20 Dischi Alle origini dell’Alternative Metal (1988 – 1989)

Nel mio negozio di dischi (Taxi Driver Record Store) ho sempre avuto una sezione “grunge”, ed è tramite essa che ho scoperto una sotto categoria di amanti del metal che non amano definirsi tali ma i cui ascolti, curiosamente, derivano da esso. Alice In Chains, Skin Yard, Mother Love Bone, Soundgarden, i Pearl Jam di Ten ma anche Tool, Warrior Soul, Galactic Cowboys, Mindfunk, Kyuss e Danzig convivono come fossero parte di un’unica scena “alternative metal”, sottogenere che si è sviluppato principalmente nelle riviste di genere e curato da giornalisti musicali con gusti “avanguardistici”. E’ una categoria di persone che ha vissuto i movimenti musicali di fine anni 80, che amano il glam rock più heavy e che dopo il 1994 hanno avuto difficoltà a trovare band adatte a loro. L’alternative metal si ribella ai draghi sputafuoco, alle pose sessiste, ai virtuosismi fini a se stessi e alla chiusura in “generi”, porta avanti l’etica dal punk senza dimenticare come si tiene in mano uno strumento. Praticamente quello che fecero i Bad Brains solo qualche anno prima.

La “critica” porta certi dischi ad essere valutati più importanti di altri: per l’originalità, il carattere, la produzione, la tecnica. I fattori possono essere decine. Ma, ovviamente, è un esercizio che riesce sensato solo con il senno del poi e questo articolo ne è la prova: la maggior parte degli album citati non comparve nelle liste delle migliori uscite del 1989 delle riviste rock del periodo, ma hanno contribuito, come piccole gocce che lentamente erodono la pietra, a cambiare la faccia (truccata) del metal di quegli anni.

Perchè troppo facilmente liquidiamo la questione con “E’ arrivato Kurt Cobain a far finire la festa”, parafrasando Mickey Rourke in the Wrestler. In realtà l’industria musicale stava cercando i nuovi Guns’n’Roses proprio tra il fiorente underground che grazie all’abbrivio dell’hardcore, si era riempito di nuovi colori e tonalità.  Primi fra tutti i Jane’s Addiction che con Nothing Shocking del 1988 portarono una nuova ventata nel glam dell’epoca. Un vento nuovo che sparse i semi per tutto quello che nascerà e si svilupperà negli anni 90. E proprio dai Jane’s Addiction parte la nostra lista che comprende dischi di genere Thrash Metal, Funk Metal, Progressive, Crossover, Grunge, Noise, Industrial spesso combinati fra di loro.

 

Jane’s Addiction – Nothing’s Shocking (Warner Bros – 1988)

Per parlare dell'”altenative metal” si deve partire necessariamente presentando l’opera seminale di Perry Farrell, Dave Navarro, Eric A e Stephen Perkins, ovvero i Jane’s Addiction: Nothing’s Shocking. Da Los Angeles i nostri mescolano i testi di Lou Reed con l’epica chitarristica dei Led Zeppelin, la psichedelia e il funk. Il sound che ne viene fuori influenzerà tutti i nomi che citeremo in questa lista ma non solo. Praticamente il concetto di “alternative” nasce con questo lavoro per indicare un genere inclassificabile formato da soluzioni inedite e antitetiche. Pur essendo un disco per un pubblico “rock” la sua ombra la troveremo in centinaia di dischi metal. Fondamentale anche il successivo “Ritual De Lo Habitual” (1990). Trascurabilissimi, invece,gli album post reunion.

 

Living Colour – Vivid (1988)

“Living Colour is my favourite black metal band” dicevano ironicamente gli Anal Cunt, ma assieme ai Bad Brains i newyorkesi sono indubbiamente la band “heavy” di colore più conosciuta. Living Colour furono scoperti da un Mick Jagger (che produce due brani, partecipa ai cori e suona l’armonica) estasiato dalla funambolica abilità del chitarrista Vernon Reid. Il loro disco d’esordio “Vivid” esplose grazie ai singoli “Cult Of Personality” e “Glamour Boys” ma all’interno troviamo una splendida miscela di hard rock suonato con abilità jazzistica, armonie soul e testi intelligenti. E persino una cover dei Talking Heads (“Memories Can’t Wait“). Non male neanche i successivi “Time’s Up” e “Stain“.

 

Danzig – Danzig (1988)

https://www.youtube.com/watch?v=Af6UoHCC1Vw

La nuova band dell’ex Misfits ed ex Samhain Glenn Danzig suona come un’ipotetica jam fra Doors e Black Sabbath: blues/metal malato che influenzerà parecchio doom e gotico degli anni 90. I primi quattro dischi (I, II – Lucifuge, III – How The Gods Kill, 4) sono tutti dei capolavori imprescindibili.  Prodotto dal guru della console Rick Rubin, l’esordio dei Danzig otterrà successo solo qualche anno più tardi grazie alla riscoperta del brano “Mother”

 

King’s X – Gretchen Goes To Nebraska (1989)

I King’s X, fra tutte le band citate, sono quelli che hanno raccolto meno di tutte. Con il secondo disco “Gretchen Goes To Nebraska” vennero ascoltati parecchio dai musicisti più attenti, soprattutto dalle band di Seattle: Jeff Ament dei Pearl Jam lo considera un disco fondamentale, così come è palese che influenzò mood e armonie dei futuri Alice In Chains. Gretchen Goes To Nebraska è uno spettacolare mix fra heavy metal, soul e funk suonato con abilità progressive (e infatti il gruppo ha molti estimatori proprio tra gli amanti del progressive metal). Fra i numerosi dischi successivi consigliamo anche Dogman del 1994.

 

 

Faith No More – The Real Thing (1989)

“The Real Thing” è il terzo disco dei Faith No More e il primo con Mike Patton alla voce, pescato dai folli Mr Bungle. Tutti coloro che amano lo straordinario vocalist troveranno difficile riconoscerlo con la sua voce da “Paperino” ma l’arroganza e la duttilità è già ben presente. La formula della band è ancora quella “ottantiana” dei due precedenti “We Care A Lot” e “Introduce Yourself” (entrambi da rivalutare sia in ottica musicale che storica) con i chitarroni spessi di Jim Martin, le tastierone di Roddy Bottum e il basso slappato di Billy Gould: figli degeneri del rap rock alla Rick Rubin. Il singolo “Epic” lanciò la band nello star system e successivamente i Faith No More divennero fra i grandi nomi degli anni 90 grazie a dischi memorabili come “Angel Dust” e “King For A Day“, influenzando loro malgrado tutta la futura scena nu-metal. Ma l’ingenuità arrogante di “The Real Thing” rimane un episodio irripetibile.

 

Primus – Suck On This (1989)

Come successe con i Janes’ Addiction del disco omonimo, anche i Primus debuttarono con un disco registrato dal vivo. Suck On This parte con i primi 30 secondi di YYZ dei Rush spiazzando l’ascoltatore con coordinate sonore ben precise: rock progressivo. E invece già con “John The Fisherman” spunta il funk (Funkadelic, Parliament su tutti) e Frank Zappa. I Primus sono un circo acrobatico devoto alla follia che usa la tecnica “per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima”. Considerati dagli ascoltatori meno attenti come una band ostica e noiosa (oddio!) per loro fortuna poi troveranno negli anni devoti fan disposti a seguirli in tutte le loro proposte (compresi side project come Oysterhead, Laundry, No Forcefield o la rivisitazione di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato) senza mai uscirne delusi. Ah, il chitarrista Larry Lalonde era nei thrash metallari Possessed, prima di unirsi a Les Claypool e Tim Alexander. Ovviamente se siete dei bassisti non avete scuse per non amarli e studiarli a memoria.

 

Rollins Band – Hard Volume (1989)

Dopo l’avventura dei Black Flag Henry Rollins si getta a capofitto nella Rollins Band con musicisti eccezionali come Chris Haskett, Andrew Weiss, Sim Cain. C’è da dire che l’abilità dei musicisti dell’epoca permetteva scorribande sonore mai banali senza la stucchevolezza del progressive e del jazz, grazie all’insegnamento del punk e dell’hardcore da cui arrivavano quasi tutti. Questa è una caratteristica che si è persa parecchio nel boom del post Nirvana, che  riprendendeva le caratteristiche primigenie tendendo però ad appiattire le idee. La Rollins Band, per quanto mi riguarda, è la perfetta fusione fra attitudine rock e capacità inventiva. I primi quattro dischi hanno avuto una diffusione carbonara ma hanno poco da invidiare ai classici degli anni 90 come “The End Of Silence“, “Weight” e “Come In And Burn“. Purtroppo “Hard Volume” è molto difficile da trovare in formato fisico.

 

Red Hot Chili Peppers – Mother’s Milk (1989)

Attualmente le quotazioni “critiche” dei Red Hot Chili Peppers sono sotto terra ma ai tempi di Mother’s Milk erano una band schiaccia sassi. Dopo tre dischi funky (di cui uno prodotto da George Clinton) i nostri consegnano alla storia il primo della formazione classica Anthony Kiedis, Flea, Chad Smith e John Frusciante, dopo la morte del chitarrista Hillel Slovak e la defezione del batterista Jack Irons (che troveremo anni dopo nei Pearl Jam). Per coloro che conoscono i RHCP da Californication in poi sarà uno shock ascoltarli così potenti, al limite del metal. Con “Mother’s Milk” il termine crossover, indicante la fusione fra rock e rap/hip-hop/funk, viene finalmente sdoganato nel circuito rock assieme a Faith No More, Primus, Living Colour e ce lo porteremo dietro fino all’alba del numetal. I RHCP arriveranno al successo milionario con il successivo Blood Sugar Sex Magik e relativi singoli sbanca classifiche come Give It Away, Suck My Kiss ma soprattutto Under The Bridge. Con “One Hot Minute” prenderanno alla chitarra l’ex Jane’s Addiction Dave Navarro confezionando un robusto, ma criticato, album di hard rock funkeggiante.

 

Mordred – Fool’s Game (1989)

Ci spostiamo in territori Thrash Metal con i Mordred di San Francisco, rimasti negli anni giusto un nome di culto per gli amanti del genere. Oltre al fatto che questo “Fool’s Game” è un ottimo disco è anche la prima volta che thrash metal e funk si incontrano (giusto in un paio di brani per non far incazzare troppo i puristi) e addirittura troviamo delle scratchate che anticiperanno il nu-metal/crossover di metà anni 90. Anthrax e Public Enemy sono già qua un paio di anni prima.

 

Urban Dance Squad – Mental Floss For The Globe (1989)

E in questo listone gli Urban Dance Squad di “Mental Floss For The Globe” non ce li vuoi mettere? Olandesi di Utrecht, gli unici europei a gareggiare allo stesso livello dei nomi più blasonati di quegli anni (e infatti furono una costante come gruppo di supporto di Faith No More, Primus, Rage Against The Machine). Più vicini al rap che al metal e quindi i primi ad inserire in formazione un dj con i piatti per generare effetti in tempo reale, “strumento” che poi diventerà una costante nelle formazioni di fine anni 90 (Incubus, HedPE, Slipknot). Presenti anche inserti dub e reggae. Gli album successivi persero un po’ di personalità cercando di seguire il trend del crossover di successo.

 

24-7 Spyz ‎– Harder Than You (1989)

Metal, polka, reggae, soul, funk sono gli ingredienti di “Harder Than You” dei 24-7 Spyz, dimenticato gruppo di colore simile nella proposta e nella tecnica ai Living Colour. I virtuosismi del chitarrista Jimi Hazel non hanno niente di meno di quelli del già citato Vernon Reid ma purtroppo la band rimarrà un fenomeno di culto per die-hard fan del genere. Se avete la fortuna di trovare questo disco in qualche bancarella tra gli usati non fatevelo scappare!

 

Voivod – Nothingface (1989)

I Canadesi Voivod arrivano al quarto album confezionando il loro capolavoro assoluto: “Nothingface”. Fin dagli esordi (War And Pain, Rrroooaaarrr, Killing Technology) la band da sempre suona uno sbilenco thrash metal ma in questo disco inserisce dosi di progressive e classica rivoluzionando il proprio sound. Non aspettatevi roba alla Dream Theater, Queensryche o Fates Warning (tanto per rimanere nell’epoca): i Voivod hanno uno stile personale e difficilmente imitabile. Folli viaggi sci-fi, acidi lisergici e schitarrate sulla faccia fanno di “Nothingface” uno dei dischi metal più strani in assoluto. E indubbiamente tra i più affascinanti.

 

White Zombie – Make Them Die Slowly (1989)

Difficile riconoscere Rob Zombie, il popolare regista di film horror, in mezzo a questi brutti ceffi. La storia dei White Zombie parte da molto lontano come band punk/noise di New York. Con il secondo disco “Make Them Die Slowly” (nome preso dalla versione americana di Cannibal Ferox, film cannibalico del regista Umberto Lenzi) Rob scopre di amare il thrash metal di Metallica e Slayer e rivoluziona il sound della band. E’ un disco interessante perchè ha sia l’anima “industriale” che quella “metallica” che verrà poi elaborata nei successivi (e di maggiore fama) “La Sexorcisto” e “Astrocreep 2000” ma senza l’aggressività tamarra. E’ materiale spesso fuori fuoco ma non per questo meno interessante.

 

Ministry – The Mind Is A Terrible Thing To Taste (1989)

L’industrial metal nella sua vita ha generato parecchi mostri, ma nel caso dei Ministry di “The Mind Is A Terrible Thing To Taste” sarebbe meglio parlare di incubi. Al Jourgensen arriva con la sua band al quarto lavoro dopo gli esordi synth pop e il precedente “The Land Of Rape And Honey” che anticipava le sonorità di questo disco. La musica programmata di “Mind Is A Terrible Thing To Taste” è un vortice cyberpunk in cui il metallo si fonde dentro i circuiti di campionatori, computer e synth come una sorta di Tetsuo in musica. “The Mind Is A Terrible Thing To Taste” è fatto anche di tanta droga ma non credo che si una buona idea farne uso durante l’ascolto, a meno che non vi piacciano i bad trip. I Ministry sono tutt’ora in attività con una corposa discografia ricca di album controversi, alcuni riusciti altri meno ma sempre molto spontanei.

 

Godflesh – Streetcleaner (1989)

Justin Broadrick, uno dei fondatori dei Napalm Death, nel 1988 decise di tentare una strada decisamente diversa. Ispirato dal sound industriale dei Coil e dei Throbbing Gristle, dal noise degli Swans, dal post punk dei Killing Joke e dagli apocalittici Amebix fonda i Godflesh assieme a G.C.Green. Il duo è considerabile assieme ai Ministry come il primo gruppo industrial metal ed esattamente come la band di Al Jurgensen è portatrice di disagio e dolore. I Neurosis, ai tempi poco più che esordienti, presero appunti e così farà anni dopo Aaron Turner con i suoi Isis. Justin, oltre a confezionare altri ottimi album nel corso degli anni 90 è anche responsabile dei più eterei Jesu e di infinite collaborazioni noise/drone/elettroniche. Ma “Streetcleaner” non deve mancare nella collezione di nessuno.

 

Nine Inch Nails – Pretty Hate Machine (1989)

Benchè anche i Nine Inch Nails di Trent Reznor vengano inseriti nel filone “industrial” con l’esordio “Pretty Hate Machine” potremmo parlare di versione “rock” del synth-pop di Depeche Mode e Human League, ai tempi decisamente in voga. Il merito di Trent fu proprio quello di unire due generi assolutamente incompatibili, soprattutto nelle intenzioni artistiche, e portarlo nelle case dei rockettari. Il successivo “The Downard Spiral” addirittura divenne un caposaldo del rock alternativo degli anni 90 conquistando anche giganti come David Bowie ma già “Pretty Hate Machine”, nel suo essere quasi un prodotto artigianale, contiene brani leggendari come “Head Like A Hole”, “Terrible Lie”, “Down In It”, “Sin”.

 

Soundgarden – Louder Than Love (1989)

Dopo due EP per Sub Pop e un album per SST giunse il momento del tanto atteso esordio major per i Soundgarden. “Louder Than Love” è un disco non troppo amato dalla band, secondo loro ucciso dalla produzione troppo “metal”. Per il loro mix di Black Sabbath e Led Zeppelin la A&M decise di venderli al pubblico metal (e infatti trovò in Axl Rose un valido promoter del disco) ma con scarso successo. Troppo “intelligente” : fra sfottò alla scena (Big Dumb Sex), inni freak naturalistici (Hands All Over) e tematiche controverse (Gun) la critica, e di conseguenza il pubblico, non sapeva bene come classificare questa inedito nuovo linguaggio (la parola “grunge” divenne di uso comune qualche anno dopo). Il disco però mostra un Cornell in grande forma vocale e le canzoni sono formate da potenti riff che prendono dal meglio degli anni 70: non sarà Badmotorfinger ma rimane un valido tentativo di trovare un’alternativa all’hard & heavy del periodo.

 

Melvins – Ozma (1989)

I Melvins sono attivi dal lontano 1984 e da allora Dale Crover e King Buzzo non hanno mai smesso di suonare secondo le loro regole: ovvero fregandosene delle regole. Ozma è il secondo disco della loro carriera, successore del grezzo “Gluey Porch Treatments” e contiene una nutrita schiera di canzoni che vanno dal proto sludge, al proto doom, al proto grunge, al proto drone. I nostri, infatti, pur essendo una delle band più grezze del lotto compensavano con una particolarità: sanno maneggiare la materia metal plasmandola seconda i loro voleri. Il punto è che, al contrario di tanti musicisti maghi, non usano le loro doti per costruire qualcosa di bello ma costruiscono riff su riff per vedere apparire strane creature davanti a sè. Mostri deformi, creature buffe, leoni senza coraggio, uomini di latta senza cuore come è pieno il mondo di Oz. Grazie alle loro follie il metal è un mondo ricco di sotto generi strampalati, e ancora oggi non finiscono di stupire.

 

 

Tad – God’s Ball (1989)

Fracassoni, sporchi, volgari ma incredibilmente intelligenti: sono i Tad, band che ha sfiorato il successo grazie al grunge. data la loro bruttezza furono però scartati da Mtv e non ottennero mai nessun tipo di visibilità. I Loser per definizione (e loro scrissero proprio una canzone chiamata così e la incisero su singolo) hanno pubblicato degli ottimi dischi di noise rock/metal (perchè i chitarroni sono belli spessi) che ancora adesso si sentono in giro nascosti tra le corde di Metz e Whores. Probabilmente sono talmente brutti da risultare fuori posto anche qui. Consigliata tutta la discografia pubblicata (e recentemente ristampata) da Sub Pop:  God’s Ball, Salt Lick e 8-Way Santa.

 

Nirvana – Bleach (1989)

Terminiamo questa lista con i futuri innovatori della musica rock qui alle prese con un grezzo metal/noise con melodie alla Beatles e testi da dopo scuola. Un album spiazzante nel suo essere unico (quanti dischi sono alla “Bleach“?), a suo modo fuori dai generi e dalle definizioni. Nel 1989 passò quasi inosservato ma i pochi che decisero di sviscerarlo se ne innamorarono. Inspiegabile il suo fascino (forse a causa della estrema sincerità?) eppure ancora oggi suona benissimo.

 

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