L’Angolo Della Morte: le 10 uscite Death Metal più significative di Giugno 2019

A cura di Apparizione79

Mese di giugno estremamente produttivo, ma nel quale nuovamente non ho trovato un numero di uscite significativo da parte di band di nome: nel mondo death metal, ormai, sono attive un numero di label imprecisato che si va a collocare in un limbo posto tra l’underground più estremo (al quale, nei giorni nostri, difficilmente appartengono band death metal che arrivano a debuttare sulle scene) e il “commerciale”; queste etichette sono in grado di produrre con accuratezza, hanno strumenti tecnologici che rendono il sound chiaro e preciso, hanno capacità distributive discrete, al passo con la facilità comunicativa del moderno mondo informatizzato.

Ne viene fuori un sistema nel quale, di sicuro, si è persa la poesia di una volta, ma che non è diventato moderno al 100 per cento: ancora oggi, le band alle quali spedisco un obolo (via web chiaramente e non in busta come accadeva un tempo) mi ringraziano con sincerità e cercano di instaurare un dialogo con chi si è interessato a loro e alla loro musica.

Insomma, anche a giugno 2019 il mondo death metal, anche se non è quello di 20 anni fa, conserva una sua vena autentica e primordiale: di seguito la lista dei dischi che ho scelto tra i numerosi che ho ascoltato nello scorso mese di giugno.



1 . Memoriam – Requiem For Mankind – Nuclear Blast

Terzo disco in tre anni per i deathsters inglesi Memoriam: questa iperproduttività non si concilia con il mio ideale di band estrema, ma ogni mio pregiudizio in merito alla qualità del prodotto è stato spazzato via dopo pochi secondi dall’inizio della prima song.

I veterani di Birmingham hanno ormai raggiunto un proprio sound caratteristico, di sicuro derivativo da quanto fatto dai vari membri della band lungo le decadi nelle quali si sono dipanate le rispettive carriere musicali nelle fila di Benediction e Bolt-Thrower; tuttavia, il presente lavoro raggiunge livelli di cupa profondità maggiori dei precedenti, mi è parso più vicino, come influenze, alle drammatiche atmosfere dei Bolt-Thrower piuttosto che alla ruvida potenza (sempre ben presente, sia chiaro) stile Benediction.

Le chitarre tessono le solite trame di orrorifico death metal moderno, i cambi di tempo e direzione della granitica sezione ritmica rendono il sound profondo, tenebroso, incalzante, la voce di Karl Willets è rotonda e coinvolgente, una delle migliori in circolazione.

Siamo davanti ad un lavoro di death metal del nuovo millennio, pesante e potente nell’impostazione del riff e, allo stesso tempo, dotato di un notevole groove che rende le numerosi parti cadenzati particolarmente cupe e soffocanti.

Ero rimasto parzialmente deluso dal precedente “The Silent Vigil”, dopo che avevo ascoltato tantissimo l’esordio “For The Fallen”: qui i Memoriam si sono, per il sottoscritto, rifatti in pieno, andando ad impreziosire il proprio sound con atmosfere mortifere e senza rinunciare alla potente riffosità che è il marchio di fabbrica del death metal della band inglese.

Si comprende subito che il lavoro è azzeccato, che prende la giusta direzione dall’inizio: lo si capisce dall’incipit tenebroso e pesante di “Shell Shock”, dal tagliente riff centrale di “Undefeated”, dall’atmosfera doomeggiante e cattiva di “Never The Victim”; il seguito del disco è sullo stesso livello dei primi tre ottimi pezzi: voce profonda e sentita, chitarre riffosissime, batteria e basso sontuosi, lugubri e pesanti rallentamenti alternati a violente e possenti sparate.

Non mi sento di citare una canzone piuttosto che un’altra: le tre iniziali sono molto belle, ma anche “Austerity Kills”, “The Veteran” e la title track potrebbero stare un gradino sopra le altre.

Che dire; i veterani inglesi stanno vivendo una seconda giovinezza con i Memoriam: le loro band originarie sono ufficialmente sciolte da poco (Bolt-Thrower) o sono addirittura ancora attive (Benediction), ma in realtà risultano improduttive da lungo tempo, dagli ultimi (non proprio vincenti) lavori di inizio anni duemila. La parabola dei musicisti che compongono i Memoriam è stata lunga e ha rappresentato un pezzo imporante della storia del death metal in Europa e nel mondo: album come “In Battle There Is No Law” e “Subconscious Terror” sono stati tra i primi dischi death metal a vedere la luce nel Vecchio Continente alla fine degli anni ottanta e capolavori come “The IV Crusade” e “Trascend The Rubicon” costituiscono ancora oggi dischi di riferimento, dischi che ogni death-metallaro rispetta e ascolta.

Forse i quattro giovanotti di Birmingham hanno deciso che il silenzio delle loro creature originarie si fosse fatto troppo pesante per essere tollerato: hanno creato una band, i Memoriam, che in poco tempo è diventata un punto di riferimento per gli appassionati del genere, una band che (se non cederà alla bramosia di uscire con un disco all’anno) di sicuro ci regalerà altri episodi di valore come il presente, ottimo “Requiem For Mankind”.



2 . Hate – Auric Gates Of Veles – Metal Blade Records

Charles Darwin ci ha spiegato che l’evoluzione della specie è ciò che permette agli esseri viventi di adattarsi ai cambiamenti del mondo: per alcune specie animali, tale evoluzione è stata vincente, per altre (molte di più) meno.

Darwin ci ha anche spiegato che molto spesso è stato il gesto di un singolo, il tentativo di compiere un’azione con modalità diverse da quelle adottate dal gruppo fino a quel momento, a spingere tutti verso il miglioramento, verso condizioni di esistenza più facili e soddisfacenti.

Anche nella musica l’evoluzione è importante: gli Hate, ad esempio, sono passati dall’essere una delle tante granitiche band classic death metal post cortina di ferro, molto dure e potenti ma senza particolari idee e motivi per essere ricordate, ad una delle più intriganti proposte odierne in ambito blackened.

E come ogni evoluzione ha avuto un suo primo fautore, così, in ambito musicale, tutte le band provenienti dalla Polonia devono la loro evoluzione musicale ai Behemoth, ossia il primo gruppo proveniente da quelle parti ad aver pensato di modificare il proprio sound (che originariamente era black metal per la verità) verso qualcosa di diverso.

Oggi, in spiaggia, stavo ascoltando il nuovo disco degli Hate: attorno a me, i soliti bagnanti che osservano i tatoo che ricoprono il mio fisico palestrato con interesse (e forse con un pò di imbarazzo), le solite tipe affighettate anche in costume da bagno (anzi, pure di più), le solite dinamiche da bagnanti; nessuno immagina che gli Hate, nelle mie cuffiette, stiano facendo tutto il possibile per far salire il demonio sulla terra e spazzare via tutti gli esseri umani in un attimo solo.

I polacchi, come nei precedenti ottimi dischi, non fanno prigionieri: il tappeto di doppia cassa sfuria senza pietà sui riff taglienti e velocissimi delle chitarre, il basso incupisce per bene il prodotto e le tastiere fanno il resto rendendo l’insieme una vera e propria evocazione della violenza blasfema; resta molto classica la voce: growl a tutti gli effetti, profonda, cupa, cattiva.

Il complesso è di tutto rispetto, il sound è brutale e penetrante. La rabbiosa title track è sicuramente il pezzo migliore del disco, il brano che esprime appieno il suono degli Hate, la loro capacità di essere violenti ed evocativi allo stesso tempo; a seguire ottime anche l’opening devastante e desolata “Seventh Mavanthara” e la potentissima “Sovereign Sanctity”.

In conclusione, un gran bel disco di death metal dalle forti contaminazioni black, un disco che conferma gli Hate nell’olimpo del death metal dopo l’ultimo, eccellente, disco “Tremendum”, rispetto al quale il presente sforzo rappresenta addirittura un ennesimo passo avanti.



3 . Beheaded – Only Death Can Save You – Agonia Records

Evidentemente la collaborazione italo-maltese continua a dare i propri frutti, almeno in ambito musicale estremo visto che da un punto di vista delle relazioni politico-diplomatiche ci sono molti motivi di distacco.

Tuttavia, il batterista romano “Brutaldave” Billia, attivo tra gli altri con Antropophagus, Hour of Penance e soprattutto con i Coffin Birth nella cui line up è inserito anche il singer maltese dei Beheaded Frank Calleja, ha deciso di donare le proprie fatiche al nuovo album in studio della storica band brutale maltese.

Fatte queste brevi premesse, vediamo di concentrarci sul disco: bisogna subito dire, per onestà di esposizione, che i Beheaded possono piacere molto oppure risultare poco interessanti; non vedo grosse vie di mezzo per il fatto che i nostri sono determinati da sempre a percorrere vie piuttosto dirette e classiche inserendo il proprio sound nella corrente brutal vecchia scuola, roba che piace o che rischia di non dire molto.

Detto che il sottoscritto appartiene ai fan della band maltese che ho potuto apprezzare anche dal vivo e ho trovato parecchio devastante, è oggettivo che il presente lavoro presenta caratteristiche di forza e violenza tali da far impallidire molti prodotti brutal, contemporanei e passati: i blast beat furibondi di Brutaldave non lasciano scampo, le parti cadenzate servono a rendere il tutto ancora più macabro e violento, la voce di Calleja è cruda e potente, le chitarre riffeggiano poderose e quadratissime, così come la sezione ritmica del basso che accompagna devoto e attento l’evoluzione del sound.

Il disco non perde mai il filo del discorso, mi è risultato più classic death e meno brutal dei predecessori (sopratutto l’ultimo, ottimo, “Beast Incarnate” di un paio di anni fa che aveva caratteristiche di maggiore brutalità): non che qui il sound possa mai lontanamente essere ritenuto melodico, ma le zone di ragionamento e rallentamento cadenzato forse sono più presenti rispetto alla precedente produzione dei maltesi.

La costruzione dei pezzi è varia (a differenza di quanto avviene per la maggior parte delle band brutal) senza mai diventare arzigogolata: i nostri sono classicissimi da un punto di vista dell’impostazione e non intendono avvicinarsi a territori estranei al loro dna; tuttavia, alla band va riconosciuto il tentativo (riuscito) di personalizzare il proprio sound per renderlo più al passo coi tempi.

Canzoni migliori: “The Charlatan’s Enunciation”, la title track e “Embrace Your Messiah”.

Non dimentichiamoci che questa band ha radici lontane, essendo nata nel 1991: i nostri sono forse l’unica band maltese estrema che sia riuscita a far uscire dall’isola la propria proposta musicale.

E questa curiosa provenienza rende ancora più interessante la musica dei nostri, rende ancora più apprezzabili lo sforzo e la passione di un gruppo di ragazzi nati su una piccola isola bagnata dal mar Mediterraneo e baciata dal sole, un’isola nella quale il death metal non avrebbe avuto alcun rappresentante di livello se alcuni ragazzi del posto non avessero fondato i Beheaded quasi 30 anni fa; una band che, oggi, con il proprio sesto disco in studio, dimostra che anche nei luoghi più piccoli e isolati la passione per la nostra musica preferita ha trovato sfogo e nutrimento.  



4. Fetid – Steeping Corporeal Mess – 20 Buck Spin

Band americana che suddivide la propria esistenza tra Seattle e Portland e che si inserisce a pieno titolo nella vivacissima scena che contraddistingue il nord della West Coast degli States.

I nostri, prodotti dalla sempre più attenta e intraprendente label di Pittsburgh 20 Buck Spin, propongono cinque tracce (per un totale di circa 32 minuti di musica) di marcescente, putrido, cattivissimo death metal: siamo davanti ad un sound estremamente malato, con continui sconfinamenti nei territori del doom, con una voce pesantemente distorta che richiama Suffocation o primi Cannibal, con una sezione ritmica mai banale che accompagna il putrido operare delle chitarre.

Quando mi trovo davanti a queste moderne ricette di death metal non posso che rimanere soddisfatto e applaudire i giovani virgulti che decidono di continuare lungo la via percorsa dai propri predecessori in materia di melodie malate, desolanti e cattive.

Il metallo della morte non è roba per gente allegra: band come i Fetid sanno benissimo di dover fare le cose sul serio e non si sottraggono ai propri doveri.

Le cinque tracce sono tutte ottime, con alcune eccellenze: la opening “Reeking Within”, “Consumed Periphery”, la song più breve e diretta del disco, e “Draped In What Was”, canzone introdotta da un intermezzo similtechno da horror movie anni ottanta e che rappresenta, per me, il pezzo migliore del disco per putrida atmosfera complessiva e per l’azzeccato riff attorno al quale tutta la song è costruita.

Album davvero molto bello, di death metal cadenzato e potente al tempo stesso, di chitarre grattanti e cattive e di batteria galoppante, di dommeggiate furiose e di tappeti di doppio pedale e rullante; album vario e interessante che mi ha molto divertito.

Lasciatevi trascinare dal ritmo incalzante e dalle putride atmosfere che il terzetto americano ha saputo creare con questo eccellente disco di esordio e, ne sono certo, non resterete delusi.



5 . Firespawn – Abominate – Century Media

Il vecchio frontman degli Entombed LG Petrov ha deciso di tornare alle origini con la sua nuova creatura Firespawn: abbandonate le derive hardcoreggianti che hanno caratterizzato la produzione matura della sua prima band e i recenti sforzi degli eredi Entombed AD, il cantante svedese ha rispolverato la sua vociona growleggiante che risulta essere, in effetti, una delle più poderose in circolazione sul pianeta.

Il resto del disco è dato da riff quadrati ed esperti, figli delle performance delle navigate mani di Fredrik Folklare (operativo da tempo negli Unleshaed e nei Necrophobic, tanto per dare l’idea del livello del ragazzo), dalla potentissima drumning session (anche qui affidata alle cure del veterano Matte Modin, già attivo in Defleshed e Dark Funeral), dalla profonda cadenza del basso e da una complessiva pesantezza della proposta che rende il disco davvero cupo e interessante.

Certo, i nostri, qui al terzo disco in pochi anni, non spiccano per originalità: l’idea è sempre quella di prendere un bel riffone quadrato e spaccarlo sulla testa del compiaciuto ascoltatore; un’idea che a me soddisfa appieno, pur tuttavia non potendo esimermi dal notare che l’idea in questione è stata già di altri in passato.

Insomma, il disco raggiunge alti livelli di violenza e pesantezza, caratteristiche che (non va scordato) si sposano alla perfezione con i canoni del death metal, ma lascia parecchio a desiderare in quanto a originalità.

I nostri, qua e là, provano a cambiare registro, come nell’eccellente controtempo di “Heaten Blood”, ma poi, quasi a volerci rassicurare di non aver smarrito la via maestra neppure per sbaglio, attaccano la canzone successiva (l’ottima “The Great One”) con un riffone tappezzato di doppia cassa che più classico non si può; ci sono accenni di melodia, ma prevale la violenza, la velocità tumpeggiante con il riff pesante a farla da padrone, la vociona sporca e cattiva di Petrov a fare il resto.

Il disco prosegue la sua corsa imperterrito, tra assoli rockettosi e riff che chiamano la storia del death metal per nome, tra growl spudoratamente brutali e songwriting che non lascia spazio all’immaginazione; prosegue la sua corsa fino alla fine senza annoiare, convincendo appieno e regalandoci un eccellente esempio di sano, puro, classico death metal della tradizione.

Quando a suonare il genere restando nei canoni sono musicisti veterani come quelli che LG Petrov ha scelto per accompagnarlo nell’avventura coi Firespawn, il risultato è quasi sempre tra il buono e l’ottimo, soprattutto se a queste band non si richiedono troppe deviazioni da linee sonore scolpite nella storia.

Segnalo le song migliori: la già citata potentissima “The Great One”, la cavalcata iniziale di “The Gallows End”, la melodiosa “The Hunter”, la violenta title track. Il tutto in un contesto che non dovrebbe scontentare nessuno.

Ascoltate il disco senza problemi: se vi piace il death metal, non potrete non restare soddisfatti.



6 . Infernal Conjuration – Infernale Metallum Mortis – Iron Bonehead Production

Superato il check point di San Diego, l’autostrada continua a correre nel deserto della Bassa California: la prima città che si incontra dopo il confine messicano è Tijuana, luogo di frontiera famoso per essere una delle capitali mondiali del traffico di droga, città nella quale non ci si ferma se non si ha un valido motivo.

Ed è proprio da Tijuana che arrivano gli Infernal Conjuration, band “tricolor” veterana anche se qui di fatto all’esordio discografico pieno: i nostri si sono formati nei primi duemila e hanno poi prodotto un paio di EP che solo in pochi (tra cui il sottoscritto) hanno ascoltato.

La natura potentemente underground del sodalizio messicano è confermata dall’attitudine semi-segreta dei componenti della band e soprattutto dal sound proposto: un potente e classico death metal della tradizione dalle forti tinte blackeggianti.

I nostri ci sanno fare: il tributo a Death, primi Sepultura e Slayer è notevole, ma la band riesce a creare una sordida atmosfera satanosa che mi ha fatto apprezzare parecchio il disco.

Le chitarre tendono ad arrangiamenti rapidi e taglienti, la voce è cupa e distorta, il basso campeggia in sottofondo presente e cattivo, la drumming session non contiene difetti: i 40 minuti del lavoro volano via sereni e ben amalgamati.

Tra i punti di forza del sound dei nostri, metterei le parti cadenzate (piuttosto rare) nelle quali i nostri sanno essere davvero molto pesanti, richiamando atmosfere di certe bellissime songs dei Cannibal o di prodotti classic death (Death e Obituary su tutti).

Tra le song migliori, indubbiamente l’incenerimento di “Demonic Possession”, la violenza infernale di “Dreadful Knowledge” e la conclusiva “Ultimatum”.

Disco che si fa apprezzare per la potenza e la cattiveria della proposta, oltre che per la capacità di creare una marcia e agonizzante atmosfera demoniaca che riesce a gettare l’ascoltatore nello sconforto che accompagna le esistenze dei dannati.

E noi, da bravi amanti del genere, non possiamo che lasciarci trascinare verso la dannazione dalle note sapienti suonate da questi ragazzi messicani, capaci di mettere insieme l’ennesimo eccellente prodotto death metal contemporaneo.



7 . Catalyst – The Great Purpose Of The Lords – Great Dane Records

Album da non perdere per gli amanti del tech-death progressivo, varato da questi debuttanti francesi provenienti dalla medievale Metz, bellissima città goticheggiante che sorge sulle rive della Mosella, al confine con la Germania.

Più di un secolo fa questi luoghi furono il teatro degli scontri sanguinosi della Grande Guerra, oggi Metz è una moderna e allo stesso tempo antica città di stampo nordeuropeo, cupa, gugliosa e molto affascinante: così come è fascinoso il sound creato dai Catalyst (sul nome si poteva fare meglio) che mettono sul piatto un disco di esordio di altissimo valore artistico e compositivo.

Per comprendere ciò che stiamo ascoltando dobbiamo immaginare un mix ben riuscito tra qualcosa di estremamente ruvido e ancient regime (direi che i principali ispiratori dei nostri sono i Death del periodo tecnico) mescolato con sapienza con suoni tecnico-progressivi chiari e limpidi di moderna creazione (sento nel disco la velocità dei Nile e la precisione chirurgica degli Obscura, oltre a certe melodie che richiamano un sound di ispirazione più svedese): ne esce un disco davvero molto bello, piuttosto lungo (sopra i 60 minuti), prodotto in maniera cristallina, nel quale troviamo tracce maggiormente scarne e dirette (la sontuosa title track ad esempio) vicino ad altre più complesse (la lunghissima “An Unworthly Covenant”) nelle quali i nostri ci dimostrano appieno qualità compositive, eccellenza tecnica e idee di livello superiore alla media.

Purtroppo le uscite tech-death progressive sono davvero moltissime con il rischio che l’ascoltatore resti ingolfato e finisca per perdersi le poche meritevoli di reale attenzione: da parte mia, passo oltre senza particolari patemi d’animo anche certi lavori che provengono da band affermate che suonano un death metal (a mio modo di vedere) inutilmente complesso, ma non posso evitare di segnalare lavori come il presente che, quando capitano nel mio stereo, mi lasciano sempre intrigato e soddisfatto.

In conclusione, un disco che va assaporato con calma e cura del dettaglio (come hanno fatto i nostri nel comporlo e nell’eseguirlo), con uno sguardo anche alle tematiche delle song che narrano le gesta di un gruppo di spiriti maligni e primordiali che vagano nell’etere alla ricerca di un signore che li guidi alla conquista dell’universo: capisco che molti non amino soffermarsi su questo tipo di cose, ma resta il fatto che i concept album sono sempre gradevoli e interessanti, soprattutto quando narrano storie o vicende che non conosciamo e che a volte stuzzicano la nostra curiosità. Insomma, bel lavoro in tutto: fortemente consigliato.



8 . Mortic – Beneath The Surface – Unsigned

A volte credo di essere una persona fortunata: non mi manca nulla, sono circondato da persone che mi stimano e mi vogliono bene, ho delle passioni che mi tengono vivo e presente. A volte, invece, credo di essere molto fortunato: sia quando, di ritorno dal lavoro, trovo nella cassetta della posta un pacchetto inaspettato, ma soprattutto quando, dopo aver ispezionato e ascoltato il contenuto del pacchetto, constato di essere venuto in possesso di un disco uscito in edizione superlimitata e che ha caratteristiche che mi piacciono anche a livello artistico.

Così è accaduto con il cd autoprodotto di questa band americana proveniente da Minneapolis, la città più nota e importante del freddo stato del Minnesota.

I nostri, dopo un EP di tre song di un paio di anni fa (tutte contenute nel presente full lenght), arrivano da indipendenti al primo album completo e dimostrano di saperci fare: i ragazzi suonano un classicissimo death metal americanoide, collocato in anni piuttosto lontani (i soliti primi nineties) senza alcun desiderio di impreziosire il tutto con derive e connotazioni più moderne.

Il lavoro è incentrato sul riff stoppato stile americano che rende il sound più tecnico rispetto a quello dei prodotti death dei pionieri: la maturità della proposta è inevitabile per una band che arriva a suonare il genere dopo aver avuto la possibilità di assimilare per bene i dettami dei maestri; ciò rende il disco privo di evidenti difetti da un punto di vista tecnico, pur scontando una certa semplicità compositiva che sa di già sentito.

Entrando nel dettaglio, i Mortic presentano un lavoro egregio delle chitarre, capaci di arrangiare riff a ripetizione e ben amalgamati col disegno complessivo del disco, la classica vociona potente dei singer americani della seconda ora del death metal, un basso duro e presente, una batteria solida e precisa nei cambi di tempo e nell’uso del doppio pedale: ne esce un sound classico, ben orchestrato, mai scollato, convincente.

I nostri sono bravi nelle accelerazioni, ma ancor di più nelle stoppatone che hanno reso importante il sound proveniente da oltreoceano (principali ispiratori dei ragazzi del Minnesota sono i primi Immolation, i Malevolent Creation e alcune band americane più dedite al lento tipo i Morta Skuld).

Senza nessuna variazione dal tema principale, il growl potente del cantato colora il disco e lo conduce verso il suo epilogo; principali canzoni da segnalare, la cadenzata “Chaos Of Torment”, la iperclassica “Beyond The Cemetery” (anche il titolo della song non denota tutta questa fantasia) e la rallentatissima “Crawl”.

Per concludere, lavoro death metal classicissimo che si colloca nell’ambito di quelle band moderne (non abbiamo reali info sui membri del gruppo per comprendere se abbiano una carriera musicale alle spalle o siano dei neofiti) che amano rievocare il passato: un disco godibile e sensato, senza grosse pretese ma suonato molto bene.

Fatevi un giro sui Grandi Laghi e arrivate fino a Minneapolis: nonostante sia la grande città più fredda degli States, ho un ricordo gradevole della Twin City (così detta perché attaccata alla vicina Saint Paul con cui forma una notevole area metropolitana), mi è parsa vivibile, paesaggisticamente migliore di altre città americane, vivace da un punto di vista culturale.

Tuttavia, se non aveste voglia o tempo per arrivare fin lassù, limitatevi ad ascoltare il disco dei Mortic: un bel disco death metal molto classico che vi lascerà soddisfatti. 



9 . Critical Mess – Man Made Machine Made Man – Metalville

Ecco un esempio di classico death metal: i Critical Mess da Hannover, Germania, suonano solo ed esclusivamente questo, del sano, putrido, commovente death metal.

Siamo nei più canonici binari del sound nineties del genere, quando le band avevano già raggiunto notevoli maturità compositive ed esecutive.

Nella proposta dei ragazzi tedeschi (non gente di primo pelo, come si conviene per una band dedita a comporre ed eseguire roba anni novanta) ci sono i Cannibal, i Malevolent Creation, i Monstrosity. Il tutto incupito da una vena di maggiore pesantezza di stampo europeo e impreziosito da una produzione di altissimo livello in grado di rendere perfettamente la potenza del suono dei nostri.

La band ha le idee chiare: le chitarre riffeggiano con dedizione disegnando trame potenti e, al tempo stesso, marce e cadenzate, il basso si fa sentire, la batteria accompagna con blast beat poderosi e cambi di tempo precisi ma non eccessivi; un plauso particolare alla profonda e cupa voce del singer, soprattutto perché l’interprete è la gentile signorina Britta Gorts che vanta un’ugola deathmetallica che potrebbe far impallidire tanti cantanti uomini per le tonalità basse e tempestose che è in grado di raggiungere.

Resto sempre soddisfatto quando posso ascoltare un prodotto che ripercorre i canoni del mio genere preferito e, soprattutto, nel suo periodo da me preferito: quello di quando ero teenager, quando le band death metal puntavano sull’impatto e la potenza distruttiva con attenzione all’esecuzione e alla padronanza della tecnica; quel periodo in cui gruppi come i Cannibal Corspe, i Malevolent Creation, gli Immolation, i Brutality e altri hanno composto i loro migliori dischi. E, come detto, è proprio a quel periodo che si richiamano i giovanotti tedeschi.

Tra le song che ho maggiormente apprezzato metterei “Echo”, “No Gods” e la title track per la maggiore potenza che questi episodi sono in grado di regalare all’ascoltatore.

Consigliato a tutti quelli che, come il sottoscritto, non vogliono guardare troppo avanti nella vita, non vogliono che proprio tutto cambi, soprattutto non cambino quelle cose che ci piacciono e che per noi sono sempre andate bene; forse mi potrete dire che significa accontentarsi: forse è vero, ma poche cose mi rendono contento come un bel disco death metal tradizionale come quello dei Critical Mess. E allora, perché cercare per forza qualcosa di diverso? 



10 . Eternal Rest – The Picture Of Hatred – Gore House Productions

Ho fatto grande fatica a selezionare dieci dischi per questo mese di giugno: ho lasciato fuori prodotti davvero validi e ho messo in posizioni alte della classifica lavori che, in altri mesi, sarebbero stati ai primi posti.

Il qui presente disco degli Eternal Rest ne è l’esempio più chiaro: i nostri (qui al terzo disco e, pertanto, già ben rodati) suonano un eccellente death metal d’assalto, tirato dall’inizio alla fine, demoniaco, che non fa prigionieri; la band proviene da Brisbane, capitale dello stato australiano del Queensland, nonché terza città del continente per popolazione dopo Sidney e Melbourne: è notevole la produzione australiana in ambito death metal, soprattutto è notevole la qualità dei prodotti che provengono da quell’angolo di pianeta.

Il sound degli ER è incentrato sulla velocità: la batteria non cambia mai direzione sparando sulla faccia del malcapitato ascoltatore un assalto di cassa e rullante davvero primordiale (siamo in perfetto stile aussie tipo Sadistik Exekution o tipo i canadesi Blasphemy per citare due esempi di massacro ignorante che hanno ispirato tanti), le chitarre sono rapide e determinate (non particolarmente fantasiose ma il genere suonato dagli ER non lo richiede), la voce è rauca e screammosa, la sezione ritmica del basso accompagna bene il tutto pur non riuscendo ad incupire il suono che rimane forse un pò troppo chiaro per una band che propone un death metal nel quale non sono nè la tecnica, nè la varietà a farla da padrone.

A tratti ho percepito una certa propensione al riff hard core, senza mai allontanarsi davvero dai territori del classic death da assalto frontale: sono apprezzabili tentativi di rendere il sound ancora più duro e violento, scopo che questo genere di band persegue con dedizione totale all’ignoranza.

Tra i pezzi migliori, segnalo la potentissima “This Will End In Violence”, la notevolmente aggressiva “The Will Of Death” e la violenta title track.

Bel lavoro di genere, consigliato a chi ha voglia di scapicollarsi senza troppi pensieri ascoltando un pò di sano e ignorante death metal primordiale.



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