Coralles ed Eric Cutler alle chitarre e da Steve Di Giorgio, quale guest sessionist al basso.
Gli Autopsy, a parte l’introduzione di diversi bassisti nel corso della loro storia, hanno mantenuto, e tutt’ora mantengono, la line up originaria: questo fatto, probabilmente, ha condotto i nostri attraverso un lunghissimo percorso di sviluppo e miglioramento del sound che ha avuto, come punto di partenza, questo meraviglioso disco del lontano 1989, quando i nostri, poco più che ventenni, ci regalarono il primo esempio di death metal influenzato dalla ricerca del matrimonio con il doom.
In realtà, lo scopo degli Autopsy viene solo parzialmente raggiunto: spesso, nel disco, le parti lente denotano un certo scollamento dal resto, si intuisce la potenzialità dell’idea ma permane una ancora imperfetta capacità di mettere in pratica la cosa in maniera del tutto convincente e fluida.
Il disco è un capolavoro per l’atmosfera marcia e horror che è in grado di produrre: “Severed survival” non è passato alla storia nè per la tecnica, ancora acerba, dei musicisti, nè per la capacità di sposare il death veloce con il doom.
E’ passato alla storia perchè la voce di Reifert è vomitata nel microfono come solo lui sa fare, perchè i riffs sono potenti e incalzanti, perchè il basso ci da l’idea di poterci spaccare il cervello da un momento all’altro; in una parola perchè è death metal malato della prima ora, sentito, agonizzante e cattivo.
Tutto il disco è meritevole, ma la canzone più riuscita è di certo “Ridden with disease”, dove la batteria incalzante è capace di lasciare spazio ad uno dei riff più lugubri e marcescenti della storia del genere nel ritornello; stupendo anche quello che i nostri riescono a fare nella cattivissima “Gasping for air” e nella putrida “Disembowel”; ma, come detto, le songs sono tutte meritevoli e restano nella storia del genere, “Stillborn”, “Pagan saviour”, “Severed survival”, “Critical madness”, “Service for a vacant coffin”: è difficile trovare un pezzo che non sia caratteristico del death metal marcio degli Autopsy.
La forza del disco sta nel fatto che siamo davanti ad un prodotto death metal vero, come per i lavori dei Death o dei Morbid Angel di quello stesso periodo: il superamento e l’abbandono delle sonorità thrash è ormai evidente, il genere ha trovato la propria strada maestra e gli Autopsy la percorrono con dedizione e convinzione assolute.
Adoro questo disco, ne posseggo un’edizione CD del 1990 Peaceville, la seconda in assoluto, quella in cui la copertina originale è stata censurata per lasciare spazio alla cover (bellissima) dei chirurghi zombies chini sul tavolo operatorio (peraltro uno dei soggetti dei miei molti tatuaggi metal): credo che questo cd possa valere qualche denaro oggi, ma, chiaramente, non me ne spossesserei nemmeno per cifre che mi renderebbero ricco (forse lo dico perchè so che nessuno me le offrirebbe); è stato il primo cd death metal che ho acquistato nella mia vita, forse ai tempi non perfettamente consapevole del valore musicale in esso contenuto.
Oggi, siamo in grado di affermare che quel prodotto, primitivo e vomitato sull’ascoltatore senza tanti ragionamenti, rappresenta una delle pietre miliari del genere, un manifesto di quell’horror death metal patologico, ricco di mid tempos, del quale gli Autopsy, con “Severed survival”, sono stati i pionieri e primissimi, meravigliosi, interpreti.

 

 

Morbid Angel – Altars of madness – Earache, maggio 1989

 

Un mese dopo l’uscita di “Severed Survival” degli Autopsy, ecco il primo full lenght dei Morbid Angel: i ragazzi della Florida con questo disco entrano di diritto nel gotha del genere; ancora oggi, le influenze di “Altars of madness” e del successivo “Blessed are the sick” sono le più presenti e utilizzate da parte delle band death metal moderne dedite ad un sound old school, veloce, putrido, aggressivo.
Rispetto ai cugini Death, i M.A. introducono una nuova vena del death metal, quella satanica, con testi che si accaniscono contro il Divino dando le origini al filone maggiormente blasfemo del genere, di cui i nostri, insieme ai conterranei Deicide di Glenn Benton, hanno rappresentato le prime espressioni.
I M.A. nascono per iniziativa di tre teenager con un sacco di idee e di rabbia dentro: Mike Browning che lascerà la band per formare i Nocturnus, Dallas Ward che finirà a breve in galera per reati di droga uscendo di scena e del chitarrista compositore Trey Agzathot, il quale resterà sempre l’anima della band; per la registrazione di “Altars of madness”, Agzathot si accompagna con il cantante David Vincent, il batterista Pete Sandoval e l’altro chitarrista Richard Brunelle.
Rispetto a quanto proposto da Death e Autopsy, la voce diventa più cupa, più vicina al growl cavernoso, la batteria introduce l’uso massiccio del doppio pedale, le chitarre impostano il riff su una vena maggiormente vicina al black metal, gli assoli sono furiosi e cattivi; i mid tempos ci sono, e sono buoni per scatenare l’headbanging più furibondo, ma sono meno frequenti.
In questo disco, ciò che lascia estereffati ancora oggi è il lavoro di Sandoval dietro le pelli: siamo davanti ad uno dei primi batteristi monstre della storia, cambi di tempo chirurgici, velocità furibonde e possente e costante uso della doppia cassa.
Importante anche quello che fa David Vincent: la sua voce, se paragonata a quella di Chuck Schuldiner, è completamente diversa, più satanosa, cattiva, quasi growl senza esserlo ancora del tutto.
Sarebbe sbagliato ridurre questo disco ad una sola song, tuttavia “Chapel of ghouls” resta, tutt’oggi, uno dei pezzi più belli della storia del genere, una canzone in cui ci sono innumerevoli cambi di tempo, si passa dalla sparata quasi black dell’inizio al cadenzato ritornello esoterico con naturalezza e tecnica esecutiva perfetta; sono bellissime anche la blasteggiantissima “Bleed for the devil”, le blackeggianti “Evil spells” e “Immortal rites”, la furiosa “Maze of torment” e la brutalmente riffosa “Suffocation”.
Siamo davanti all’album che probabilmente ha, come detto, fornito maggiore ispirazione alle band del futuro, credo soprattutto per l’abilità di andare veloce senza abbandonare il riff, per l’uso massiccio del blast beat e per l’atmosfera complessiva da messa satanica che il disco è in grado di creare.
I M.A. sono stati la prima band death metal a vedere riconosciuto il proprio valore anche a livello di vendite e questo li ha portati, in anni più recenti, a perdere la propria vena blasfema originaria per, forse, soddisfare i desideri delle proprie case discografiche.
Forse, ciò è accaduto anche per il fatto che i M.A. sono stati, tra le band della prima ora, tra le poche a sopravvivere alle spallate del tempo senza mai sciogliersi.
Tuttavia, dopo che quella magica line up di “Altars of madness” ha iniziato a perdere i pezzi per l’abbandono di Brunelle prima, Vincent poi e Sandoval in anni più vicini a noi, anche i nostri hanno iniziato ad essere meno convincenti; da “Covenant” (che io trovo ancora eccellente) in poi, quella vena blasfema incazzata della prima ora si era persa.
I M.A. sono stati, in quel periodo, come una di quelle formazioni magiche che per qualche anno vincono tutto e poi iniziano a perdere i migliori per vecchiaia, trasferimenti ad altre squadre, cali di rendimento.
Tuttavia, con “Altars of madness” hanno vinto tutto, resta il disco più suonato da tutte le band anche dopo quasi 30 anni dalla sua uscita, resta un punto di riferimento immortale per il genere, un disco imperdibile che tutti quelli che amano il death metal continuano ad ascoltare ed adorare.

 

 

Repulsion – Horrified – Necrosis Records, maggio 1989

 

Nello stesso mese in cui i Morbid Angel diedero alla luce il loro capolavoro, uscì un album fondamentale per tutto il death metal, l’anello di congiunzione tra il grindcore e il death metal, il primo esempio della storia di blackened death metal raw e assassino..
Trattasi di “Horrified”, dei Repulsion, da Flint, Michigan: band nata nei primi eighties ma stranamente improduttiva (prima di questo disco, che resterà l’unico full lenght della loro carriera, nonostante i nostri non si siano mai sciolti definitivamente, avevano all’attivo soltanto un demo), i Repulsion erano figli dell’idea del chitarrista Matt Olivo, del batterista Dave “Grave” Hollingstead (ritenuto da alcuni il drummer più veloce della storia del metal) e dal bassista vocalist Scott Carlson; questa idea era quella di superare il thrash e il punk in aggressività e velocità, creando qualcosa di assolutamente nuovo e devastante.
Non per niente, i Repulsion sono considerati, tutt’oggi, i padri del grindcore, più dei maestri inglesi; in realtà, tale etichetta deriva più dall’ispirazione che dalla reale trasposizione musicale dell’idea, visto che “Horrified” è un album che si avvicina maggiormente al death metal che al grind.
La musica dei Repulsion è un muro sonoro di devastante aggressività, imperniato sulla furia della batteria (che tuttavia non è mai noiosa e ripetitiva), sui riff tipicamente death metal seppur sparati a mille e su una serie impressionante di assoli velocissimi.
La voce è aspra e tirata, con chiare influenze punk e thrash, le parti lente sono quasi inesistenti, ma nel disco si apprezza una certa cadenza complessiva che lo rende un prodotto difficile da catalogare.
L’ispirazione da parte dei classici dell’heavy metal è evidentissima in questo lavoro ed è, forse, per questo che “Horrified” è stato, ed è tuttìora, un album copiatissimo nel sound e nella costruzione del muro sonoro da quasi tutte le band death metal.
Qualcuno mi potrà dire che il disco è grindcore e potrebbe pure avere ragione.
Tuttavia, se parliamo delle origini del death metal, non possiamo non menzionare un disco che ha rappresentato un punto di riferimento per un numero enorme di band che saranno da tutti riconosciute come tipicamente death metal.
Ancora oggi, i Repulsion calcano i palcoscenici dei festival proponendo quella mezz’ora scarsa di musica che hanno composto in quasi 40 anni di carriera: delle volte è proprio vero che la qualità è più importante della quantità.
Esistono artisti che passano la vita in sala di registrazione e che, in ogni caso, non riescono a passare alla storia; a questi vecchi matti del Michigan sono bastati 29 minuti di assalto, in un unico disco pubblicato, per essere considerati, a ragion veduta, una delle band più importanti del panorama death metal di tutti i tempi.

 

 

Obituary – Slowly we rot – R/C Records, giugno 1989

La primavera dell’89 si chiude, a giugno, con l’uscita del debutto degli Obituary, il capolavoro “Slowly we rot”.
I nostri erano una delle tante band che operavano in Florida in quel periodo, prima sotto il logo Xecutioner, e successivamente come Obituary, ed erano sostanzialmente capitanate dai fratelli Tardy, John cantante e Donald batterista, a cui si devono aggiungere i chitarristi Allen West e Trevor Peres e il bassista Daniel Tucker.
Per me non è facile parlare degli Obituary restando obiettivo: li ho sempre adorati, sono forse la mia band preferita in assoluto, sia per la musica, sia per una certa attitudine da deathmetallers seri, fieri e potenti, ma allo stesso tempo non sfigati, non nerds.
Credo che i ragazzi, in Florida, a quei tempi, abbiano avuto una giovinezza piuttosto interessante e abbondantemente incentrata sull’uso di sostanze più o meno lecite.
E’ questo contesto estremamente stimolante che genera il loro primo full lenght: siamo nei meandri più profondi del death metal marcescente, introspettivo e violento allo stesso tempo; i testi sviluppano, forse per primi nella storia, tematiche psicologico-mortifere, relative all’inutilità della vita e al costante predominio dell’oscurità sulla luce, la musica è il pieno compimento del death metal floridiano della prima ora, la sua consacrazione, il suo punto di maturità: da “Slowly we rot” in avanti saranno pochi i dischi, e spesso con firme importanti, a riuscire a rendere in maniera compiuta l’atmosfera di viaggio verso la morte che è la definizione stessa del death metal, come fece il presente lavoro.
La voce di John Tardy è indescrivibile, unica ancora oggi: ci sono stati e ci sono cantanti death metal con timbri inconfondibili, ma John riesce a rendere come nessun altro il senso di impotenza dell’essere umano di fronte all’ineluttabilità della morte e del perenne disagio esistenziale che ciò comporta; non serve ascoltare un pezzo in particolare, ma l’agonizzante incipit di “Suffocation” da un’idea perfetta dell’espressività estrema dello scream di Tardy, così come gli urli che regala qua e là nel disco.
Il fratello Donald non perde un colpo dietro alle pelli: cambi di tempo continui e soprattutto capacità di dare profondità ai pezzi, varietà e unicità al sound; le chitarre sono immense, riffs a ripetizione, assoli tremolanti, vena rock spaventosa; il basso è sincopato ma allo stesso tempo inclusivo, capace di accompagnare il tutto rendendo il suono lugubre e marcio.
Siamo davanti ad uno dei capolavori assoluti della musica rock in generale, non solo del death metal: riduttivo, perciò, segnalare dei pezzi; anche se le scariche di “Internal bleeding”, l’agonia della title track, il lentone crescente della già citata “Suffocation”, “Words of evil”, “Intoxicated”, “Bloodsoaked” e “’Til death” sono forse un gradino sopra le altre.
Pensate che “Slowly we rot” non è il mio disco favorito degli Obituary, preferisco il secondo loro lavoro “Cause of death”, anche se sono dettagli, a volte motivati forse da ragioni personali, di mero gusto o affezione.
Questo disco è splendidamente crudo, ma allo stesso tempo perfettamente studiato: credo che rappresenti in maniera compiuta l’arrivo a destinazione della prima ondata del death metal, l’album che riesce a definire il genere nella sua essenza e a darvi piena consacrazione.
Non è facile, ancora oggi, trovare qualcosa che riesca ad avvicinarsi al sound degli Obituary e a questo album in particolare: nonostante siano passati ormai 30 anni da quando i teenagers americani hanno iniziato a scapicollarsi con “Slowly we rot”, il disco resta moderno, pieno, unico; a differenza di quanto urla disperato John Tardy nel ritornello della title track, il sound di questo album, non solo non sarà destinato a marcire e decomporsi come tutte le cose dell’uomo, ma piuttosto ad entrare nelle orecchie e nei cervelli degli ascoltatori e a diventare, alla fine, immortale.

 

 

Macabre – Gloom – Vinyl Solution, settembre 1989

Mentre il movimento death metal si stava consolidando e scegliendo quale casa madre la città di Tampa in Florida, la diffusione di bands nelle altre zone degli States restava ancora a macchia di leopardo: soltanto verso la fine degli eighties e all’inizio dei novanta emersero altre realtà geografiche, sia negli Stati Uniti con la East Coast, sia nel resto del mondo (Inghilterra, Svezia, Olanda), nelle quali l’underground si stava evolvendo verso un movimento più compatto, diffuso, capace di sfornare dischi e proporre band con seguito, sia in sala di registrazione che dal vivo.
Allo stesso tempo, il death metal si stava proponendo quale movimento musicale tematico, capace di divertire i giovani nerds metallici incentrando i testi sullo splatter, l’horror movie e tutto ciò che rappresentava il filone di tale filmografia anni ottanta, ma anche in grado di affrontare argomenti di maggior spessore quali il disagio esistenziale, il senso della vita e della morte, la ribellione verso la religione e il conformismo, ecc.
Da tutto questo era lontano anni luce ciò che accadeva in una cucina di una casa nei boschi dell’Illinois, luogo nel quale tre squilibrati con la fissazione per i serial killers avevano deciso di collocare la loro improvvisata sala di registrazione.
I nostri sono conosciuti, nell’ambiente, ancora oggi, coi soprannomi di allora, Nefarious, Dennis The Menace e Corporate Death: i Macabre.
Volutamente, in questa mia lista, ho escluso bands come i Napalm Death e i Carcass perchè ritengo che, in origine, abbiano suonato un embrione di grindcore per poi virare verso il death metal solo successivamente; e volutamente, ho voluto includere i Macabre, anche se mi si potrebbe dire che abbiano fatto la stessa cosa dei cugini inglesi.
E’ innegabile che i ragazzi dell’Illinois, nei loro primi dischi, pur essendosi sempre definiti “murder metal” e mai grind, propongano qualcosa che si avvicina pericolosamente al punk tirato alla morte come accadeva nei primi dischi grind.
Tuttavia, ad un ascolto più attento, “Gloom”, secondo me, è un disco death metal, magari con derive punk-grind, ma con un’anima folle e depravata che rappresenta una traccia per una tipologia di musica che, in futuro, sarà catalogata come death metal a tutti gli effetti.
Nel 1987, i tre fuori di testa di Chicago diedero alla luce un EP, “Grim reality”, che fu accolto dalla critica in maniera pessima: quando band come i Possessed, i Death o i Morbid Angel erano già tra noi con prodotti estremi improntati alla ricerca del riff violento e oscuro, nessuno diede credito ai Macabre, che invece suonavano una specie di punk primitivo e diretto; alle canzoni già complicate e ai cambi di tempo che stavano caratterizzando i primi dischi death metal, costoro contrapponevano canzoni brevi, imperniate su un solo riff, spesso caotiche e tecnicamente poco significative.
I Macabre non si diedero per vinti e continuarono a vedersi nella cucina di Nefarious per comporre “Gloom”, che, nonostante fosse di fatto identico a “Grim reality”, venne compreso e apprezzato maggiormente.
In realtà, per arrivare alla consacrazione piena e al riconoscimento del “murder metal” dei Macabre come un sottogenere del death metal, i nostri dovranno aspettare ancora alcuni anni e diverse uscite fino al loro capolavoro del 2000 “Dahmer” (concept sul mostro di Milwaukee, sigh!).
“Gloom” deve essere ascoltato con calma, non bisogna lasciarsi prendere dalla frenesia di catalogarlo come un disco grind o ancor peggio come qualcosa di demenziale e inascoltabile: i riffs sono pienamente death metal, striscianti e putridi, come se non di più di quanto sono in grado di proporre band death classiche del periodo; la batteria è sempre lanciata ma mai grindeggiante, non ci sono cambi di tempo, questo sì, ma il tumpa tumpa di “Gloom” è simile a quanto faranno di lì a poco band nordeuropee come Dismember ed Entombed che nessuno si sognerebbe di non definire death metal; le voci sono tre: il growl tipicamente death che in realtà sarà presente maggiormente in lavori successivi, lo scream che la fa da padrone e alcune parti pulite, quasi punkeggianti.
Questa capacità di utilizzare voci diverse, mescolare gli stili e andare sempre veloce è il “murder metal”, branchia di nicchia del death metal di cui i Macabre furono i fondatori indiscussi e, anche oggi, una delle poche band che ne rappresenta appieno il sound.
A me questo disco è sempre piaciuto, come il loro più maturo, “Dahmer”; ne riconosco la scarsa capacità esecutiva e l’eccessiva grezzezza, ma è un album essenziale, di riferimento per tutto il movimento death metal.
Provate a dare fiducia ai 28 minuti di follia che i nostri hanno saputo mettere insieme; provate a passare dalla punkettosa “Trampled to death” alla fantastica “Embalmer”, attraverso “Holidays of horror” e non resterete delusi.
In caso contrario, per me è lo stesso, sono affezionato a questo disco e a tutta la produzione dei Macabre e mi sembra il minimo ricordare che il death metal, così come è diventato, ha dovuto il suo sviluppo e la sua consacrazione, non soltanto a quanto accadeva sotto il caldo sole della Florida, ma anche al parto di tre menti malate chiuse in una cucina, in una casa persa nei freddi e isolati boschi dell’Illinois.

 

 

Pestilence – Consuming impulse – R/C Records, dicembre 1989

Nel giorno di Natale del 1989, proprio durante gli ultimi respiri degli eighties, arriva il primo disco death metal di una band europea continentale.
Il merito è degli olandesi Pestilence: difficile dire se questo disco detenga davvero il primato assoluto, dal momento che sul suolo europeo esistevano, ovviamente, un numero enorme di bands già attive da parecchio; tuttavia, gruppi storici non erano ancora giunti al loro primo full lenght e tutti gli album pubblicati prima di “Consuming impulse” erano da considerare ancora thrash, come il sontuoso “Enjoy the violence” dei francesi Massacra sul quale potrebbe legittimamente aversi qualche dubbio.
D’accordo, ma una scelta andava fatta e “Consuming impulse” mi è parso il disco giusto, soprattutto perchè è il primo grande esempio di death metal olandese puro: dopo questo album, nei Paesi Bassi, così come nelle vicine Germania e Belgio, prolifereranno numerose band death metal dedite ad un sound cupo e pesante, un death metal che a volte sfocerà nel death/doom come per gli Asphyx o sarà ricordato per il rispetto granitico di canoni di potenza e durezza come per i tedeschi Morgoth.
I Pestilence stavano sperimentando: esistevano da parecchio tempo, erano la creatura di un paio di giovani italo-olandesi, per la precisione di origini sarde, Patrick Mameli, chitarrista, e Marco Foddis, batterista; ci possiamo quindi inorgoglire pensando che nel primo disco death metal olandese della storia c’era un bel pò di Italia.
Dopo aver suonato thrash metal durante i loro primi anni di vita e aver prodotto il loro primo sforzo, l’eccellente “Malleus maleficarum” sotto quest’egida soltanto l’anno prima, i Pestilence decisero di introdurre nella line up un nuovo cantante, scelta che probabilmente li diresse velocemente verso sonorità death metal.
Il cantante in questione diventerà uno dei più importanti singer di genere ed ancora oggi conserva la sua inconfondibile voce agonizzante: Martin Van Drunen.
In seguito, Martin darà vita, insieme ad altri conterranei, agli Asphyx, una delle band più belle e storiche di tutto il death metal, canterà nei Bolt Thrower, prima di tornare, in anni recenti, ai suoi Asphyx e regalarci altri bellissimi album di old school del nuovo millennio.
Le strade di Van Drunen e dei Pestilence si divideranno dopo questo disco, nel quale la voce del singer è semplicemente perfetta, dura, possente e melodica allo stesso tempo, coglie la cattiveria di Chuck Schuldiner e l’espressività di John Tardy, fondendole in uno scream strisciante che, in futuro, sarà il suo marchio e caratterizzerà tutti gli album delle bands che lo vedranno protagonista.
Altro pezzo forte del disco è il lavoro di Foddis alle pelli, siamo davanti ad un grande batterista capace di cambiare tempo a velocità furiose e dare continuità e profondità a tutta la sezione ritmica dell’album.
Album che spacca dall’inizio alla fine, di più dei prodotti americani in un certo senso: questo disco è diretto come pochi altri nella storia, o meglio come pochi fino ad allora; è il primo esempio di death metal in cui le chitarre sembrano duellare tra loro riff dopo riff, assolo dopo assolo: ritmo costante e sostenuto, parti lente mai banali, introduzione del più classico dei tumpa tumpa con riff strozzati e stoppati.
E’ death metal europeo, olandese per la precisione; è un disco grandissimo.
La canzone che mi ha sempre esaltato di più è “Out of the body”, nella quale le chitarre si divertono a richiamare i riffs una sull’altra creando un muro sonoro aggressivo e vario.
A seguire, la opening, devastante, “Dehydrated”, “The trauma”, “Chronic infection” e la sloweggiante “Reduced to ashes”.
Agli olandesi è sempre piaciuto il metal, lo adorano tutt’ora; e soprattutto il vecchio death metal che infilano ovunque possono nei loro festival. L’Olanda è uno dei pochi paesi al mondo dove si vedono per la strada ancora i metallari, come accadeva dappertutto un tempo.
Forse, ormai, siamo una razza in via di estinzione; o forse no, forse è sempre stato così, siamo sempre stati pochi, in forte minoranza.
Forse, anche ai tempi di “Consuming impulse”, erano pochi quelli che assistevano agli show dei Pestilence nei club di Enschede, Groningen, Zwolle o Utrecht; tuttavia, quello che il movimento death metal europeo ha saputo creare, nel decennio successivo, è stato figlio di questo disco, il primo vero disco death metal europeo.
Non so perchè, forse perchè siamo europei pure noi, ma sento questo disco e questo movimento più vicini a noi di quelli americani, che ho sempre visto come frutto di un mondo diverso, fantastico, molto, anche troppo, diverso dal nostro.
Invece, riascoltare “Consuming impulse” e pensare ai metallari che giravano per le nostre città europee, caricati da questa musica, è un’immagine più familiare, che mi appartiene di più e che, in qualche modo, mi fa sentire ancora oggi parte di quel movimento che stava nascendo e al quale tutti noi, con la nostra passione, abbiamo dato il nostro contributo.

 

 

Death – Spiritual healing – Combat Records, febbraio 1990

Il terzo disco dei Death ci introduce all’ultima decade del millennio e ci dimostra da subito che il sound dei nostri sta evolvendo: dai riffs brutali e secchi di “Leprosy”, si passa a quelli più intricati e tecnici di questo album.
Anche le tematiche dei testi mutano: viene superato il songwriting morboso e mortifero della prima ora, qui i Death si spostano verso canzoni che trattano il disagio del mondo, la sua complessiva falsità e ingiustizia; ho sempre apprezzato questo genere di testi nel death metal, il fatto che i musicisti provassero a raccontare qualcosa di più interessante e complesso rispetto alle grottesche tematiche horror splatter classiche.
E anche la musica diventa più complessa: mentre band europee stavano creando quel sound diretto di cui i Pestilence sono stati i primi interpreti, dall’altra parte dell’Oceano qualcosa si stava muovendo verso una direzione maggiormente tecnica e strutturata, in primis grazie a questo album dei Death e, a seguire, di lì a poco, per merito dei primi dischi firmati dalle più importanti bands emergenti della East Coast.
La line up è in parte differente: accanto a Chuck e Bill Andrews, vengono introdotti l’altro chitarrista James Murphy (che poi suonerà per gli Obituary in “Cause of death” e per i suoi Disincarnate, oltre a comparire su un disco tardo nineties dei Testament) e il bassista Terry Butler (poi attivo nei Massacre, nei Six Feet Under e, attualmente, negli Obituary); queste aggiunte sono dovute alla volontà di Shuldiner di creare un combo più strutturato, in grado di suonare qualcosa di più particolare e indiretto rispetto al passato.
“Spiritual healing” è il primo album di death tecnico, pur non essendo ancora giunto ai livelli di complessità che i Death raggiungeranno in seguito con “Symbolic”: le parti lente e ritmate sono più rare rispetto a “Leprosy”, i nostri tendono ad andare più veloce o comunque a rendere maggiori e repentini i cambi di tempo; il tumpa tumpa, che in questo disco sa essere sontuoso, è accompagnato da un più presente utilizzo del doppio pedale; le chitarre e il basso rendono il ritmo incalzante e ricco di varietà, gli assoli diventano più veloci e intricati.
L’operato complessivo dei musicisti è eccellente: anche qui, rispetto al passato, si introduce nel genere la necessità di suonarlo con attenzione all’esecuzione, oltre che al risultato, concetto di per sè assente nei prodotti della prima ondata che avevano il solo intento di entrare direttamente nel cervello dell’ascoltatore senza tanti rigiri.
La mia song preferita è la prima, “Living monstrosity”, un pezzo che è entrato nella storia del genere, seguita a ruota dalla title track, da “Within the mind” e “Low life”.
Come vi ho già detto, il mio disco preferito dei Death è “Leprosy”, un pò perchè sono un deathmetaller grezzo e old school senza speranza, un pò perchè quel disco conserva i riffs più riusciti della storia della band; tuttavia, non posso non riconoscere che “Spiritual healing” gli è superiore per tanti aspetti, e come questa superiorità esecutiva e tecnica condurrà al varo di altri dischi, da parte dei Death, che raggiungeranno picchi compositivi che “Leprosy” non ha.
Questo disco, tra l’altro, è stato il mio primo acquisto originale dei Death: comprai una tape targata Baron Music, edizione del settembre 1990, a cui sono chiaramente molto affezionato.
Con questo album, siamo all’inizio di una nuova era, un periodo che porterà molte band a ragionare in via progressiva, ad introdurre nel proprio sound elementi esterni al metal, ad utilizzare tastiere e altri artifici per rendere la musica più melodica.
“Spiritual healing” rappresenta il primo passo verso questa direzione, pur restando duro e old school nella sua anima; e non è da meravigliarsi che siano stati proprio coloro che hanno, di fatto, creato il genere dal nulla, a proporre il suo sviluppo futuro, o almeno a proporre una delle vie verso le quali il genere avrebbe potuto evolversi.
Forse alcuni mi potranno dire che inserire ben tre dischi dei Death in questa lista non è del tutto corretto: tuttavia, non credo esistano altri tre dischi che rappresentino così compiutamente i passaggi fondamentali del genere nei suoi primi anni, tre dischi che hanno influenzato bands, sottogeneri, scuole e musicisti.
Se con “Scream bloody gore” i Death hanno creato il death metal e con “Leprosy” ne hanno consacrato i canoni di riferimento, è con “Spiritual healing” che i nostri lo hanno proiettato verso il futuro e credo che questi tre steps, indistintamente, meritino tutti la nostra piena attenzione e il nostro eterno rispetto.

 

Carnage – Dark Recollections – Necrosis Records, febbraio 1990

Alla fine degli anni ottanta, c’era un luogo, sul pianeta, in cui l’underground era, se possibile, ancora più potente di quello della Florida, un luogo in cui i musicisti e le bands estreme erano un numero incredibile se rapportato alla relativamente scarsa popolazione del luogo in questione; un luogo in cui questi musicisti e queste bands erano tutte a stretto contatto tra loro e alimentavano vicendevolmente le proprie idee e i propri desideri musicali.
Siamo in Svezia, dove sta nascendo uno dei filoni più importanti e duraturi del death metal mondiale: lo swedish death metal, appunto, da molti poi catalogato come Gothenburg (dal nome svedese della città di Goteborg eletta quale casa del movimento) o melodic death metal nelle sue deviazioni più melodiose e tastierose.
Da questo humus vennero alla luce alcune delle band più gloriose della storia del death metal, molte delle quali ancora oggi sulla cresta: Entombed, Unleashed, Dismember, Grave sono ritenuti da tutti i big 4 del movimento svedese, ma numerosissimi altri furono i gruppi provenienti da quella parte di mondo in quel periodo a diventare più o meno famosi.
Tuttavia, il primo rispettivo disco di ciascuno dei big 4 di cui sopra è stato preceduto da un’uscita importante, che, per lungo tempo, è restata nell’ombra: “Dark recollections” dei Carnage.
In realtà, i nostri null’altro erano se non la prima versione dei Dismember, che si formarono dalle ceneri dei Carnage, quando il bassista Michael Amott abbandonò la Svezia per unirsi ai Carcass: creando i Dismember, Matti Karki, Fred Estby e David Blomquist consegnarono i Carnage alla storia per sempre, rendendo questo disco una specie di mito del genere, il primo album intero registrato da una band swedish nella storia.
Nessun altro luogo del pianeta, come la Svezia di quel periodo, diede alla luce dischi da parte di bands che restarono per sempre nell’underground e, solo in seguito, furono riscoperte e valorizzate: pensate ai Ceremonial Oath, agli Unanimated o agli Abhoth.
Questo disco dei Carnage fu, per molto tempo, introvabile, una specie di chimera: esisteva una versione abbastanza diffusa di uno split LP, o doppio album, con i norvegesi Cadaver (con il loro underrated “Hallucinating anxiety”, altro disco che, a ragion veduta, è uno dei primi esempi di death metal scandinavo); personalmente, attratto dall’artwork, ma senza sapere molto del disco, entrai in possesso di una tape della Earache, la prima e unica versione ufficiale mai uscita in tale formato; le ristampe successive del disco sono state poche, anche se non è difficile trovare in circolazione la versione cd della Earache (che posseggo) del 2000, con la quale si è finalmente dato il lustro che si merita a questo album.
La musica è dura, riffosa, melodica come saranno i futuri prodotti svedesi: la voce di Matti Karki è la stessa dei Dismember, potente e cattiva; le chitarre grattano, grattuggiano, tremolano, si lanciano in assoli grezzi e altri più melodici; il basso è praticamente spazzato via dalla registrazione altissima delle chitarre; la batteria svela al mondo il tumpa tumpa nordeuropeo, non ci sono pause.
E’ nato lo swedish death metal.
E questo disco, ancora oggi, ne rappresenta un’espressione sontuosa, un disco che si può ascoltare più volte di fila senza annoiarsi: la mia track preferita è “Deranged from blood”; poi “Death evocation” (molto Dismember), “Infestation of evil” e “Torn apart”.
Di lì a poco, alcune band della zona produranno dischi che passeranno alla storia, dando loro successo e notorietà: i Carnage saranno dimenticati, anche se i musicisti di questa band avranno carriere importanti con Carcass e Dismember.
Altre band della zona resteranno nell’oblio, dando vita al più grande e potente underground death metal del pianeta.
Alcuni anni fa i Vomitory, uno dei gruppi della seconda ondata dello swedish death metal, annunciarono il loro ultimo show prima di sciogliersi: avrebbero suonato in un piccolo club della loro città, Vasteras, dove tutto, per loro, aveva avuto inizio più di 20 anni prima, e avrebbero voluto suonare insieme alla band con cui si erano esibiti quella prima volta, gli Abhoth.
Dopo quello show, i Vomitory intrapresero una lunga e fruttifera carriera, mentre gli Abhoth non arrivarono mai al loro primo full lenght e si sciolsero per incomprensioni tra alcuni membri della band; tuttavia, dopo venti anni nei quali gli Abhoth non si erano più visti nè parlati tra loro, si rimisero insieme per suonare quello show con gli amici Vomitory a Vasteras e, con l’occasione, riunirono le forze per registrare nuovamente il loro materiale di allora che uscì, alcuni anni fa, in una raccolta intitolata “The tide”: si tratta di materiale oscuro e lontano, grezzo e cattivo, materiale swedish della prima ora.
E come gli Abhoth, così i Carnage suonavano quella musica e “Dark recollections” è ancora oggi la prima espressione compiuta di quel movimento underground immensamente prolifico e autentico.
E ricordare oggi i Carnage, rendendo loro l’onore che meritano, è il modo migliore per rendere l’onore che merita a tutto quel movimento che ha generato bands e musica note a tutti gli appassionati, anche grazie al sacrificio di carriere, come quella degli Abhoth e di tante altre bands, che sono rimaste per sempre sepolte nelle oscurità del lungo inverno svedese.

 

Deicide – Deicide – R/C Records, giugno 1990

Un anno dopo l’uscita di “Altars of madness”, sull’onda del successo del debutto dei Morbid Angel, i conterranei Deicide escono con il loro primo, devastante e disturbante album.
I nostri esistevano da alcuni anni, noti sotto il logo Amon, ed erano capeggiati da un tale che si presentava al mondo come l’incarnazione vivente del Demonio: Glenn Benton era non solo il cantante-bassista della band ma anche un tizio che dichiarava che si sarebbe suicidato a 33 anni (l’età di Cristo), si era marchiato a fuoco una croce rovesciata sulla fronte e abbelliva gli show della band gettando sul pubblico parti di cadaveri di animali.
Il resto della band era composto dai fratelli Hoffmann, chitarre, e Steve Asheim, drums.
Tuttavia, questo disco non è una posa: è un lavoro ancora grezzo, nel quale la tecnica dei musicisti deve ancora migliorare e lo farà, nel secondo sforzo “Legion”, ma è anche capace di creare quell’atmosfera orrorifica e blasfema che caratterizza il death metal dei Deicide e che tanto influenzerà altri in seguito.
Il tutto ruota attorno alla voce di Glenn: distorta, putrida e doppia; questo disco è il primo esempio di utilizzo della doppia voce nel death metal, la seconda è quasi uno scream, mentre la prima è un quasi compiuto growl; Benton saprà diventare ancora più oscuro e potente, ma qui ci da già piena prova delle sue capacità di singer.
La batteria è stile Morbid Angel: blast beats e furiosi cambi di tempo anche se, rispetto a Sandoval, qui il risultato è più primitivo e meno intenso; le chitarre sono sempre alla ricerca della velocità, il riff tende a seguire una linea quasi black metal, poco espressiva e volutamente ripetitiva; il basso di Benton tende a non pervenire, ma, quando lo fa, risulta apprezzabile, oscuro e profondo.
Molti ritengono questo disco importante soprattutto per aver consegnato al mondo la figura di una band death metal blasfema senza compromessi, più che per la musica.
Alcuni hanno definito questo disco una buona trovata commerciale, più che un autentico album death metal.
Bah… Sicuramente Benton ha puntato tanto sul marketing blasfemo, forse non credendoci del tutto visto che a 33 anni ha pensato bene di evitare di suicidarsi e, oggi, ha atteggiamenti da simpatico wasp ignorante e patriottico; tuttavia, il prodotto non può essere ridotto a questo: è death metal brutale, violento non solo negli atteggiamenti ma soprattutto nei suoni; c’è il desiderio riuscito di correre veloce senza perdere l’atmosfera tetra ed evocativa del genere.
Certe canzoni sono entrate nella storia del death metal, sono state coverizzate, reinterpretate e fungono tutt’oggi da ispirazione: “Dead by dawn”, “Sacrificial suicide”, “Lunatic of god creation”, “Crucifixation” e “Blaspherion” su tutte.
Come ho scritto nell’introduzione, il mio primo ascolto death metal è stato “Legion”, ho scoperto “Deicide” subito dopo e, all’inizio, non mi aveva convinto del tutto; ma era anche il mio orecchio a non essere ancora pronto a valutare: oggi, riconosco la superiorità del successivo disco dei Deicide, ma questo resta un album di assoluto valore, il primo disco che ci ha rivelato un cantato growl nel vero senso della parola (fino ad allora i cantanti erano più sullo scream) e l’uso della doppia voce.
I Deicide non sono di certo stati, e non sono nemmeno oggi, una delle band più originali della storia, ma sono stati una delle più importanti e Glenn Benton uno dei migliori cantanti death metal di sempre.
Questo disco entra di diritto nel novero dei lavori che hanno dato origine al death metal, anche fosse solo per il fatto di aver rivelato al mondo l’esistenza di un personaggio blasfemo e contraddittorio come il singer floridiano, un personaggio che accompagnava quella musica che, ai tempi, faceva paura a chi ne era esterno, a chi riteneva che davvero il death metal potesse aprire le porte dell’inferno e far comparire i demoni sulla terra.

 

 

Nocturnus – The Key – Earache Records, agosto 1990

E’ difficile stabilire, oggi, quali fossero le band o i dischi che in qualche modo hanno influenzato il movimento nel prosieguo; credo, in realtà, che fosse ancora più difficile stabilirlo allora, per il semplice motivo che nessuno sapeva cosa avrebbe riservato il futuro al death metal.
Ci sono dischi di quel periodo che in pochi hanno ascoltato per il fatto che magari non hanno mai visto la luce, ci sono bands che hanno suonato tanto e registrato altrettanto ma senza mai giungere al full lenght, ci sono, tuttavia, dischi che magari sono arrivati un attimo dopo ma sono entrati lo stesso di diritto nella storia del genere.
E’ il caso di “The key” dei Nocturnus: il fondatore della band, batterista e primo vocalist prima dell’arrivo nella line up di Dan Izzo per le registrazioni del secondo disco “Thresholds”, Mike Browning, suonava nei Morbid Angel, ma, a causa di un diverbio per ragioni di donne con David Vincent, aveva abbandonato la band e aveva dato vita, appunto, alla sua creatura, i Nocturnus.
Siamo sempre a Tampa, Florida, verso la fine degli anni ottanta, nel momento in cui il movimento death metal floridiano aveva già consacrato i suoi mostri sacri e, nel resto del Paese e nella vecchia Europa, si suonava ormai decisamente il genere, che si era ormai staccato in via definitiva dal thrash e lo stava sopravanzando in popolarità e diffusione.
Quando, nel 1990, è uscito “The key”, immagino che saranno stati parecchi a storcere il naso prima dell’ascolto: i Nocturnus dichiaravano apertamente di suonare death metal con l’uso delle tastiere, un mix che ai tempi nessuno aveva osato proporre e che, nel momento di maggior purezza e canonicità del genere, rappresentava di certo una scelta coraggiosa e, sulla carta, impopolare.
Invece, quel disco, come tutte le cose della vita, sancì un nuovo inizio, la nascita del death metal tecnico-progressivo: i riffs, da diretti e oscuri, diventano contorti, sincopati, tecnicissimi, pur conservando aggressività e vena melodica; la sezione ritmica non è fornita soltanto dal basso e dalla batteria, ma si arricchisce dell’uso delle tastiere che forniscono nuova profondità e maggiore epicità al sound; i testi, da tipicamente gore o splatter, passano per la prima volta a tematiche sci-fi, descrivono battaglie stellari, intelligenze artificiali e portano l’ascoltatore su mondi extraterrestri; l’unica cosa a non mutare è la voce, tipicamente screameggiante (anche se forse rappresenta l’unico punto deboluccio del disco in questione).
Il pezzo forte (ma veramente fortissimo) dei Nocturnus sono i riffs: le chitarre sanno essere classicamente heavy metal e allo stesso tempo oscure e cattive come è tipico del death; nell’album, l’uso delle tastiere è modulato sempre sull’entrata del riff, non è mai invasivo anche se massiccio: ci sono parti, azzeccatissime, in cui dove finisce la tastiera inizia il nuovo riff di chitarra, una specie di intro; altro aspetto innovativo sono gli assoli: in primis, sono tanti, anche più di uno a canzone, e soprattutto sono incentrati sulla melodia e sulla varietà, a differenza di quanto previsto dai canoni più standard di quel periodo.
Sono affezionato a questo disco, posseggo una tape targata Baron Music (unofficial del 1991), forse la seconda edizione assoluta in quel formato, dopo che la Earache aveva proposto soltanto cd e vinile quali prima uscita; mi piace tutto di “The key”, è un disco che ancora oggi mi fa sognare guerre interstellari e astronavi in volo nello spazio, mi piace l’artwork, la copertina, i testi e soprattutto la musica.
Tra le canzoni migliori, metterei l’iniziale, superba “Lake of fire”, la lunare “Andromeda strain”, la tecnica e progressiva “Droid sector” e la robotica e riffosa “Destroying the manger”, anche se non mi sento di bocciare alcun pezzo in questo disco.
Dopo il secondo full lenght, “Thresholds”, album che ho altrettanto apprezzato, i nostri si sono persi, Mike Browning è stato allontanato per non so che motivo dalla band che lui stesso aveva fondato; credo che abbiano avuto problemi con marchi e case discografiche, insomma hanno perso la vena e non hanno più prodotto nulla di memorabile.
Però quei due album restano dei must da parte di una band che ha avuto una parabola non troppo fortunata e, forse, è diventata meno famosa di altri gruppi del periodo.
E soprattutto, i Nocturnus, con “The key”, hanno dato una sterzata al death metal, un ulteriore lampo creativo, una nuova via da percorrere restando sempre fedeli al genere da cui provenivano e dal quale non hanno mai avuto intenzione di allontanarsi.

 

 

Cannibal Corpse – Eaten back to life – Metal Blade, Agosto 1990

I Cannibal Corpse sono considerati la più grande band death metal di tutti i tempi, soprattutto da un punto di vista di vendite e notorietà planetaria.
I motivi sono da ricercare nella lunga e produttiva parabola della band e nella sua grande abilità a crearsi un nome basato sullo sfruttamento dello splatter più estremo e del grottesco in generale.
Tuttavia, i Cannibal vanno presi sul serio, e serissimo fu il loro disco di esordio, nella lontana estate del 1990, “Eaten back to life”.
La città di Buffalo, in quel periodo stava vivendo stagioni dorate grazie alla sua franchigia di footbal americano, i Buffalo Bills, che giocarono, guidati dal mitico quarter back Jim Kelly, ben 4 superbowl di fila, perdendoli tuttavia tutti in modo più o meno drammatico e rocambolesco; parimenti, la città stava diventando una piccola Tampa per lo sviluppo di un humus buono per la crescita di sontuose bands death metal, delle quali i Cannibal e i fratelli Suffocation sono, ancora oggi, le manifestazioni più note e riuscite.
Il presente disco di esordio dei Cannibal resta il mio preferito, insieme a “The bleeding”: siamo in piena era Chris Barnes, il singer che regalerà il suo timbro pesante e inconfondibile a tutti i primi lavori della band; con lui si cimentano alle chitarre Jack Owen e Bob Rusay, al basso Alex Webster e alle pelli il mitico Paul Mazurkiewicz.
Ci troviamo di fronte ad una forma di death metal veloce e pesante, che si potrebbe definire uno dei primi esempi di brutal tecnico, incentrato su tematiche horror splatter estreme a partire dalla copertina in cui uno zombie cannibalizza un altro zombie.
La voce è praticamente growl, pur conservando un certo strascico screameggiante: nei dischi successivi, il maggiore uso della distorsione la renderà più cavernosa e accompagnata dalla doppia voce tipo maiale sgozzato tipica del grindcore, qui assente; le chitarre sono rapide e riffose; la batteria sparata con frequente uso del doppio pedale; il basso alto come non mai nei lavori death metal classici, a dare un senso di morbosità e paturniosità patologica al tutto; assoli imperniati sulla velocità.
Il disco va a tutta dall’inizio alla fine, le parti lente sono pesanti, lugubri, con un’atmosfera davvero brutal.
La band vuole essere tecnica: cambi di tempo frequenti e supervelocità, batteria monstre (anche se la tecnica esecutiva di Mazurkiewics migliorerà maggiormente in seguito).
Le songs migliori sono “Shredded humans” (che tratta di una famigliola di ritorno dalle vacanze al mare distrutta in un incidente con un ubriaco, il tutto descritto con particolari raccapriccianti), “A skull full of maggots”, “Scattered remains, splattered brains”, “Borm in a casket” e “Put them to death”.
La caratteristica di lanciare le songs a ritmo forsennato e chiuderle con una stoppata improvvisa sarà tipica di tutti i prodotti brutal del futuro, siamo davanti ad un death maggiormente aggressivo di quello proposto dai predecessori (forse in parte i Morbid Angel raggiungono questo livello di brutalità), che rappresenta il primo esempio di album brutal tecnico della storia.
Di lì a poco, saranno tante le band dell’area a produrre lavori simili, i Suffocation, gli Immolation, gli Incantation (anche se questi ultimi sono più slow di certo), ma i Cannibal sono stati i primi a proporre questo genere di musica: sparata e forsennata, ma non thrash o grind, death metal. Brutale e furioso ma death metal.
Chissà se Chris Barnes e i Cannibal erano tifosi di football e dei Bills in particolare… Chissà se, nel caso, avrebbero scambiato il loro futuro successo con un superbowl vinto dalla gloriosa ma perdente franchigia della loro città… Sono pensieri da tifosi.
Non lo sappiamo e nemmeno ci interessa, soprattutto perchè, da appassionati di death metal e non da tifosi dei Bills, siamo ben contenti che i Cannibal siano diventati quello che sono oggi e che ci abbiano regalato tanta (forse oggi troppa) musica di alta qualità.
Non dobbiamo dimenticarci che tutto ebbe inizio con “Eaten back to life”, un disco che non si cita mai quando si parla dei Cannibal, ma che resta, per il sottoscritto, uno dei migliori loro prodotti di sempre e uno dei primi esempi di brutal death metal della storia.

 

 

Obituary – Cause of death – Roadracer Records, settembre 1990

Nello stesso periodo in cui il death metal assumeva altre sembianze, più tecniche con “Spiritual healing”, più brutali con “Eaten back to life” e più progressive con l’avvento di bands come Nocturnus, Atheist e Cynic, gli Obituary, dopo poco più di un anno dall’uscita di “Slowly we rot”, restano fedeli ai canoni del death metal classico tornando a parlare al mondo di morte e disperazione con il loro inarrivato capolavoro, “Cause of death”.
Ricordo che un amico, a metà novanta, bocciava costantemente il sound degli Obituary, per il fatto che era poco innovativo, troppo classico, mentre il mondo si beava dell’esistenza di bands che erano in grado di mescolare il metal estremo con altri stili musicali completamente diversi o suonarlo in una vena melodica e progressiva che era di moda ritenere più intrigante.
Allora, come adesso, non ero d’accordo: questo disco degli Obituary ha sancito, per me, la vittoria dell’old school su tutte le altre derive del death metal, ha dimostrato che non è obbligatorio suonare qualcosa di nuovo e diverso per stupire e accontentare anche i palati più esigenti.
Non ho nulla contro chi propone un death metal progressive o diverso, purchè si resti nei confini del lecito, ossia senza derive industrial o troppo cervellotiche; tuttavia, come ormai avrete capito, godo di più di fronte ai riffs classici e chi meglio degli Obituary è stato capace di proporli?
Lo zoccolo duro della line up è lo stesso dell’esordio: i fratelli Tardy e Peres alla chitarra, vengono inseriti un nuovo chitarrista, James Murphy, fresco di registrazione di “Spiritual healing” e un altro bassista, Frank Watkins, che diventerà stabile nel combo fino ai giorni nostri, prima di essere sconfitto da un cancro e abbandonare questo mondo.
L’eccessiva rudezza e la produzione troppo gracchiante di “Slowly we rot” vengono superate: il sound diventa il marchio di fabbrica della band floridiana.
Siamo sempre lì: la voce di John Tardy diventa ancora più soffocante e caratterizzata, le chitarre tremolano in continuazione e disegnano i riffs più lugubri e marcescenti della storia del death metal, il basso e la batteria sono classicamente improntati alla profonda attenzione a rendere i pezzi densi, forti, sentiti.
E allora le singole songs passano alla storia, conosco il disco a memoria e non ci sono passaggi a vuoto: si parte con la potentissima “Infected”, per proseguire con la cadenzata, marcissima “Body bag”; la voce di Tardy, assoli devastanti e una sparata che parte con l’urlo di John e viene interrotta per poi ripartire sono le caratteristiche di uno dei pezzi più belli della storia del genere, “Chopped in half”; la cover dei Celtic Frost, “Circle of the tyrants” è un tributo a quella band che tanto ha dato agli Obituary in ispirazione e atmosfera; tumpa tumpa e riffs striscianti introducono a “Dying”, song nella quale il cantato di Tardy è quasi assente e si limita a comparire, dopo diversi minuti di schitarrate furiose e assalti di batteria, per confermarci che stiamo tutti morendo; “Find the arise” è uno dei pezzi più aggressivi che gli Obituary abbiano mai prodotto, un pezzo nel quale i nostri sanno essere lugubri e andare anche veloce; poi la title track che ci riporta nei meandri più bui della nostra triste esistenza e “Memories remains”, nella quale Tardy è maiuscolo, introducono al pezzo conclusivo del disco, forse la song più amata e cantata dai deathmetallers di sempre, “Turned inside out”.
Questo possente viaggio nell’orrore più profondo che gli Obituary ci hanno regalato è diventato immortale: possiedo una tape Baron Music del 1990 e un cd remastered della Roadrunner di fine anni novanta, ho ascoltato questo album tantissime volte, allo stereo, in cuffiette, col telefono, ovunque; adoro l’artwork del cd, tanto che la copertina è il soggetto del mio primo tatuaggio metal al quale ho dedicato buona parte della mia schiena; trovo questo disco vintage, stupendo.
Credo sia proprio questo stile oltre l’old school che “Cause of death” ha nelle sue corde a farmelo apprezzare ancora oggi: pur essendo un lavoro in un certo senso moderno, nei suoni, nella produzione, nella tecnica esecutiva dei musicisti, il disco è vintage, appartiene proprio a quel periodo, a quella realtà in cui è stato composto.
E’ questa la sua forza immortale: aver dimostrato che l’old school aveva raggiunto un livello tecnico ed esecutivo ormai difficilmente migliorabile se non con la capacità di creare atmosfere particolari e suonare una musica con un’anima molto profonda.
Tante bands hanno deciso di andare oltre l’old school in quegli anni, regalandoci tante opere degne di nota e creando subgeneri da rispettare e che io stesso apprezzo.
Gli Obituary hanno preferito scolpire l’old school nella pietra, renderlo immortale, e fornire alle band del futuro i canoni entro i quali avrebbero dovuto comporre la loro musica per potervi restare ancorati.
“Cause of death” è questo monumento, il manifesto finale, il momento oltre il quale una band aveva tutti gli elementi per decidere se stare dentro l’old school, provando ad eguagliare gli Obituary in composizione, esecuzione e atmosfera o se, invece, tentare altre strade, magari proficue, magari apprezzabili, ma differenti.

 

 

Atheist – Piece of time – Active Records, settembre 1990

E nello stesso mese in cui “Cause of death” entrava, incipiente, negli stereo degli appassionati, ecco arrivare il primo disco veramente progressive della storia, il primo esempio di death metal fuso con generi musicali diversi, estranei al circuito metal.
Più di “The key” dei Nocturnus, che resta un lavoro complesso ma death metal puro, è “Piece of time” dei floridiani Atheist a rappresentare questo evento appieno.
Band attiva già dai primi ottanta, proveniente da Sarasota (città di Macho Man Randy Savage per chi si interessa di wrestling), i nostri giungono al primo full lenght con una line up consolidata: Kelly Schaefer è l’anima della band, cantante e chitarrista, l’altra chitarra è nelle mani di Rand Burkey, mentre il basso è suonato da Roger Patterson (che morirà a soli 23 anni in un incidente d’auto di lì a poco) e la batteria smontata da Steve Flynn.
Sgombriamo subito il campo da equivoci: questo disco, come lo saranno tutti i successivi degli Atheist, è death metal vero e proprio.
I nostri, infatti, virano il loro animo thrash metal verso un death metal furente, ma tecnicamente superiore a tutti i prodotti fino ad allora conosciuti, con influenze jazz che non rendono il lavoro mai troppo strano o difficile da comprendere.
Sontuoso Flynn alle pelli, chitarre poderosamente thrash e riffose, assoli spaccanti, basso di Patterson a tratti inudibile ma pronto ad emergere per regalare spunti importanti; la voce di Shaefer è una delle più cruente e cattive della storia: sconta la scuola thrash e la somiglianza con il primo Chuck Schuldiner, ma sa essere profonda e violenta.
Sicuramente questo disco non è il migliore degli Atheist in assoluto, ma è il lavoro in cui la performance vocale di Shaefer è al top, forse anche meglio di quanto saprà fare nel secondo, inarrivato capolavoro, “Unquestionable presence”.
Di questo disco è memorabile la potenza, la capacità di suonare un death metal crudo ma tecnico allo stesso tempo, inglobandoci dentro elementi fusion e jazz, un’opera da artisti di alto livello.
Non voglio ripetere sempre le stesse cose: si è capito che storco il naso di fronte alla sperimentazione; tuttavia, lo faccio perchè, a volte, il progressive mi sembra forzato, il modo per voler dimostrare di essere diversi dagli altri senza avere le palle di suonare, e bene, quello che altri hanno suonato prima e meglio di te.
Nel caso degli Atheist, non solo condivido in pieno il progetto musicale nel suo complesso, ma riconosco e adoro la musica in sè: con questo album i nostri hanno dettato i parametri entro cui il death metal può essere progressivo senza diventare traditore, con il successivo, “Unquestionable presence” definiranno meglio tali elementi e genereranno il loro eterno capolavoro.
Questo disco è ancora pesantemente manieroso rispetto a quanto riusciranno a fare i nostri in futuro; le influenze jazz e fusion sono appena accennate, soltanto l’antipasto di quello che i ragazzi di Sarasota faranno in seguito.
Probabilmente, questo fatto ha determinato il successo del loro sound: sono apparsi death metal in pieno (come in effetti sono) e ciò ha permesso loro di perfezionarsi nel futuro immediatamente successivo e sviluppare quanto contenuto, per esempio, in “I deny”, uno dei pezzi più jazz influenced dell’album.
Ho sempre amato tutta la discografia degli Atheist, amo gli artworks, i testi (natura, filosofia, senso della vita, eccellenti) e soprattutto la loro musica.
Ancora oggi, quando riascolto questo disco e mi lascio trascinare dalla furia della title track, dalle stoppate di “I deny”, da “Romm with a view” o da “Why bother?” mi sorprendo di come il death metal sia stato bellissimo in quel periodo storico.
Anche grazie a chi, come gli Atheist, ha messo da parte il rispetto assoluto dei canoni per sviluppare qualcosa di nuovo, progressivo, particolare, qualcosa capace di diventare, come i prodotti classici di quel periodo, una pagina eterna del libro del death metal.

 

 

Benediction – Subconsious terror – Nuclear Blast, settembre 1990

Se Peter Rew e Darren Brooks sono stati e sono tutt’ora le anime, i fondatori e le chitarre dei Benediction, il loro primo full lenght è legato inevitabilmente alla voce di Mark “Barney” Greenway, in seguito vocalist dei Napalm Death.
La band di Birmingham (città meravigliosa per il metal con Maiden, Napalm e Benediction appunto) decise di affidare il cantato del proprio disco di debutto al vecchio Barney, che ci regala il primo vero growl della storia del death metal: la voce di Greenway è cupa, profonda, rocciosa, più di tutte le voci ascoltate fino ad allora, più di quelle, come nel caso di Glenn Benton, che in seguito lo diventeranno maggiormente.
Questo disco è commovente death metal della prima ora, suonato da musicisti grandissimi, da una delle band storiche più importanti e favolose della storia.
Come si evince, adoro i Benediction: sicuramente hanno scritto, dopo “Subconscious terror” capitoli migliori in assoluto, di cui “Transcend the Rubicon” è forse il meglio.
Tuttavia, questo disco, che conosco a memoria, è stupendo: si tratta di vero e autentico death metal, cavernoso e veloce, possente e rallentato, molto più europeo che inglese o americano, totalmente staccato dal thrash e dal grind che caratterizzavano le band inglesi di quel periodo.
Il disco si apre con una lunga intro (più di due minuti) satanosa, il primo caso di disco death metal in cui la intro raggiunge una tale durata, caratteristica che, di lì in poi, sarà sovente ricercata dai combos death metal.
Dopo la intro iniziano le cavalcate: la title track in cui Greenway fa il matto, la successiva, poderosissima, “Artefacted irreligion”, la riffeggiante, in parte lenta e in parte grindosa “Grizzled finale”, e a seguire tutto il resto.
La mia song preferita è “Eternal eclipse”, nella quale Greenway growleggia sconfinando nel quasi grind, le chitarre riffeggiano come non mai, il basso gratta e la batteria regala stop and go da brividi.
Batteria inclazante, chitarre ruvide e striscianti, basso potentissimo e la voce di Barney di cui ho già detto tutto: il disco è cadenzato, mid tempos a tratti, e allo stesso tempo sparato, con una vena quasi black nei riffs.
I Benediction sono stati i maestri del riff cupo, duro e tenebroso e Barney Greenway il primo vero cantante death metal a cantare con il growl vero e proprio.
Solo per questo, il disco in questione deve essere ritenuto un classico imperdibile, un disco da headbanging furioso dall’inizio alla fine, un prodotto da collocare in quella zona geografica, in un periodo molto ben definito.
Ma capace di arrivare fino a noi ancora in piena forma: la forza di questo tipo di album sta nella capacità di rappresentare il genere, di convogliare dentro di sè tutta la strada percorsa dal death metal fino ad allora.
Una forza che “Subconscious terror” continua a sprigionare, nonostante siano passati tanti anni e i protagonisti di allora siano signori che stanno per girare la boa dei 50.
Di certo, non è musica per giovanotti in posa, non è musica per ragazzine o per signore, non è musica da spiaggia, non è musica di massa.
E’ putrido, oscuro, duro, possente death metal; ed è proprio per questo che a me piace così tanto ancora oggi.

 

Malevolent Creation – The ten commandments – R/C Records, aprile 1991

A questo punto della storia il death metal era un genere ormai consolidato, i dischi che diedero origine al movimento erano ben chiari a tutti e le uscite si stavano moltiplicando in ogni parte del globo.
Tutte le band potevano pescare a piene mani dai 19 dischi che ho provato a descrivere fino a qui; scegliere il ventesimo disco della storia non è stato facile e ho dovuto staccarmi dal criterio strettamente temporale o di pura influenza.
Ho scelto un disco che probabilmente ha influenzato relativamente poco in futuro e nemmeno si può definire pionieristico di qualcosa come tutti i lavori che ho indicato in precedenza.
Ho scelto, semplicemente, il disco che, nei primi anni novanta, è per me il più bello in assoluto senza considerare i prodotti delle band già citate in questa lista.
I Malevolent Creation sono una band di cui si parla poco: fondati dal cantante Brett Hoffman, sono a ragion veduta ritenuti dei mostri sacri ma non sono mai stati, ingiustamente, citati tra i nomi più importanti del movimento.
Acquistai questo cd nel 1994, originale R/C Records, uno dei miei primi cd death metal: lo conservo gelosamente e ci sono affezionatissimo.
Trovai la musica sontuosa e coinvolgente da subito: voce thrash che sconfina nel growl, pezzi incentrati sul riff veloce e cattivo, lavoro della batteria stupendo e bassista tra i migliori della storia del movimento.
Ricetta per un album storico, bellissimo, che nemmeno i M.C. stessi, durante la loro ormai lunghissima carriera, riusciranno mai ad eguagliare.
Le canzoni che ho nel cuore sono “Premature burial”, “Thou shall kill”, “Malevolent creation”, “Impaled existence” e “Sacrificial annihilation”.
I M.C. rappresentano la seconda ondata del death metal floridiano e con questo album aprono decisamente la porta allo sviluppo del genere nella direzione del rispetto dei classici con aggiunta di velocità e brutalità.
Non so, questi lavori avevano una stringa diversa, un ritmo dall’inizio alla fine che non calava mai, un’atmosfera di potenza sonora inarrivabile.
Forse non sarà condivisa la mia scelta di mettere questo disco tra i 20 lavori death metal della tradizione, delle origini; ho premesso io stesso che la scelta è dovuta più a banali motivazioni di gusto personale.
Tuttavia, mentre scrivo queste righe riascoltando il disco per l’ennesima volta nella mia vita, credo di aver fatto la scelta giusta: la profondità dei riffs lo rende inconfondibile, la voce di Hoffman è cruda e acida, il basso (seppur spesso coperto) e la batteria svolgono un lavoro egregio.
The ten commandaments” è un sontuoso disco death metal, con influenze thrash ormai acquisite come tali ma non più in grado di far deviare il genere dai binari di appartenenza, è un disco che credo molte band abbiano preso quale esempio inarrivato di death metal violento, potente, veloce, tirato.

Un grande classico, forse meno noto dei dischi che ho raccontato in precedenza, ma il giusto epilogo per la mia lista; la fine di un viaggio che, in realtà, è stato soltanto l’inizio di un percorso lungo ormai 30 anni e che, come sembrerebbe, non ha intenzione di interrompersi, anche grazie all’ispirazione che questi e altri dischi di tanto tempo fa continuano a fornire a tutti coloro che suonano e ascoltano death metal.

 

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Redazione

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