L’Angolo Della Morte: Le 10 uscite Death Metal più significative di Luglio e Agosto 2018

Dopo un periodo di assenza forzata causato da un gravoso periodo lavorativo, ho trovato il modo di riannodare le fila del discorso e varare la mia classifica di luglio/agosto (non sono diventato pigro, i due mesi insieme sono figli delle scarse uscite agostane, mese nel quale evidentemente anche le labels metalliche sono a mezzo servizio).
In questi mesi non ho mai smesso di ascoltare death metal, semplicemente avevo troppo poco tempo per trasformare in scritto ciò che sentivo: prometto di rimettermi in pari quanto prima con settembre e, a seguire ottobre e novembre 2018, in attesa della fine anno, periodo nel quale, umilmente e senza alcuna pretesa di infallibilità nel giudizio, estrarrò dalle mie classifiche mensili i 20 dischi death metal del 2018 che più ho gradito.



1 . Carnation – Chapel of abhorrence – Season of mist

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Dopo un ottimo EP uscito nel 2015, arriva tra noi l’eccellente esordio estivo dei belgi Carnation che, a partire dal nome, proseguendo con l’artwork del cd, con il look dei componenti e chiudendo con la musica proposta, fanno comprendere anche ai più disattenti che sono dediti ad un death metal tradizionale radicato nei primi anni novanta.
I nostri provengono da Anversa, città fiamminga che dista pochi chilometri dal confine olandese, e le infuenze delle band death metal dei Paesi Bassi sono potenti: nel disco si sentono più i Pestilence, gli Asphyx, gli Altar e i Gorefest dei conterranei Aborted; voce cavernosa e possente, chitarre riffose che spaccano le ossa del malcapitato, basso duro e granitico e tappeto del drummer sempre ispirato e improntato ai cambi di tempo e alla varietà.
Non c’è alcun bisogno di ripeterlo: amo questa musica e quando mi si presenta un disco come il presente sono felice come un bambino; sarò di parte ma i ragazzi belgi ci sanno fare davvero: tecnica sopraffina e soprattutto ispirazione nei pezzi, produzione impeccabile che dona potenza al disco in ogni suo singolo passaggio.
Continuando nell’ascolto si colgono notevoli influenze provenienti da oltreoceano, ma il prodotto è terribilmente europeo, per la precisione fiammingo, olandese, neppure tedesco.
I Carnation sono capaci di creare quel sound metal potentissimo che è tipico delle migliori band provenienti da questa zona di continente.
I pezzi sono tutti eccellenti, ma è mio dovere segnalarvi quanto ho maggiormente apprezzato: bellissima lo opener “Whisperer”, cambi di tempo e durezza compositiva; cruda e ritmata la bellissima title track, dove il cantato si accompagna con uno dei riff più indovinati e votati allo stacco della testa di tutto il disco; sontuosa la cavalcata di pura potenza che i nostri ci regalano con “The unconquerable sun”; notevole l’assolo che introduce la più ritmata e vagamente melodica “Sermon of the dead”, pezzo dove le parti veloci sono particolarmente ispirate e ben intermezzate; segnalo come mia canzone preferita “Magnum chaos”: stacchi che passano dal quasi grind al sontuoso tumpa tumpa con una vena quasi swedish nel tremolante riff melodico che accompagna il poderoso cantato del vocalist (voce super espressiva come accade sempre nelle band provenienti da Belgio e Olanda) e ci conduce alla sparata finale impreziosita dal tappeto di doppia cassa in sottofondo.
Come si è capito, album che ho gradito tantissimo: trovo questo genere di prodotti eccellenti, musica dura, seria e sentita; senza fronzoli e compromessi.
Vero, autentico, potentissimo death metal europeo tradizionale.



2. Extremity – Coffin birth – 20 Buck spin

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Da Oakland, California, arriva l’esordio di questo supergruppo che annovera al suo interno membri di bands attive da secoli nel panorama.
I nostri suonano old school death metal senza alcun tipo di compromesso: la doppia voce (una delle quali di una donzella, Melissa Martinez che ha suonato la sua chitarra per i Repulsion e per il combo grind della zona Cretin) ci getta direttamente all’interno di un cimitero in una notte di gelida pioggia, la linea compositiva delle chitarre insegue i riffs incalzanti, il basso attivo e rumoroso, la batteria che cambia tempo ad ogni respiro.
Assoli ispirati, voce demoniaca, composizione aggressiva, parti ritmate convincenti, riffs sublimi: siamo davanti ad un sontuoso prodotto old school.
Sembra scontato, ma non è facile: la produzione volutamente sporca ricrea la giusta atmosfera fine ottanta americana, con qualche piccola deviazione in territori nordeuropei, le cavalcate sono degne di mostri sacri del genere, i pezzi sono vari e non annoiano mai.
Dopo la inutile intro, i nostri iniziano a spaccare con le prime tre songs che sono anche le più ispirate del disco: superba “Where evil dwells”, sontuoso il riff iniziale di “Grave mistake”, assolutamente perfetti i cambi di tempo di “Unbilicus”.
Il disco scivola via soddisfacente e ben suonato per circa 40 minuti di gradevolissimo death metal della tradizione: la forza del disco è nella sua anima, nella capacità di alternare con convinzione e con rigore compositivo le parti lente a quelle veloci, nella doppia voce cavernosa e putrida, nella batteria che non perde mai un colpo e soprattutto nel giusto dosaggio dei riffs.
Album talentuoso e sensato, gli Extremity non hanno intenzione di innovare ma pretendono di suonare con rigore e attenzione ai dettagli quel genere che amano e che, troppo spesso, viene rievocato senza la giusta cura.
Disco da consigliare e da non perdere per gli appassionati del genere, un pezzo di passato nei giorni nostri, uno dei pochi dischi moderni nei quali l’oscurità del passato non solo è rievocata in modo sublime, ma uno dei pochi dischi moderni che potrebbe davvero collocarsi negli anni d’oro del death metal.



3. Nasty surgeons – Infectious stench – Xtreem music

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Di solito mi tengo alla larga dalle band che suonano deathgrind: sono prodotti francamente poco orecchiabili, dove la noia prevale dopo pochissimi minuti e, soprattutto, dove la somiglianza tra le canzoni è preoccupante; trovo, inoltre, poco interessante la ricerca della brutalità splatter-patologica, a piccole dosi divertente nei testi ma grottesca nella resa musicale.
Un amico spagnolo che gestisce una piccola label, tuttavia, lo scorso anno mi ha recapitato in dono il disco di esordio dei Nasty surgeons, quattro allegri deviati mentali provenienti dalla cittadina di Burgos (nota per una delle più belle cattedrali della Spagna e, forse meno, per la bellissima maglia rossa del Real Burgos, che giocò la Liga per due o tre anni ad inizio anni novanta prima di precipitare nuovamente negli abissi delle serie minori) e, nonostante i quattro ragazzotti castigliani propongano proprio quel tipo di deathgrind che ho descritto, la band mi ha colpito.
Così, ho deciso di premiare la loro iperproduttività acquistando al buio il loro secondo disco in due anni: ringraziamenti a profuzione da parte dell’etichetta per il supporto e in pochi giorni dal pagamento ecco che il cd rolla nel mio stereo.
Premetto che l’album è eccellente: sound dedito ad onorare la band monumento del genere, ossia i Carcass delle origini, al punto da intitolare una song “Smell the carcass”, riprendendo lo stesso titolo che i maestri hanno dato ad uno dei loro pezzi più famosi; ma allo stesso tempo, originale, moderno, con influenze tipicamente iberiche (inutile non leggere gli Haemorrhage tra le righe, band che per il sottoscritto ha più pregi che difetti nonostante la critica li abbia spesso stroncati).
I NS ci sanno fare: tecnica eccellente, parti tumpa tumpa semplici e dirette e assalti puramente grind che spaccano davvero; testi patologici, omicidi seriali in corsia e robe del genere (ad ognuno il giudizio di gradimento), produzione potente ma volutamente sporca.
Credo che il meglio di questi lavori stia nella capacità di suonare senza annoiare: non è facile, il genere tende ad appiattirsi sul chaos e sulla velocità fine a se stessa. Cosa che non accade con il presente disco dei NS, assoli indovinati, voce putrescente, chitarre e basso chiari e convincenti e soprattutto batteria assassina che non lascia respiro.
Gran bel disco nel complesso, 39 minuti di assalto ben disegnato che alla fine vi entrerà nelle viscere; su tutte, in primis, “The lobotomist” nella quale l’assalto incentrato sul tumpa tumpa e gli assoli classici regalano profondità e varietà al sound, e a seguire la song-tributo “Smell the carcass”, la pesante e ritmata “Ex putrefactione generati” e la repellente e violenta title track.
Non devo aggiungere altro se non invitarvi ad ascoltare il disco anche se non siete degli amanti del deathgrind: i NS meritano attenzione e rispetto per aver saputo personalizzare il genere senza snaturarlo, per aver saputo creare un sound personale pur nel rispetto dei clichè di questo tipo di musica.



4. Obscura – Diluvium – Relapse

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I bavaresi Obscura arrivano al loro quinto album frutto di una carriera ormai quasi ventennale e si inseriscono di diritto tra i migliori interpreti del genere tech-death.
Il loro precedente disco “Akpyrosis” non mi aveva entusiasmato, mentre con il qui commentato “Diluvium” i nostri arrivano a livelli eccellenti.
Va subito detto che gli Obscura non sono una band facile: la complessità dei pezzi si coglie da subito, la tecnica sopraffina dei musicisti rende la trama intricata e, soprattutto, la grande verve compositiva dei nostri genera un prodotto particolare, molto personale e da assaporare con calma.
Non siamo davanti ad una massacro senza compromessi: la vena progressive è estremamente accentuata, accanto al classico sfuriare degli strumenti (senza mai avvicinarci in territori grind, ma restando sempre ben ancorati al death, seppur tecnico e sparato) si colgono intermezzi orchestrali, ritornelli con cori e voce quasi pulita (accanto al ben presente scream stile Pestilence per intenderci) e arrangiamenti di chitarra che sfiorano il jazz.
Gli Obscura mettono insieme la classe e la tradizione dei Death di Symbolic con la tecnica moderna di bands come Dyiing Fetus e Deeds of Flesh, impreziosendo il tutto con la loro personale ricetta di melodia (non troppa come accadeva nel precedente disco).
I musicisti sono di livello estremamente elevato: chitarre ispirate e mai banali con un tocco, come detto, di sound quasi jazzistico, basso poderoso che emerge in veri e propri assoli (rarità assoluta nel death metal), voce ispirata e batteria pazzesca.
Produzione di altissimo livello, in grado di rendere il sound chiaro e mai caotico: capisco che alcuni non mi capiranno e non saranno d’accordo, ma l’eccessiva pulizia del prodotto ha finito per annoiarmi un pò, come se la musica fosse computerizzata da tanto è pulita e perfetta.
Il disco si apre con la song forse più bella “Clandestine stars”, dove la batteria distrugge semplicemente l’ascoltatore, mi sono piaciute molto anche “Ethereal skies” (dove si sentono molto le somiglianze con i nostri Fleshgod Apocalypse) e “The conjuration”, il tutto in un contesto di assoluto valore.
Ultima annotazione: testi che parlano di stelle, spazio e mondi extraterrestri godibili e interessanti; non resta che salire sulla navicella spaziale degli Obscura e lasciarsi condurre verso mondi lontani, persi nell’infinito e buio abisso dell’universo.



5. Shed The Skin – We Of Scorn – Hellsheadbangers

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Band americana proveniente da Cleveland, Ohio, terra di acciaierie e industrie metallurgiche, di laghi gelati, casa dei gloriosi e perdenti Browns e degli altrettanto mitici Cavs; i nostri vengono creati qualche anno fa dalla fantasia del batterista degli Incantation, Kyle Severn, evidentemente intenzionato a mettere insieme una band death metal da inserire in un particolare filone americano del genere.
Gli Shed The Skin, infatti, fanno parte di quel death metal d’oltreoceano dedito a tematiche e artworks satanici, dove l’attitudine black metal è predominante rispetto a quella tipicamente death.
I nostri arrivano al secondo sforzo proponendo un eccellente death metal, sia chiaro: è tuttavia un sound particolarmente crudo e aggressivo, con riffs che rammentano certe cattiverie gratuite stile Repulsion, seppur imbastarditi da una vena trash/black che mi porta a scomodare nomi grossi tipo Mayhem, e una voce strisciante che sconfina in territori black qua e là.
Particolarmente rilevanti le parti mid tempos del disco, che, a tratti, raggiungono sonorità quasi orchestrali, anche qui, in parte, vicine al black metal.
La performance del disco è di livello: la voce è espressiva e cattiva, in grado di donare personalità e sentimento ad ogni pezzo, il lavoro delle chitarre e del basso non presenta difetti, così come tutta la linea compositiva del disco, la drum session di Kyle Severn, uno dei mostri dello strumento a livello planetario, non fa prigionieri.
Album interessante, che vi attaccherà piacevolmente al divano o semplicemente al muro se lo ascolterete ai giusti volumi.
Tra i pezzi migliori metto la veloce e thrashosa “Legion of the scorpion”, la doomeggiante “Tetrarchy pact”, la cattivissima title track e, su tutte, “Forever”, la canzone con cui i nostri chiudono il disco con un bel pugno deathblackmetallico sulla faccia dell’ascoltatore.
Forse, oggi, Cleveland, come altre città simili a lei, è diventata più pulita di un tempo, si respira un’aria più salubre senza i fumi delle industrie, con il corrispettivo di aver sacrificato in parte la propria anima operaia: cosa che non hanno fatto Kyle Severn e i suoi Shed The Skin, band che non scende a compromessi con il passare del tempo ed è capace di regalarci, oggi, un bellissimo album di death metal satanico che potrebbe stare senza problemi nella prima parte degli anni novanta, quando ancora a Cleveland, sulle rive del suo grande lago ghiacciato, c’erano le fabbriche, le acciaierie e gli operai.



6. Unanimated – Annihilation – Century Media Records

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Non sono solito dedicare troppa attenzione ai mini-album, tuttavia per gli Unanimated ho voluto fare un’eccezione.
La creatura di Stoccolma è stata uno dei miei primi amori di ragazzo metallico e, ancora oggi, rispolvero spesso il loro capolavoro del 1995 “Ancient god of evil”, rimasto per il sottoscritto uno degli esempi maggiormente riusciti di death metal melodico svedese.
In 30 anni di carriera i nostri sono stati pochissimo produttivi, non si sentiva nulla provenire dai loro strumenti da quasi 10 anni: scrivere oggi degli Unanimated significa per me rievocare quel periodo in cui il metallo scorreva possente nelle mie vene di teenager, rievocare quel periodo in cui le bands si svelavano alle mie orecchie appassionandomi come accade con i primi innamoramenti giovanili; e soprattutto rievocare e rendere onore a quel movimento immenso nato e cresciuto nell’underground, del quale i nostri sono di certo uno dei principali interpreti.
Non sono un illuso sentimentale: i musicisti che compongono il combo hanno dedicato le loro carriere a band maggiormente prolifiche e famose (Dark Funeral, Dissection, Nifelheim ad esempio), l’uscita di questo EP sembra precedere il lancio di un full lenght ad inizio 2019, trovata commerciale di Century Media sicuramente poco underground.
Tuttavia la musica è sempre la stessa: sentita, granitica, swedish nell’anima.
I 4 pezzi fuggono via potenti e aggressivi, senza mai dimenticare di dover incidere nella psiche dell’ascoltatore con la loro vena di melodia tristemente romantica.
Si parte con “Adversarial fire”, cavalcata in pieno stile nineties che non lascia nulla all’immaginazione: scream malato, batteria che pestella come non mai e chitarre che frusciano e grattuggiano riff dopo riff; a seguire “From a throne below” prosegue nella vena aggressiva dell’incipit, con un assalto di batteria ancora più forsennato e riffs ancora più possenti; il meglio arriva con la successiva, più melodica e ritmata, “Of fire and obliteration” dove la melodia prevale anche nelle parti lanciate e dove gli Unanimated dimostrano di non avere ruggine sui propri strumenti (bellissimo il lavoro del basso che insegue le chitarre); si chiude con “Annihilation”, dove il riff quasi thrash si mescola con le tipiche staccate svedesi che ci trascinano dalle cavalcate melodiche agli intermezzi più lenti.
Se devo trovare un difetto a questo EP, direi che potrebbe essere nella scarsa personalità dei pezzi: i nostri sono dei maestri del genere, seppur improduttivi per lunghi anni, e suonano quello che l’ascoltatore si aspetta; manca il riff memorabile, la canzone che eccella al di sopra delle altre.
Ma è una malinconia forse… Se l’average del death metal fosse rappresentato da band come gli Unanimated ci troveremmo di fronte a prodotti che vanno dall’eccellente in su.
E poi il mio giudizio su di loro non può prescindere dal paragone con “Ancient god of evil”, un disco lontano nel tempo che resta nel mio cuore nonostante tutti gli anni passati; e nonostante il fatto che gli Unanimated riemergano dal freddo inverno svedese una volta ogni decade, giusto il tempo di riscaldarsi le ossa al caldo dell’estate e tornare nel loro malinconico, lunghissimo, letargo musicale.



7. Gravewards – Ruinous Ensoulment – Unspeakable Arts Records

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Questa piccola label statunitense guida un pugno di valorose band underground dedite ai più disparati generi di metallo e, di tanto in tanto, regala qualche piccola gemma.
Il mio palato di deathmetaller è stato ampiamente soddisfatto dall’ottimo esordio degli ateniesi Gravewards, i quali, a partire dal nome e dal logo, chiariscono subito di avere intenzione di suonare un sano e possente old school death metal.
Come spesso accade con le band greche della nuova generazione, la musica qui proposta è pesantemente ancorata ai primi novanta: pezzi lunghi e complessi, ricerca della tecnica finalizzata alla riffosità brutale e nessuno spazio alla melodia.
Anche se questo tipo di prodotti sconta una certa manierosità e una scarsa originalità, i Gravewards fanno il loro sporco dovere per bene e ne esce un disco divertente, tirato, convincente: chitarre ben arrangiate, batteria vorticosa e sempre col tempo giusto, basso quasi inudibile e voce gutturale (non molto espressiva, come spesso accade per i singer ellenici) che vira sullo scream nei passaggi più convulsi del lavoro.
Nessuno rimarrà estasiato da questo disco e nessuno potrà dire che quanto proposto dai nostri non sia già stato ampiamente scritto: le influenze principali sono classiche che di più non si può, Death, Obituary e company, anche se il sound cupo tipicamente greco (seppur non supportato da una produzione particolarmente precisa) rende il prodotto accostabile a band più oscure come i finnici Demilich.
Quello che apprezzo maggiormente del movimento greco è la capacità di suonare il death metal senza guardare in faccia nessuno: le band dell’Ellade sono tra le più underground del globo, sono ancorate al passato come poche altre in giro per il mondo.
I pezzi: dopo una breve e inutile intro parte la song che più mi ha convinto, “Sworn in denial – Omega syndrome”, nella quale i nostri pestellano come dei forsennati inseguendo una serie di riffs black/thrash furiosi intervallati dai soliti fantastici stacchi tipici del death metal: una canzone che potrebbe richiamare alcuni pezzi più tirati degli Obituary e nella quale ho sentito qualcosa dei tedeschi Morgoth dei tempi di Odium e Cursed; altri pezzi degni di nota sono la dolorosa “Souls twisted beyond recognition” e la punitiva “Deconstruction of logic”.
Sebbene siano una band esordiente, i Gravewards hanno già imboccato la loro strada maestra; per me la strada giusta, album che consiglio senza indugio a tutti coloro che dal genere cercano certezze e serietà compositiva ed esecutiva, a tutti coloro che non si stufano mai di ascoltare un vecchio e sano album di death metal della tradizione.



8. Atavisma – The Chtonic Rituals – Memento Mori records

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La label spagnola Memento Mori difficilmente sbaglia indirizzo quando si rivolge all’underground: i transalpini Atavisma giungono al loro primo full lenght dopo una discretamente lunga carriera densa di uscite minori, come è tipico di tutte le band di genere non particolarmente attente alle luci della ribalta, e ci regalano un lavoro più che soddisfacente.
Nessuno potrà gridare al miracolo o pensare di trovarsi di fronte a qualcosa di eccelso, però allo stesso tempo noi amanti dell’underground avremo di che soddisfarci.
I parigini propongono un death metal arcaico e grezzo con mortifere virate in territorio doom/sludge e alcuni riffs di derivazione thrash/black davvero intriganti.
Le influenze principali sono da ricercare nei Celtic Frost e in tutti quei lavori di fine anni ottanta nei quali la commistione tra trash e death era ancora tale da non permettere di definire death metal in pieno quei dischi lontani.
Tutto questo con una punta di attenzione verso il tipico caotico massacro che le band di oggi sono spesso in grado di ricercare: ho sentito qualcosa dei gruppi americani della west coast in questo prodotto (Ritual Necromancy ad esempio).
Direi che il lato più apprezzabile dell’album sta nella sua capacità di creare un’atmosfera cupa, mortifera, putrescente; le parti doomeggianti sono copiose e piuttosto tristi e pesanti, la riffosità e i poderosi blast beats della batteria invece accompagnano l’ascoltatore verso l’oblio quando i nostri decidono di accelerare.
Tra le songs più riuscite metto “Invocation of archaic deities”, maligna e potente, “Amid the ruins”, furibonda nel caotico approccio delle chitarre, e la conclusiva, complessa, “Subterranean life”, nella quale emergono tutte le caratteristiche del sound dei ragazzi dell’Ile de France, la grezza persuasività dei riffs e la furia assassina della doppia cassa, oltre alla mortifera e depressiva intonazione del cantato.
Non credo che questo disco possa proiettare questa band emergente verso una fama planetaria, nè tanto meno possa convincere qualcuno della propria originalità: ma credo che nel mondo underground al quale gli Atavisma appartengono questi concetti siano di scarsa se non nulla importanza, i nostri hanno intenzione di guidarci nel loro infernale labirinto di sofferenza e decomposizione senza la pretesa che siano in tanti a seguirli.
Ottimo prodotto di stampo underground profondo, consigliato a chi preferisce una nebbiosa giornata invernale al sole di agosto.



9. Eroded – Necropath – F.D.A. Rekords

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Probabilmente gli svedesi Grave rappresentano una delle band più importanti all’interno del panorama death metal, vuoi per il nome e il logo così “death metal”, vuoi per la militanza, vuoi per il sound che negli anni è rimasto ad alti livelli di ispirazione e resa compositiva.
Forse è per questo motivo che sono così tante le band che clonano la loro musica e che hanno chiamato se stesse con il titolo di una delle più antiche e mitiche song del combo svedese, “Eroded” appunto, apparsa per la prima volta nel 7 pollici “Tremendous pain” del 1991, tempo in cui i nostri dovevano ancora diventare famosi e prima del loro primo full lenght, il mitico “Into the grave”.
Gli Eroded qui in questione arrivano da sotto casa nostra, da Alessandria per la precisione, e giungono qui al loro secondo album in un periodo di attività relativamente lungo.
Il disco non è per niente male: gli Eroded suonano un tradizionale death metal di stampo europeo, principalmente diretto verso sonorità più aggressive stile Grave appunto, piuttosto che melodiche.
I ragazzi piemontesi dimostrano anche di essere in grado di offrire un’eccellente performance: batterista su tutti, molto bene le chitarre e ottima la voce.
Niente di innovativo da parte dei nostri, ma rigoroso e attento rispetto dei canoni: il prodotto finale è un ottimo death metal che lascerà soddisfatti la maggior parte degli appassionati.
La linea compositiva resta ovviamente un pò piatta, ancorata al passato e senza una grande personalità, ma ci sono alcuni pezzi che ho gradito più di altri e che, ad un ascolto più attento, possono inserirsi tra i migliori pezzi di genere senza alcun tipo di vergogna o timore nel sostenere il confronto.
In particolare l’atmosferica “Throne of no return”, dove il sound swedish sfocia in qualcosa di più moderno e teutonico, uno stile che richiama i vecchi Morgoth con una nota di moderno death metal tedesco e “Of graven blood on earth”, 5 minuti di sontuoso death metal con cambi di tempo e voce killer.
Un disco degno di nota che non lascerà indifferenti coloro che dal genere cercano certezze.



10 . Cemetery Urn – Barbaric Retribution – Hellsheadbangers

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Dopo aver ascoltato l’eccellente disco dello scorso anno partorito da questo quartetto di Melbourne, Australia, mi sono meravigliato di una nuova uscita a così poca distanza di tempo: ho, in ogni caso, acquistato il cd a scatola chiusa e iniziato gli ascolti.
Purtroppo, quando è fresca la memoria di un precedente ottimo lavoro, si finisce col paragonare il nuovo col vecchio e trovare un sacco di difetti.
Il sound mi pareva meno profondo, più scontato, c’era qualcosa di diverso: al che ho iniziato a leggere della band in giro per il web fino a scoprire che per il nuovo album i nostri hanno utilizzato un nuovo singer: al posto dell’eccellente Chris Volcano degli Abominator (band storica australiana che consiglio vivamente a tutti coloro che non la conoscessero), entra un certo S. Geoffrey, che perde pesantemente il duello col più titolato collega.
Siamo soliti fornire un’importanza relativa al cantato, ci soffermiamo spesso con più attenzione sugli aspetti musicali, compositivi e tecnici: in realtà la voce è la base di tutto, una voce troppo poco espressiva non si addice a certe composizioni, troppo distorta può annoiare, troppo gutturale rovinare tutto, poco profonda come quella presente in questo disco può costringere la band a modificare il proprio sound.
Il lavoro, nel complesso, non è male: death metal cavernoso in stile tipicamente aussie, con quella vena di sano demonio in sottofondo che fa sempre piacere, caotico e ben orchestrato, ma senza particolare incisività.
Lungi da me voler addossare colpe al buon Geoffrey che, in fin dei conti, fa il suo dovere: piuttosto non comprendo la fretta di bissare il disco dello scorso anno (riuscito molto bene) in così poco tempo: non credo che si possa parlare di esigenze discografiche dal momento che non penso che i CU siano sotto contratto per soldi importanti o debbano promuovere materiale in vista di un tour mondiale; i CU sono una band underground appartenente ad uno dei movimenti underground più straight del pianeta, quello australiano, avrebbero potuto e dovuto meditare di più e meglio questo disco.
In conclusione, un lavoro che si colloca nella piena sufficienza (con alcuni bei pezzi davvero, “Deathmask preserver”, “Down the path of the dead” e “Trendils of defilement”), ma che, paragonato al suo predecessore, è un deciso passo indietro.



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Redazione

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