L’Angolo Della Morte: Le 10 uscite Death Metal più significative di Giugno 2018

Per gli appassionati di metallo, il mese di giugno rappresenta il punto di inizio della stagione estiva, quella season costellata di festival, più o meno grandi e conosciuti, in ogni parte del globo (a tal proposito vi consigliamo di non perdere la nostra guida ai festival metal open air), quella season in cui il metallaro si prepara a seguire un numero indeterminato di live in un periodo di tempo ristretto e limitato.
Per noi metallari italiani, tuttavia, il mese di giugno è un mese come un altro, data la scarsa proposta metallica live storicamente presente sul suolo patrio: per carità, molti si organizzano una bella trasferta, magari più di una, ma non si può certo dire che il metallaro italiano possa trovare conforto in continue e valide proposte live estive sotto casa, nonostante un territorio che si presterebbe alla grande per open airs a profusione.
Per quanto mi riguarda, mi accontento di mostrare i miei tattoos metal, totalmente incompresi da chi mi circonda, sulle spiagge del lido cittadino e programmare qualche piccola uscita vacanziera dai confini nazionali per un pò di metal dal vivo.
Tuttavia è inutile divagare: lo scorso mese di giugno, come accade tutti gli anni, ha sfornato numerose uscite di qualità che hanno impegnato parecchio il sottoscritto nella decisione su quali dischi inserire o meno nella classifica mensile; tuttavia, anche questa volta siamo giunti ad una conclusione che spero sia di vostro pieno gusto e gradimento.

 

 

1. Wombbath – The Great Desolation – Soulseller Records

Nello scorso mese di Marzo avevo speso parole di elogio assoluto per il nuovo disco dei Demonical: dalla Svezia provengono anche i Wombbath, che, arrivati soltanto al loro terzo full lenght a dispetto di una carriera quasi trentennale alle spalle, riescono a regalarci, con “The great desolation”, un lavoro ancora più sontuoso e convincente di quello dei cugini Demonical.
Conosco e seguo questa band dalle origini (nei primi novanta si erano rivelati sotto il logo di Seizure) e ne ho sempre apprezzato il sound; tuttavia, oggi, con il presente disco, piazzano il colpo da maestri, un album assolutamente imperdibile, potenza pura dall’inizio alla fine.
Non vorrei essere frainteso: il disco non è un semplice e possente lavoro di swedish death metal; o meglio lo è, ma i Wombbath riescono nell’intento di suonare il sottogenere secondo tradizione e inserendo spunti capaci di rendere il tutto moderno e caratterizzato.
I riffs del disco sono duri, oscuri, improntati alla brutalità più meschina e aggressiva, senza dimenticare di grattare il cervello con quella melodia malata tipicamente swedish; la violenza del disco non sfocia mai nel caos, o peggio, nelle ripetitività: parti veloci alternate a stoppate e riffeggiate da staccarsi la testa a furia di headbanging; voce caratteristica, ostile e trashosa; batteria che difficilmente abbandona il poderoso tumpa tumpa scandinavo, seppur impreziosendolo con un sapiente utilizzo del doppio pedale.
Le sparate del disco fanno paura per tecnica, convinzione e pulizia: album dall’intento molto chiaro, moderno, diretto; album riuscitissimo in tutto.
In “The great desolation” si mescolano le putride atmosfere del vecchio old school stile Dismember con l’ultraggressività delle nuove band svedesi, ne esce una confezione perfettamente equilibrata, da non perdere per nessuna ragione.
“Hail the obscene” è il pezzo che meglio rappresenta il sound del disco: canzone lunga che varia dall’apertura fredda e ritmata per giungere all’assalto possente nel proseguo; la mia preferita insieme alla melodiosa e psicotica title track, a “Cold steel salvation”, song impreziosita da un assolo di derivazione thrash davvero spettacolare, e alla diretta “Born of filth”.
Un disco da non farsi scappare, da ascoltare possibilmente a volume altissimo per meglio lasciarsi trascinare nel viaggio che i Wombbath sono stati capaci di orchestrare.

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2. Gruesome – Twisted Prayers – Relapse

I Gruesome nascono qualche anno fa dall’idea di alcuni musicisti importanti del settore, gente che ha suonato, o suona tutt’ora, in realtà come Repulsion, Malevolent Creation, Exhumed, Master e roba del genere; i nostri dichiarano apertamente di essere una tribute band dei Death e tale intento trova corrispondenza nel loro sound fin dal primo, riuscitissimo, disco di qualche anno fa, “Savage land”.
Se con il suddetto album, i Gruesome avevano reso onore ai primi, pionieristici, lavori dei maestri floridiani, qui siamo davanti ad un full lenght pesantemente e potentemente ispirato al terzo sforzo dei Death, “Spiritual healing”: a partire dall’artwork, con una copertina che richiama di brutto la bellissima cover dell’originale per continuare su tutto il resto, con un sound più tecnico e complicato rispetto ai primi lavori, seppur nettamente incentrato sul riff malato e diretto, come accadeva nel citato capolavoro dei Death.
Non sono un amante delle tribute band e delle etichette in generale: i Gruesome avrebbero potuto benissimo evitare di autodefinirsi quali moderni cloni dei Death, avrebbero potuto affermare di suonare death metal tradizionale, o, meglio, avrebbero potuto suonarlo e basta lasciando a noi ascoltatori il giudizio in merito alle derivazioni e alle ispirazioni principali della loro musica.
Tuttavia, adoro questa band: la voce strisciante tipicamente figlia del growl macabro e patologico di Chuck, le chitarre operose e riffeggianti, la sezione ritmica mai banale, convincente, varia e diretta.
Questa è la musica che maggiormente apprezzo, la trovo seria e rockettosa al punto giusto: è death metal.
Rispetto ai precedenti lavori, i nostri, come detto, evolvono verso un sound più maturo e, a tratti, ricercato: oltre ai Death di “Spiritual healing”, in questo disco ho sentito anche gli Obituary, una specie di Obituary più veloci e meno ritmati, ma alcuni riffs ricordano la marcescenza dei lavori originari dell’altra band pioniera della Florida, come l’incipit della maestosa “Crusade of brutality”.
I pezzi: interessanti i cambi di tempo tipicamente Death di “Lethal legacy”, notevole la diretta opening “Inhumane”, bellissima la complicata “A waste of life”, la già citata “Crusade of brutality”; siamo tuttavia in un contesto in cui l’album va assaporato nella sua interezza, per noi appassionati tutte le songs finiranno per entrarci nel cervello e le troveremo, col tempo e la pazienza negli ascolti, tutte degne di nota, tutte figlie di quell’eredità, di quel tributo ad una band che ha fatto molto di più della storia del genere, rappresenta il genere stesso, dalla nascita alla sua prima e più compiuta evoluzione.
Onore ai Gruesome per quello che suonano con dovizia e sentimento, riuscendo, oggi, a rievocare quello che i grandi del passato ci donarono ormai tanto tanto tempo fa…

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3. Taphos – Come Ethereal Somberness – Blood Harvest

Band al debutto, inserita nel prolifico underground di Copenagen, che ci regala un disco eccellente, senza difetti.
I danesi suonano un sontuoso death-black di stampo scandinavo, oscurato da una vena old school tipicamente finnica nella ricerca dei riff malati e cupi.
Le principali influenze del sound proposto dai nostri sono da ricercare in capolavori del passato, in primis “The nocturnal silence” dei Necrophobic, e a seguire i primi lavori di At The Gates e Desultory, senza dimenticare il buon vecchio thrash-death cavernoso di Demilich e Convulse.
La voce, di derivazione black, è aspra e insensibile al dolore che provoca nell’ascoltatore, le chitarre passano dal classico riff grattante a poderose cavalcate che rimembrano addirittura certe sontuose ritmiche dei Watain, la batteria e il basso compiono il proprio dovere accompagnando il tutto verso l’oblio.
Produzione eccellente che rende onore sia alla tecnica dei musicisti, sia al prodotto nel suo complesso, che esce chiaro, diretto, con strumenti sempre ben bilanciati e distinti.
Unica nota che si discosta dalla tradizione nordica sono i testi, incentrati su intriganti rivisitazioni oscure dell’Odissea di Omero.
La cupa atmosfera del disco si sposa alla perfezione con l’altrettanto presente violenza sonora, parti velocissime stile Necrophobic si alternano con successo con cadenze più vicine al death metal e con riff di derivazione chiaramente black metal.
In dischi come questo è ben rappresentata la capacità di band moderne di suonare l’antico con personalità e con quella tecnica superba che si trova in moltissimi interpreti contemporanei.
Eccellente la song “Impending peril”, dove i nostri dimostrano come la velocità aggressiva possa essere ben amalgamata con passaggi onirici, più lenti e ragionati, ma sempre con grande attenzione al lavoro delle chitarre che passano dal riff swedish a quello quasi trash con naturalezza e convinzione compositiva; sontuosa anche “Ocular blackness”, dove il riff tipicamente black metal della chitarra rappresenta appieno il viaggio verso la solitudine e il declino ai quali tutto il genere umano è destinato.
Tuttavia, è il lavoro nel suo compesso ad essere più che convincente, intriso di sonorità varie, interessanti, cupe e claustrofobiche, ma al contempo sparate e aggressive.
Si tratta di un debutto di altissimo valore che va ad inserirsi a pieno titolo tra i dischi più interessanti della prima metà dell’anno e che consiglio vivamente a tutti.

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4. Tomb Mold – Manor Of Infinite Forms – 20 Buck Spin

Band proveniente da Toronto, Ontario, che giunge al secondo album (che in realtà è composto da alcuni pezzi nuovi e altri che rivisitano songs contenute nei primi demos della band, pezzi che tuttavia non avevo mai ascoltato e, pertanto, per il sottoscritto, sono comunque una novità), denotando una notevole evoluzione rispetto all’esordio di alcuni anni fa, “Primordial malignity”.
Nel suddetto primo album, i nostri erano dediti ad un death metal estremo, improntato sulla ricerca del sound caotico e brutale, che in realtà mi aveva convinto non del tutto.
I Tomb Mold sono figli della scena death canadese del nuovo millennio, nella quale sono nate e si sono sviluppate bands tipo Adversarial e Parhosixen, capaci di creare un sound putrido e gutturale mischiato con chiare influenze blackeggianti.
Con il presente disco, i nostri virano da subito verso un più convincente death metal chiaro e diretto: riffs cavernosi e senza compromessi introducono l’ascoltatore nel mondo di sofferenza e privazione che i nostri narrano con la loro musica; la sontuosa voce, gutturale al massimo, richiama profonde brutalità rese ancor più malate da alcuni screams in sottofondo; batteria lanciata a mille, assoli classicamente veloci e basso alto e cupo completano un sound davvero brutale e assassino.
Non ci sono pause: le parti ritmate sono rese putride e cattive dal continuo strisciare delle chitarre, volutamente sporche e malate, e dal basso particolarmente disturbante; si tratta di intermezzi che non servono a spezzare il ritmo incalzante che il disco possiede, ma piuttosto a rendere più evidenti e marcate le violente sparate veloci che lo caratterizzano.
Esecuzione eccelsa con una nota di merito per il batterista che compie un lavoro degno dei migliori drummers della storia del genere, produzione sporca e putrescente specialmente nel suono delle chitarre; assoli piuttosto rari e voce gutturale che a me piace tantissimo: ho trovato il disco un lavoro notevole, da assaporare nel profondo.
Il prodotto si ispira alla brutalità del classic death tipo Immolation e al caos calcolato di alcune band moderne quali i defunti Morbus Chron, creando peraltro atmosfere lugubri e prive di speranza nel futuro che rammentano lavori lontani di band lontane, come i Convulse o i Demilich; il tutto condito da una tecnica esecutiva moderna che molte delle citate antiche creature estreme non possedevano o non ritenevano di mettere troppo in evidenza.
L’atmosfera del disco è particolarmente cupa e cattiva, segnalo, a titolo di completezza quali songs da me preferite, la lunga, possente e temibile “Blood mirror”, la title track con la quale si apre il disco e con la quale i nostri mettono tutto in chiaro da subito e la vagamente swedish “Final struggle of selves”.
Siamo davanti ad uno dei più convincenti lavori estremi dell’anno, un gran bel disco che consiglio vivamente a tutti coloro che amano il death metal nelle sue manifestazioni più deviate e poderose.

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5. Lago – Sea Of Duress – Unique Leader Records

Phoenix, la capitale dello Stato americano dell’Arizona, non è certo nota per la sua prolifica scena metal estrema: trattasi di una delle città dal clima più caldo degli States, collocata in pieno deserto, con temperature estive che possono toccare i 50 gradi e precipitazioni pressochè assenti durante tutto il corso dell’anno; proprio per il suo clima caldo e secco, da un piccolo avamposto di poche migliaia di abitanti quale era all’inizio del secolo, Phoenix è diventata la grande metropoli di oltre 1 milione e mezzo di abitanti di oggi, essendo stata colonizzata da orde di anziani stanchi dei climi rigidi degli Stati del Nord.
Tuttavia, i Lago, provenienti proprio da qui, non sembrano essere particolarmente affini alle caratteristiche climatiche e demografiche della loro città: i 4 ragazzi suonano un death metal oscuro e vagamente nordico, che meglio si attaglierebbe con le umide e ventose scogliere dell’Oregon o con i boschi freddi e desolati del Wisconsin.
I nostri arrivano al loro secondo full lenght e dimostrano di saperci fare davvero: suoni cupi e tenebrosi realizzati grazie a chitarre classicamente furibonde, voce growl grigia e spaventosa, sezione ritmica improntata alla caotica ricerca del disturbo sonoro.
Trattasi di un death metal dissonante che richiama recenti lavori provenienti da Portland (Ritual Necromancy ad esempio), ma che conserva tuttavia una classica vena technic-brutal che si apprezza in band di genere quali Origin o Skinless e una riffosità cupa stile Morbid Angel e Incantation.
E’ death metal americano moderno, suonato con sapiente tecnica e con una sana tendenza a blackeggiare il tutto, ad inasprire i suoni, con un tappeto di doppia cassa spesso presente a rendere il risultato particolarmente brutale e cupo al tempo stesso.
Il disco sprigiona violenza dall’inizio alla fine, i nostri sono abili nei continui passaggi tecnici, che non annoiano o appesantiscono il sound, ma invece donano varietà e caratterizzano i pezzi.
Su tutte, la claustrofobica “A broken barrier”, la sinistra e, a tratti, doomeggiante “Sepulcher”, la grooveggiante e molto varia “Haze” e la complessa “Providence”.
Disco che non lascia respiro, sempre pronto a colpire in pieno viso l’ascoltatore che si lascia ingannare dagli intermezzi ritmati, pensando che il peggio sia passato, disco importante, che colloca i Lago tra le band emergenti del movimento brutale americano.
Date un ascolto a questo poderoso e sinistro death metal from the desert e, sono certo, non resterete delusi.

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6. Carrion – Time To Suffer – Mighty Music

Non conoscevo questa band, peraltro attiva da parecchio, seppur sostanzialmente improduttiva (il presente lavoro è il secondo full lenght in oltre 12 anni di esistenza): un amico mi ha segnalato l’imminente uscita del disco e ho deciso di darci un ascolto.
A partire da provenienza geografica (Gand, nelle Fiandre, Belgio) e artwork e proseguendo con la proposta musicale vera e propria, ho subito accostato i nostri alla più importante band estrema proveniente dal loro Paese di origine, gli Aborted: i Carrion suonano un death metal piuttosto tecnico e veloce che è simile, per lo meno nelle parti grindeggianti, a quanto eseguito dai più famosi fratelloni fiamminghi.
Tuttavia, il presente prodotto se ne discosta per la maggiore ricerca della varietà nei singoli pezzi: si passa, come detto, da sparate quasi grind stile Aborted, a pezzi decisamente ragionati, in linea con il death tecnico americano, che mi hanno ricordato i Suffocation.
La voce (o meglio le due voci) del cantante Sven Van Severen è decisamente influenzata dai crimini che commette il più famoso (e omonimo) Sven “Svencho” degli Aborted, anche se meno distorta e più classicamente death metal.
Le chitarre sono sempre in tiro, anche nelle parti più ragionate, e tendono a virare spesso su sonorità semidistorte, il lavoro di basso e batteria è eccellente.
Ne viene fuori un prodotto pesante, duro, molto vario e divertente: con quella vena di old school sempre nell’aria che rende la musica dei nostri particolarmente orecchiabile; i Carrion sono una band relativamente giovane, figlia del nuovo millennio, ma suonano death metal da veterani, sia nella composizione che nell’esecuzione, e questo aspetto dona al lavoro un carattere vintage che è il suo punto di forza.
Saper andare veloce e stopparsi in maniera credibile, come i nostri sanno fare, è uno degli esercizi più difficili per le band death metal: se quanto sopra non viene compiuto in modo convincente, il pezzo perde potenza, risulta scollato; qui non accade: si passa dal grindcore al death dooomeggiante in modo validissimo e mai banale.
Canzoni più riuscite: “The plague”, dove i nostri rendono al meglio quanto ho descritto in precedenza (notevole soporattutto la conclusione technical-grind-melodica della song), “In the end, there is only death”, nella quale si passa da interessanti riffoni iniziali a parti lente cattive, il tutto impreziosito dal lavoro eccelso della batteria, e “Gingergrind”, canzone manifesto della band, doomeggiante e aggressiva al tempo stesso.
Lavoro originale, potentissimo, di grande valore, proveniente da un Paese, il Belgio, che come la vicina Olanda, è garanzia di ottime cose in ambito death metal.

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7. Mortuous – Through Wilderness – Tankcrimes Records

Album di debutto per questa band californiana, che, in realtà, è composta da soggetti che calcano le scene da tempo e hanno partecipato alle fatiche di combos importanti quali Exhumed, Repulsion e Necrot.
La musica che i nostri propongono, rispecchia pienamente la loro formazione musicale: se i Gruesome dichiarano apertamente di essere una tribute band dei Death, i Mortuous preferiscono tributare il loro presente sforzo ad un numero imprecisato di ispiratori, dai Death stessi ai conterranei Autopsy, passando attraverso gli Obituary e gli Incantation.
Il disco si apre con un sapiente arpeggio per poi iniziare a pestare in maniera convincente dall’inizio alla fine: i Mortuous non creano nulla di nuovo, ma suonano il genere maledettamente bene; ottima alternanza di parti death classiche con altre di stampo doom, utilizzo sapiente di blast beats e assoli tra il furioso ed il melodico, voce growl classica che di più non si può.
Ne escono 40 e passa minuti che volano via serenamente grazie alla profondità dei pezzi, alla loro costruzione granitica e sensata e, soprattutto, alla perfetta esecuzione.
Le chitarre sono ispirate e il basso ben presente (evidente lo stile Autopsy e Death di Di Giorgio nell’utilizzo dello strumento), ma è la batteria a svolgere forse il lavoro più sontuoso: grande capacità di accompagnare la musica, doppia cassa contestualizzata e cambi di tempo eseguiti a velocità elevate senza indugi.
Bellissimo lavoro di old school, tipicamente americanoide, sia per la durezza complessiva della proposta, sia per la personalità dei singoli strumenti, sia per la capacità degli stessi di creare un compatto muro sonoro sempre piacevole e brutale.
Lavoro ispirato, nel quale si trovano alcune gemme: “Crysalis of sorrow” su tutte, e a seguire “Anguish and insanity” e “Subjugation of will”.
Ottimo disco di esordio che mi sono goduto parecchio, anche grazie ad una produzione eccellente che ne valorizza il sound: è chiaro che questi musicisti conoscono il genere, sono in giro da parecchio e non hanno alcun problema ad essere convincenti nella loro proposta. Sono certezze che, nel death metal, spesso rappresentano una garanzia.
Come nel caso del presente esordio dei Mortuous, album che non passerà alla storia per originalità o innovazione, ma che si erge solido e granitico nel panorama contemporaneo del movimento.

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8. The Last Oblation – Ante Ruinam – Narcoleptica Productions

Album di esordio interessante per questi ragazzi di Barcelona: 7 pezzi per 25 minuti di death metal di stampo tecnico e brutale con alcune deviazioni in territorio grind che meritano tutta la nostra attenzione.
Parto dalle note dolenti, drum machine e produzione: in un disco come questo, davvero potente, la violenza della drum machine tende a rendere non del tutto giudicabile la performance musicale del combo, inoltre il drumming computerizzato finisce per essere meno diretto (seppur più preciso) e meno profondo di quanto è in grado di proporre un batterista in carne ed ossa; il disco, inoltre, avrebbe avuto bisogno di una produzione più potente, con suoni più netti e decisi: non voglio essere frainteso, nel complesso la resa è pulita e chiara, ma difetta di potenza, aspetto essenziale in questo genere di prodotti.
Messe da parte queste piccole disfunzionalità, il disco va valutato nel suo insieme e supera pienamente il livello della sufficienza per muoversi verso la direzione dell’ottimo: vi ricordo che i nostri sono qui all’esordio, le premesse sono buone perchè lo sviluppo del sound conduca i ragazzi spagnoli a regalarci qualcosa di eccellente nel prossimo futuro.
La musica ha influenze classiche: cambi di tempo che portano l’ascoltatore dal passaggio ritmato alla cavalcata, spesso impreziositi da tappeti di doppia cassa possenti e ben inseriti e da assoli melodici e intriganti, cantato cupo e cavernoso accompagnato da seconda voce screameggiante di derivazione grind (maiale sgozzato per intenderci), riff tecnici ma allo stesso tempo vari e ben orchestrati.
Nel disco ho trovato influenze che arrivano, geograficamente per loro, da lontano (Deicide, Morbid Angel) e da più vicino (Avulsed), con qualche riff di stampo quasi swedish: la ricerca di una certa melodia di fondo in situazioni di tecnica brutalità è l’aspetto più intrigante della proposta dei catalani, anche se sono questi i passaggi in cui la scarsa espressività della drum machine emerge in maniera più netta e dannosa.
Ho trovato molto belle tutte le canzoni, varie, ispirate e tecnicamente ben eseguite, ma vi segnalo la opening “Aurum deceptio”, la melodica e svedesona “Sanguinem paenitentiam” e la poderosisssima “Principium”.
Prodotto di nicchia che consiglio vivamente a tutti coloro che cercano novità interessanti, a tutti coloro che non si fermano sempre sugli stessi nomi e hanno il coraggio di premiare gli sforzi di band emergenti, giovani, che, secondo me, rappresentano il futuro del movimento e, come nel caso dei The Last Oblation, devono essere incentivate a proseguire nella loro opera, magari cercando di inserire nella line up un batterista che sia in grado di rendere più profonda e sentita la loro eccellente proposta musicale.

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9. In Demoni – The Grand Slam – Rotten Cemetery Records

A dispetto della cover splatter demenziale del disco (due tizi che giocano a tennis con una testa mozzata al posto della pallina), dei titoli pornogrind delle songs e delle foto grottesche che ritraggono i protagonisti, questi tedeschi di Magdeburgo non propongono affatto una musica che si possa frettolosamente catalogare come grindcore.
Direi piuttosto che gli In Demoni, qui al loro secondo disco, suonano un brutal death metal diretto e veloce, impreziosito da cadenze più tipicamente riffeggianti e da una vena black che trova la sua massima espressione in alcuni suoni tremolanti e sporchi delle chitarre; certamente, siamo davanti ad una band che ama l’assalto diretto: le parti brutal tuttavia non si possono mai definire propriamente grindcore, mentre i cambi di tempo sono da ricondurre pienamente nell’alveo del death metal.
Si tratta di una musica che trovo estremamente godibile e chiara, molto rassicurante; solitamente ascolto questo genere di prodotti con compiacimento ma senza il desiderio di condividere con gli altri le mie sensazioni di piacere, dal momento che ritengo spesso tale categoria di album troppo semplicistici e non sempre facilmente digeribili.
Nel caso dei tedesconi in questione, l’eccezione è determinata dall’ottima capacità esecutiva dei musicisti (chitarre in primis, capaci di regalare assoli a velocità furiose) e dall’intento riuscito di non abbandonare il riff per la ricerca dell’assalto diretto senza compromessi: la velocità e la brutalità del sound, presente in tutto l’album, non fa dimenticare l’anima death metal classica sulla quale sono costruite le canzoni.
Ne viene fuori un lavoro davvero convincente e orecchiabile, pur nella sua indiscutibile brutalità, con un sound dotato di personalità che fa stagliare i nostri un gradino al di sopra di altri prodotti di genere.
Tra le songs che ho apprezzato di più segnalo “Cockslamming”, “I don’t fuck, I masturbate” (sigh) e “It’s not how it sounds like”.
Se avete voglia di qualcosa di brutale, ma allo stesso tempo originale e diverso dai soliti prodotti tipicamente grindcore o brutal, questo disco potrebbe fare per voi.

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10. Ribspreader – The Van Murders part 2 – Xtreem Music

 

Mi sono già dilungato in passato su Rogga Johansson e la sua iperproduttività, tendenzialmente tutta uguale, con la quale allieta i deathmetallers del globo con una continuità davvero esagerata.
Con questo album dei Ribspreader, il nostro eroe giunge al quarto full lenght annuale sotto diversi loghi e siamo solo a giugno…
Questa band, insieme ai Paganizer, rappresenta forse la creatura di maggior valore del buon Rogga tra tutte le sue, proponendo un sound, che pur incentrato sui classici riffs svedesi, presenta qualche particolarità in più.
I Ribspreader sono qui al loro ottavo album in circa quindici anni di carriera (davvero tanti) e si definiscono, come tutte le band di Johansson, un gruppo dedito alla registrazione in studio che mai si esibisce dal vivo, scelta che, come già detto in passato, disapprovo in toto.
Anche perchè questo death metal di stampo swedish, mescolato in maniera interessante con derivazioni old school americane, si farebbe ascoltare forse più dal vivo, con una birra in mano, che nello stereo, dove, dopo un pò, l’ascoltatore tende ad annoiarsi e a ritenere quanto sopra già abbondantemente sentito in passato.
Nulla contro l’old school, ci mancherebbe: tuttavia, il presente prodotto rappresenta una rivisitazione, a mio modo di vedere, troppo manierosa e semplice del vecchio e sano death metal: canzoni piuttosto brevi, incentrate sulla ricerca del riff (spesso azzeccato) e sulla sezione ritmica della batteria improntata a varietà e profondità, che lasciano sempre qualcosa di incompiuto.
Il disco si fa più che ascoltare rispetto ad altri prodotti di Johansson, ha una sua personalità, soprattutto in alcuni pezzi, ma resta nello stereo giusto il tempo necessario per arrivare alla fine senza che si senta il bisogno di riproporlo.
E’ death metal molto semplice e diretto, utile per i neofiti o per chi dal genere non si attende grandi colpi di scena: voce classicamente swedish, assoli classicamente swedish, batteria classicamente swedish, anche se, come detto, nella violenza diretta di alcune parti dell’album non è difficile cogliere una certa propensione verso sonorità di stampo U.S.A.
I pezzi sono davvero tutti uguali (altro aspetto che rende il prodotto poco interessante), ma, ad un ascolto più attento, ho finito per apprezzare i riffs della opening “Departure LA”, l’assolo grattante di “Back on frostbitten shores” (forse il pezzo più indovinato del disco) e la diretta e potente “Equipped to kill”.
Non sconsiglio questo album, anzi, sono 29 minuti di death metal ben suonato, ben prodotto e senza fronzoli inutili: tuttavia, non riesco a giudicare questo disco senza una nota di demerito per la scelta commerciale di iperproduttività che contraddistingue la musica di Johansson, ritenendo, ma è la mia modesta opinione, che il bello del death metal stia soprattutto nella sua anima underground, la cui manifestazione più compiuta resta sempre nella proposta dal vivo della propria musica.

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Redazione

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