I 20 migliori dischi Lookout Records

A cura di Diego Curcio

Qui sotto trovate la mia personale lista dei 20 migliori dischi usciti per la Lookout Records, la casa discografica indipendente di Berkeley fondata da Larry Livermore nel 1987, che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila, ha ridefinito i canoni del pop-punk (e non solo). Come molti sapranno si tratta dell’etichetta da cui sono partiti i Green Day prima del successo planetario di Dookie, ma la Lookout è stata anche la casa madre di altre band meno famose e altrettanto cruciali come Queers e Operation Ivy. Naturalmente scegliere 20 dischi non è stato facile e, anche se qualche gruppo avrebbe meritato di essere citato per ben più di un album, ho preferito compilare un elenco di 20 band differenti. Purtroppo, come accade spesso in questi casi, sono rimasti fuori alcuni nomi importanti (se non altro per me) come Samiam, Tilt, Squirtgun, Corrupted Morals, Ted Leo e Yesterday’s Kids.


La lista comprende solo album e non singoli ed ep e non prende in considerazione le ottime raccolte firmate Lookout. Ho quasi sempre privilegiato i dischi usciti direttamente sull’etichetta, lasciando fuori quelli ristampati in seguito (cosa che mi ha fatto escludere il bellissimo “It’s A Girl” degli Sweet Baby). L’unica eccezione è “Everybody’s Entitled…” dei Mr. T Experience, che mi sembrava la scelta meno scontata per parlare della band di Dr. Frank. L’ordine di questa lista, infine, è rigorosamente cronologico, anche se proprio il disco degli MTX è infilato un po’ a caso, visto che è dell’86, ma è stato ristampato più tardi dalla Lookout, che ha aperto i battenti, come detto, nel 1987.



01) Lookouts – One Planet One People ‎(1987)

Hardcore ruspante, da autentici contadini della valley. Canzoni sgraziate e zoppicanti. Ma con una sottile e scanzonata vena melodica ,che farà letteralmente scuola. Non si può compilare una lista dei migliori dischi Lookout senza inserire la band che ha dato origine a tutto, a partire dal nome della label: i Lookouts di Larry Livermore (fondatore della casa discografica) e di un giovanissimo Trè Cool alla batteria. Un gruppo di pazzi boscaioli di Iron Peak che, in questo esordio, infila 22 pezzi in meno di 25 minuti, tra cui tre cover inaspettate come la divertente “It’s All Over Now Baby Blue” di Bob Dylan. Una piccola gemma di hardcore melodico.



02) Operation Ivy – Energy (1989)

Gli Operation Ivy dei futuri Rancid Tim (Lint) Armstrong e Matt Freeman hanno lasciato un segno indelebile nel punk californiano. Ma a differenza di molti loro compagni di scuderia non suonano né pop-punk né hardcore melodico. Il loro ska-core, che guarda ai Clash, ma anche alla scena hc americana, è irresistibile e al tempo stesso irripetibile. I tanti epigoni che verranno dopo non avranno un briciolo della loro creatività e urgenza. Pezzi come come “Knowledge”, “Take Warning”, “Bad Town” e “Sound System” mescolano ritmi in levare e sventagliate punk, grazie anche alla splendida voce di Jesse Michaels. Di “Energy” esiste anche una versione in cd che raccoglie, oltre all’album omonimo, anche tutti i singoli e i pezzi sparsi della band.



03) Green Day – 39/Smooth ‎(1990)

Il primo album dei Green Day è un piccolo capolavoro pop-punk. Nonostante la giovane età e qualche piccola ingenuità (o più probabilmente grazie a questi due elementi essenziali) Billie Joe, Mike e Al Sobrante (Trè Cool arriverà col successivo e splendido “Kerplunk”) dimostrano di essere una band coi controfiocchi. I riferimenti principali sono gli Husker Du del medio periodo e i Replacements. La voce di Billie, così come la sua chitarra, è ancora deliziosamente incerta e titubante. Le melodie sono eccezionali e canzoni come “Going To Pasalaqua” “16” e “Green Day” passano da semplici quadretti adolescenziali e veri e propri manifesti generazionali.



04) The Mr. T Experience – Everybody’s Entitled To Their Own Opinion ‎(1986, ristampa 1990)

Anche se questo disco non è uscito originariamente per la Lookout (che però lo ha ristampato qualche anno dopo), l’esordio dei Mr T. Experience merita una menzione particolare. La band di Dr. Frank – che si legherà praticamente a vita all’etichetta di Berkeley sfornando gioielli pop punk a raffica come il trittico “Our Bodies Our Selves”, “Love Is Dead” e “Ravenge Is Sweet, And So Are You” – è un punto di riferimento per la scena del 924 Gilman Street, il “club” (o centro giovanile) motore della scena punk e alternativa della Bay Area. In questo disco c’è un po’ la summa della musica che girava a quelle latitudini alla fine degli ani Ottanta: punk-rock, surf, hardcore (anche se molto edulcorato) e power-pop. “Everybody’s…” è, volendo semplificare, un disco di rock’n’roll eccezionale. Molto americano e figlio della controcultura universitaria. Brani come “Danny Partridge” e “Sheep” guardano ai Buzzcocks solo come potrebbe fare solo uno yankee cresciuto a cheeseburger e Coca-cola.



05) Screeching Weasel – My Brain Hurts (‎1991)

Se parliamo di pop-punk “My Brain Hurts” degli Screeching Weasel è forse uno degli apici del genere. Fra i 14 brani in scaletta non c’è un pezzo fuori posto: dalla prima e vorticosa “Make You Cry” alla traccia omonima conclusiva, questo disco riesce a inanellare solo classici (vedi “Slogans”, “Veronica Hates Me” e “What We Hate”). Ben Weasel, Dan Panic e Danny Vapid (qui insieme a Dave Naked) aggiornano il suono dei Ramones, con la spinta dell’hardcore di fine Ottanta. E il risultato è un punk veloce, ruvido, ma al tempo stesso ricco di melodie memorabili. A tutto questo, poi, si aggiunge una manciata di testi ben sopra la media, scritta da Ben quando era ancora un punk duro e puro. Un disco fenomenale.



06) Monsula – Sanitized (1992)

“Sanitized” è il secondo e ultimo album dei Monsula di San Francisco. La band, insieme a Pinhead Gunpowder, Fifteen, Jawbreaker e J Church (solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente) rappresenta l’altra faccia del punk della Bay Area. Il suono di questi gruppi, infatti, non è il classico pop-punk zuccheroso che ha reso famosa la Lookout, ma un post-hc granitico e al tempo stesso melodico, molto più vicino a ciò che accadeva in quegli anni a Washington D.C., rispetto al bubblegum dei Ramones. Basso in primo piano, voce potente e controcanto: un formula unica, che in questo secondo disco i Monsula portano quasi alla perfezione. “Sanitized” è un album che va assolutamente riscoperto.



07) Fifteen – The Choice Of A New Generation (1992)

Per i già citati Fifteen si potrebbe replicare, in parte, quanto detto poco fa per i Monsula. Ma è anche vero che la band guidata da Jeff Ott e nata dopo lo scioglimento dei Crimpshrine – di cui parlerò a breve – rappresenta una storia a sé. Votato a un hardcore ruvido e infarcito di melodie disperate, il gruppo, in questo secondo lavoro sulla lunga distanza, mette insieme un puzzle complesso ed eccitante, che codificherà il loro suono negli anni a venire. Le canzoni sono leggermente più lunghe della media del punk californiano (alcune durano anche 4 o 5 minuti) e raccontano, in modo molto autobiografico, storie di emarginazione e riscatto sociale. La componente lirica è predominante e proprio per questo la voce è onnipresente nei pezzi. I Fifteen suonano per raccontare storie, ma invece del folk hanno sposato la causa del hardcore-punk: il risultato è clamoroso.



08) Crimpshrine – Duct Tape Soup (1992)

I Crimpshirne hanno caratterizzato in modo indelebile il punk californiano e tutta la scena della Bay Area di fine Ottanta-primi Novanta. Fondati dal giovanissimo senzatetto Jeff Ott nel 1982 insieme ad Aaron Elliot (autore della fanzine Cometbus) e al futuro Operation Ivy Jesse Michaels sono stati una delle band di punta della scena che si è formata attorno al 924 Gilman Street. Questo “Dutch Tape Soup” doveva essere il loro debutto su Lookout del 1988, ma la label (inspiegabilmente) lo rispedì al mittente e lo pubblicò solo 4 anni dopo. I Crimpshrine sono un gruppo di punk-hc ruvidissimo, sporco e con sprazzi di melodie catarrose. Una mela succosa, con un lungo verme al suo interno.



09) The Queers – Love Songs For The Retarded (1993)

Un altro dei pilastri assoluti del pop-punk insieme a “My Brain Hurts” è senza dubbio “Love Songs For Retarded” dei Queers. Un disco che ha fatto scuola e ha dato il via a un vero e proprio filone (anche se nessuno degli allievi ha mai eguagliato i maestri). Il menù è semplice, fulminante e frutto di una pressoché totale devozione nei confronti dei Ramones: punk a rotta di collo (“You’re Tripping”), melodie appiccicose (“Ursula Finally Has Tits”) e divagazioni surf (“Teenage Bonehead”). Il tutto accompagnato da testi dissacranti e dementi. Anche qui, come nel disco degli SW, neppure un pezzo risulta fuori posto. Anzi, ci troviamo di fronte a un inno dopo l’altro, per un album inciso in assoluto stato di grazia.



10) Pansy Division – Deflowered (1994)

Il 1994 è l’anno del revival punk in tutto il mondo. Ma dalle parti di San Francisco è da almeno un lustro che quei suoni spigolosi e intrisi di vena pop hanno alimentato una scena assai vivace e variegata di cui la Lookout è uno dei maggiori punti di riferimento (non è un caso che i Green Day arrivino proprio da lì). E il 1994 è anche l’anno di “Deflowered” dei Pansy Division: un disco di rock’n’roll anfetaminico e quasi folk, un flower punk anni Sessanta, con melodie pop infarcite di splendidi coretti. Ma i Pansy Division non sono solo un gruppo pop-punk assai dotato, ma anche una band militante nel movimento per i diritti degli omosessuali. Le loro canzoni, fra ironia, provocazione e impegno, raccontano con dovizia di particolari quella realtà. E portano avanti la bandiera del queer-core. Una combinazione micidiale, che li annovera fra le teste di serie della scuderia Lookout.



11) Avail – Dixie (1994)

Un’altra band che si discosta dalla facile equazione Lookout=pop-punk sono gli Avail di Richmond (Virginia). Il gruppo guidato da Tim Berry è una delle punte di diamante della scena post-hc americana e “Dixie”, il loro secondo disco, riesce a fondere in modo esemplare rabbia, furia e melodie malinconiche. Se “Satiate” di due anni prima aveva già fatto intravedere la genialità della band, “Dixie” e il successivo “4AM Friday” sono due bombe soniche che guardano ai Rites Of Spring, ai Fugazi e a tutto l’universo Dischord, con un occhio di riguardo al punk-rock più veloce e californiano (anche se loro, come detto, vengano da tutt’altri lidi). “Dixie”ha il suono del migliore hardcore anni Novanta e trasuda freschezza, anche a distanza di 26 anni.



12) Wynona Riders – J.D. Salinger (1995)

La storia dei Wynona Riders inizia a fine anni Ottanta nell’East Bay, ma solo nel 1995 la band esordisce con questo primo album sotto l’egida della Lookout. “J.D. Salinger” però non è il classico disco pop-punk di metà anni Novanta. Innanzitutto conta ben 32 pezzi (comprese tre cover, tra cui una strepitosa “Kids in Amerika”) e dura quasi un’ora. Anche i brani sono piuttosto eterogenei, anche se restano sempre legati a doppio filo al punk, all’hc e all’alternative rock. Ci sono canzoni più veloci e ruvide come “Childhood Game” e poi virate più squisitamente pop, momenti quasi teatrali e un paio di interludi di piano. Ne viene fuori un album variegato e non sempre coerente, come se la band avesse voluto infilarci dentro tutti i pezzi che aveva in cantiere, senza effettuare una vera e propria selezione. Ma forse è proprio questa sua unicità che rende “J.D. Salinger” un album assolutamente originale e da recuperare, nel caso ve lo foste lasciato scappare. Per tutto il disco aleggia l’influenza del punk melodico di fine anni Ottanta. Uno primi nomi che mi viene in mente è quello dei Mega City Four. E scusate se è poco.



13) Riverdales – Riverdales ‎(1995)

Gli Screeching Weasel si sono sciolti da meno di un anno, ma Ben Weasel, Dan Vapid e Dan Panic (qui con i loro cognomi veri: Foster, Schafer e Sullivan) continuano a suonare insieme e fondano una sorta di instant band – che però tornerà ciclicamente nel corso degli anni – che, se possibile, è ancora più devota al culto dei Ramones di quanto non lo siano mai state le donnole: i Riverdales. Il loro debutto omonimo è uno di quei dischi che, pur non inventando nulla di nuovo, ti colpiscono al cuore si dal primo pezzo. Un album di punk-rock basico ed essenziale, con melodie talmente ottuse da farti perdere la testa. Come Mould e Hart anche Weasel e Vapid si dividono equamente i pezzi e ognuno canta i propri. Quelli di Ben sono leggermente più sporchi, mentre le canzoni di Dan – le mie preferite, in questo caso – hanno un gusto melodico davvero unico (“Back to you” su tutte). Un disco figlio dell’amore infinito per i Ramones.



14) The Potatomen – Now (‎1995)

Provate a immaginare un ibrido fra punk-rock e Hank Williams e avrete i Potatoman (almeno nella loro prima incarnazione). La band di cui faceva parte il fondatore della Lookout Larry Livermore rappresentava davvero un unicum nel roster dell’etichetta. “Now”, il loro album di debutto, è uno disco country pop scanzonato e punkeggiante: un suono seducente e originale, che mescola ballate della pianura a improvvise accelerate. Insomma l’impronta “contadina” del buon vecchio Larry si fa sentire – dopo i Lookouts – anche in questo nuovo e insolito progetto (ascoltate “Won’t You Be” e “Davey” e poi ditemi se non sono pezzi eccezionali). Con il successivo “Iceland” il suono dei Potatomen cambia radicalmente e vira verso una new wave liquida e glaciale, fortemente influenzata dagli Smiths. Naturalmente i nostri centrando nuovamente il bersaglio. Ma questa è un’altra storia.



15) Groovie Ghoulies – Born In The Basement (1996)

I Groovie Ghoulies sono una band simbolo della Lookout Records. Kepi, frontman e anima del gruppo, da oltre 30 anni si sbatte in lungo e in largo per portare in giro per il mondo la propria musica. “Born In The Basement” del 1996 è il secondo disco del terzetto di Sacramento, ma non è molto diverso dal suo predecessore e dagli altri album “classici” della band (almeno tutti quelli degli anni Novanta). I Groovie Ghoulies suonano un rock’n’roll essenziale e cavernicolo e sembrano dei Troggs sotto anfetamina. Un pop-punk allo zucchero filato, con venature dark.



16) Smugglers – Selling The Sizzle (1996)

Sfrontati e divertenti come una lattina di birra bevuta alla goccia i canadesi Smugglers tengono alta la bandiera delle party band, grazie al loro garage-punk elettrizzante e vorticoso. Protagonisti di concerti memorabili e assolutamente devastanti, su disco non sono sempre sono riusciti a replicare la carica esplosiva delle esibizioni dal vivo. È innegabile però che album come “Selling The Sizzle!” siano delle vere proprie mine di rock’n’roll suonato a rotta di collo e senza un attimo di tregua. Melodie a presa rapida, assolini e ritmi contagiosi si srotolano lungo tutti i 15 pezzi del disco (come si fa a resistere alla chiassosa “She Ain’t No Egyptian” e alle squisitezze pop di “Death Of A Romantic”?). “Selling The Sizzle!” è l’album giusto per una festa travolgente, che si conclude con tutti che pomiciano in ogni angolo della casa.



17) Pinhead Gunpowder – Goodbye Ellston Avenue (1997)

Quando si sono formati nei primi anni Novanta, i Pinehad Gunpowder erano considerati un supergruppo solo per i frequentatori del 924 Gilman Street, visto che all’epoca Crimpshrine, Mosula, Fifteen e soprattutto Green Day – da cui provenivano i suoi componenti – erano semplici band di culto per una ristretta cerchia di persone. Poi è arrivata l’esplosione del revival punk proprio grazie ai Green Day e qualcuno ha notato che in molte canzoni dei PG la voce del cantante assomigliava un po’ troppo a quella di Billie Joe Armstrong… Questo però non ha impedito ai Pinehead Gunpowder di restare un gruppo per pochi intimi. Peccato perché, come dimostra “Goodbye Ellston Avenue”, siamo di fronte all’anello di congiunzione perfetto tra il pop-punk dei Green Day e l’hardcore della Mission Street di San Francisco di band come Jawbreaker e J Church. Un suono figlio degli Husker Du e della tradizione californiana più genuina. Imprescindibili.



18) The Donnas – American Teenage Rock’N’Roll Machine (1998)

Quando hanno esordito con il loro album omonimo nel 1997 alcune di loro erano appena maggiorenni e anche se quel debutto rimane una vera e propria perla di pop-punk e rock’n’roll, il seguito dell’anno successivo – intitolato “American Teenage Rock’N’Roll Machine” e uscito per la Lookout – resta un disco di tutto rispetto. Sto parlando naturalmente della Donnas, una sorta di versione anni Novanta delle Runaways, anche se il quartetto di Palo Alto è molto più influenzato dai Ramones e, a partire dal terzo disco, fatica a nascondere un amore sconfinato per i Kiss e l’hard rock. Qui però siamo ancora nella fase punk e garage. E i 10 pezzi in meno di 25 minuti di “American Teenage Rock’N’Roll Machine” sono sfrontati e maleducati quanto ci si aspetterebbe da una combriccola di teppiste innamorate delle chitarre elettriche e dei giubbotti di pelle.



19) Lillingtons – Death By Television (1999)

Fateci caso: quasi tutti i dischi citati in questa lista durano all’incirca mezzora. E anche se può sembrare un’osservazione superflua, a mio avviso è un chiaro segnale di come debba essere il punk: rapido, veloce e concentrato in pochi istanti. Tutte caratteristiche che calzano a pennello a “Death By Television” dei Lillingtons. Il secondo disco della band di Kody Templeman mette in fila, una dopo l’altra, 14 gemme di pop-dark-punk, carico di chitarre malinconiche. A caratterizzare i Lillingtons è l’inconfondibile voce acuta di Kody e quel retrogusto amaro che ti resta dopo aver ascoltato ogni loro singolo brano. Impossibile citare un pezzo respetto un altro: “Death By Television” è un disco che va ascoltato nella sua interezza. All’epoca, nel 1999, fu come sei i Lillingtons avessero trovato una nuova via al pop-punk. L’album è uscito sotto l’egida della Lookout e della sussidiaria Panic Button (fondata da Ben Weasel).



20) Bratmobile – Ladies, Women And Girls (2000)

“Ladies, Women And Girls” segna il ritorno della Bratmobile dopo lo scioglimento di metà anni Novanta e non poteva che uscire per la Lookout Records, nel frattempo rilevata dalla batterista della band, Molly Neuman (che poi l’ha chiusa qualche anno dopo). La band è stata tra le fondatrici del movimento riot grrrls insieme alle Bikini Kill e in questo album uscito nel 2000 sfodera tutto il proprio repertorio più classico fatto di rock tagliente, punk e garage. Un ottimo mix dai toni spigolosi e caustici, grazie anche alla voce martellante di Allison Wolfe. “Ladies, Womane And Girls” è un disco che potrebbe essere uscito nel 1992, in piena esplosione riot grrrl.



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Redazione

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