I 20 migliori dischi BLACK METAL del 2019

A cura di Francesco Traverso

Il decennio si chiude con un’annata molto ricca di uscite di alto livello in ambito black metal sia sul fronte più classico e old school che su quello più moderno e sperimentale. Rispetto alle precedenti classifiche, trovare i venti dischi giusti per riassumere i dodici mesi appena trascorsi non è stato semplice, ma l’idea di fondo è sempre quella di trovare l’adeguato compromesso tra band che hanno fatto la storia del genere e sono ancora in grande forma e realtà più giovani che potrebbero avere un futuro luminoso davanti, oltre a cercare di toccare il maggior numero possibile di sfumature di un genere che oggi, ma forse sin dalla sua nascita, ne presenta veramente tante.



1 . MGLA – Age Of Excuse (Northern Heritage)

Ad oggi non credo esista band in ambito black metal più in forma dei polacchi. Autori del disco del decennio (“Exercise In Futility”) non hanno tradito le attese con questo “Age Of Excuse“. La formula non cambia molto: drumming sontuoso e assoluto protagonista grazie ad una dinamicità unica, riff a cavallo tra la melodia oscura e il mantra ipnotico, voce perfettamente calata nel contesto che lascia spesso spazio alle lunghe cavalcate a cui i nostri ci hanno abituato. Dal vivo sono una forza della natura, su disco hanno dei suoni ed una produzione che esaltano la loro musica, i MGLA hanno portato nuova linfa a tutto il movimento black metal che si appresta ad entrare nel nuovo decennio in forma smagliante.



2. Deathspell Omega – The Furnaces Of Palingenesia (NoEvDia)

Se volete invertire i primi due posti fate pure, ci sta eccome. Dovendo fare una scelta sono andato sul mero gusto personale, ma qui siamo di fronte all’ennesimo capitolo imperdibile della discografia di una delle band più importanti e avanguardistiche della scena estrema degli ultimi venti anni. “The Furnaces Of Palingensia“, registrato in presa diretta stando a quanto riportato dalla band stessa, presenta un approccio un po’ più asciutto alla scrittura. Rimangono le ritmiche indemoniate, i riff dissonanti, il vocione di Mikko Aspa a declamare rime punitive per l’ascoltatore, ma le trame chitarristiche sono un po’ meno contorte rispetto al passato. Una manciata di pezzi entra nel top della loro discografia, su tutti “The Fires Of Frustation” dove la furia della band si scatena centrando perfettamente il bersaglio.



3. Darkthrone – Old Star (Peaceville Records)

Ha senso un disco dei Darkthone nel 2019? Per alcuni probabilmente no: troppo facile trattare bene un album con un logo così importante in copertina, l’effetto nostalgia è dietro l’angolo e forse siamo davanti ad un disco più heavy che black metal. Eppure una volta inserito “Old Star” nel lettore o, se preferite, dopo averlo appoggiato sul piatto, sarà difficile sostituirlo: i sei lunghi brani sono tutti basati su riff semplici, ma azzeccatissimi e suonati con il feeling di chi ama questa musica visceralmente e ne ha fatto la propria ragione di vita. La band continua l’operazione tributo all’epoca più gloriosa della musica pesante (gli anni 80) iniziato con il precedente e altrettanto bello “Arctic Thunder”: riff tipicamente ottantiani al servizio di canzoni che si infilano nella testa e difficilmente lasceranno indifferenti. Anzi, viene la voglia di stapparsi una birra, aprire le finestre, fare entrare il freddo e sparare questi brani a tutto volume.



4. Sinmara – Hvísl Stjarnanna (Van Records)

Anche per quest’anno si registrano grandi gioie provenienti dalla lontana Islanda, la cui scena black metal è ormai realtà riconosciuta da tutti, fan e addetti ai lavori (noi abbiamo provato a raccontarvela qui). I Sinmara vedono coinvolti membri attivi in altri progetti dell’isola (Svartidaudi, Almyrkvi, Wormlust) e avevano debuttato nel 2014 con l’acclamato “Aphotic Womb”. La formula della band rimane un black metal con influenze death soprattutto nel lavoro delle chitarre; lunghi brani articolati, ma senza perdersi in eccessive alchimie, con sprazzi melodici, ripartenze epiche e devastanti che mettono più volte i brividi durante l’ascolto. Non troppo melodico, non troppo caotico, un disco da assaporare per tutto l’inverno e oltre.



5. Blut Aus Nord – Hallucinogen (DebemurMorti)

Si può fare centro cambiando, quasi ad ogni disco, il proprio modo si proporre musica? In pochissimi ce la fanno e i Blut Aus Nord sono tra questi. Abbandonate le atmosfere noise/industrial del precedente “Deus Salutis Meae”, ci ritroviamo immersi in un clima etereo e psichedelico. Come si evince facilmente dal titolo, la band decide di condurci in un lungo trip allucinato, il cui andamento non sarà quasi mai particolarmente aggressivo, a favore di aperture atmosferiche e melodiche dove le voci (il tipico cantato black incontra spesso una voce salmodiante) rimangono sempre abbastanza defilate rispetto alle lunghe parti strumentali. I francesi toccano i limbi del post rock, della psichedelia progressive eppure ci ribaltano comunque dalla sedia con la loro furia black metal come accade nel brano “Haallucinählia”. Siamo di fronte all’ennesimo disco coraggioso dei Blut Aus Nord che da sempre se ne fregano di tutto e tutti continuando la loro personale strada nel mondo del metallo nero.



6. Mylingar – Döda Själa (Amor Fati)

I Profanatica vanno in Islanda e registrano un disco. Questo mi aspetterei di trovare scritto sulla copertina di “Döda Själa” un disco che spazza via la grande maggioranza delle uscite contemporanee grazie ad una ferocia e ad una possanza notevoli. Rozzezza, distorsione a livelli inumani, blast beat furibondo (ma la batteria non fa solo quello), riff dissonanti  e schizoidi. Black metal e death metal si incontrano nelle loro forme più primordiali e ne esce un disco entusiasmante dove sentiamo una voce di una cattiveria come non se ne sentiva da tempo. Dove passano i Mylingar, band svedese, di cui si sa poco o nulla, non cresce più nulla. E siamo solo al secondo album. Speriamo di vederli presto dal vivo.



7. Nasheim – Jord Och Aska (Northern Silence)

Il secondo lavoro di Nasheim ha tutti gli ingredienti del black metal pagano con i classici passaggi folk acustici. Il livello di ispirazione di questi tre lunghi brani è alto malgrado il mastermind del progetto sia il solo Erik Grahn. Abbiamo per le mani una nuova splendida colonna sonora per una lunga passeggiata al tramonto, tra i boschi, d’inverno. La solitudine dell’esistenza umana e l’ineffabile durezza della natura a cui siamo comunque innegabilmente legati a doppia mandata sono i messaggi veicolati dalle note di questo disco. Per fare questo, Nasheim ci trascina tra lunghi arpeggi più o meno distorti (che ricordano anche alcune cose fuori dal genere vedi gli Earth) e qualche rara cavalcata che permette di sfogare la tensione accumulata durante lo svolgimento dei brani.



8. Árstíðir Lífsins – Saga á Tveim Tungum I: Vápn Ok Viðr (Van Records)

Torniamo in Islanda (anche se due terzi della band è tedesca) per il quarto album in carriera degli Arstidir Lifsins, un disco il cui punto di forza sono le atmosfere epiche costruite dal trio grazie anche all’utilizzo di strumenti adatti a ricreare le loro visioni pagane (archi, vibrafono, organo).  Il lavoro è la prima parte di un’opera che verrà completata nel 2020 ed è molto vario e coinvolgente sia nelle parti più tirate (alcuni momenti sono davvero entusiasmanti), sia dove la band si lascia andare a passaggi più quieti e atmosferici, a volte acustici.  Quasi sempre azzeccato l’intervento di cori salmodianti, una delle caratteristiche della band sin dagli inizi e ormai sdoganati al “grande” pubblico dai polacchi Batushka.



9. Drastus – La Croix De Sang (NoEvDia)

Se avete provato piacere con i Mylingar, allora anche l’assalto sonoro dei Drastus potrebbe fare al caso vostro. I francesi (in realtà una one man band), con il loro secondo album si mostrano leggermente più educati e meno distorti degli svedesi ma la ferocia d’esecuzione e la voglia di andare giù pesante si sentono eccome. Black metal costruito su riff mesmerizzanti usati come mazze sulla testa dell’ascoltatore per un risultato finale che ha come punti di riferimento MGLA (con meno pulizia d’esecuzione e nella produzione)  e Deathspell Omega (con meno tecnica a disposizione). Bersaglio centrato.



10. Mizmor – Cairn (Gilead Media)

Questo è il classico disco di black metal  buono per il Roadburn Festival, ovvero un lavoro non ortodosso con pesanti  influenze doom e drone. “Cairn” si snoda attraverso quattro lunghissimi brani in cui momenti serrati tipici del genere sono abbastanza pochi e finiscono incastonati tra pesanti muri sludge/doom e momenti semiacustici molto rilassati. Da notare anche la prestazione vocale di A.L.N. (unica mente del progetto) che riesce a dare credibilità ad ogni registro dal lamento agonico al classico scream, passando per il growl. Un disco dalle mille sfaccettature da assaporare con calma e con un artwork di copertina fantastico, sicuramente tra i migliori dell’anno.



11. Mayhem – Daemon (Century Media)

Da quello che era emerso negli ultimi anni, la carriera dei Mayhem pareva arrivata al capolinea: nel 2014 un disco eccessivamente cervellotico come “Esoteric Warfare”, scritto interamente da Teloch, ottimo chitarrista, ma membro della band solo dal 2011, seguito poi da un poco convincente ed estenuante tour per celebrare “De Mysteriis Dom Sathanas” ed, infine, una serie pressoché infinita di live del periodo con Dead alla voce pubblicati a distanza di pochi mesi uno dall’altro. A tutta questa “attività” aggiungiamo un libro fotografico e il tanto chiacchierato film “Lords Of Chaos”. Insomma, il marchio Mayhem ha sempre continuato ad esistere e fare profitto a discapito di poca nuova musica e, invece, a grande sorpresa, “Daemon” si rivela un grande lavoro, il degno successore di DMDS stesso; i norvegesi sembrano aver finalmente trovato la quadra in ambito di line up oltre a ad una sorta di maturazione artistica che rende “Daemon” non certo morbosamente affascinante come fossimo nel 1994, ma pienamente godibile grazie a riff di chitarra maligni e avvincenti, ad un basso pulsante (messo forse fin troppo in primo piano nel mix finale)  e alla solita poliedrica prestazione vocale di Attila Csihar che mi piace considerare il Mike Patton del metal estremo. Finalmente un disco dei Mayhem che merita di essere ascoltato non solo per il nome in copertina.



12. 1349 – The Infernal Pathway (Season Of Mist)

Negli ultimi anni il black metal ha subito, per fortuna, svariate contaminazioni ma, seppur in modo molto più metodologicamente uniforme,  anche in passato alcuni gruppi (i primi o i migliori) riuscivano a dare il loro tocco distintivo al proprio modo di interpretare la materia. Tra questi i 1349, arrivati nel 2019, con più di venti anni di carriera alle spalle, al loro nono album. I 1349 non sono solo il side project di Frost dei Satyricon, sono una band composta da quattro musicisti da sempre coinvolti nella scena estrema norvegese e nei loro dischi non troverete spazio per melodie e intuizioni atmosferiche. La band sforna brani letali costruiti su riff schizoidi di derivazione thrash e continui stop e and go che donano una maggiore dinamicità ai pezzi. Frost dietro alle pelli sembra tarantolato con continue rullate e ripartenze che lo fanno sembrare una mitragliatrice. Insomma, questo è un disco di black metal senza compromessi, suonato con un tocco personale riconoscibilissimo e davanti al quale nessuno appassionato potrà storcere il naso.

13. Misþyrming – Algleymi (NoEvDia)

I giovani islandesi tornano alla carica con il successore di “Söngvar elds og óreiðu” uscito nel 2015. “Alglemymi” lascia un po’ spiazzati perché la componente melodica primeggia rispetto al caos magmatico dell’esordio. Non è che la band si sia messa a suonare come i Dimmu Borgir intendiamoci, l’assalto sonoro è sempre possente e in qualche modo caotico, ma la produzione finale premia maggiormente le linee melodiche che saltano così subito all’orecchio dell’ascoltatore. La band non manca di deliziarci con momenti sfuriati di grande pathos, ma è come se si fossero bloccati a metà strada tra la cavalcata caotica dissonante (alla Deathspell Omega di cui ora sono compagni di etichetta) e il black/death melodico (alla Dissection). Quale delle due anime vedremo prevalere in futuro?

14. Asagraum – Dawn Of Infinite Fire (Edged Circle)

Qui sulle pagine di THT siamo da sempre attenti al ruolo delle donne nella musica che ci piace e forse i guizzi migliori degli ultimi anni li hanno avuti proprio alcune musiciste come Chelsea Wolfe, Emma Ruth Rundle, Anna Von Hausswolff solo per citare le mie preferite. Inutile dire come il black metal sia stato sino ad oggi quasi esclusivamente appannaggio dei maschietti se si escludono rare eccezioni (la prima che mi viene in mente è la nostra Cadaveria). Ma siamo arrivati al 2019 e grazie all’etichetta Edged Circle possiamo godere dell’ascolto del secondo disco delle tulipane Asagraum, un album che dà una bella rispolverata al black metal nella sua essenza più classica. Grazie all’ottima produzione, il lavoro del duo viene esaltato e viene fuori un compendio del miglior black metal degli anni 90 con gli Immortal dei bei tempi come principale riferimento. Il giusto mix tra parti più lente ed epiche e parti tirate tra arpeggi a cascata e riff avvincenti tiene vivo l’ascolto. Menzione speciale per le ottime linee vocali. Promosse a pieni voti. 



15. Devil Master – Satan Spits On Children Of Light (Relapse Records)

Volete un disco black metal per poter fare un po’ di festa e non perdervi solo in pensieri esistenzialisti o invocazioni demoniache? I Devil Master vi vengono in soccorso con il loro debut album, un concentrato di riff da headbanging (alcuni irresistibili) e satanismo da baracconi. Un disco che ovviamente ha un sapore antico a partire dalla copertina per continuare con il songwriting. I maestri degli anni 80 vengono riportati in auge con il giusto piglio giovanile, rozzo e sguaiato per un mix finale tra black metal e crust punk che farà contenti i black metallari meno cervellotici.



16. Kampfar – Ofidians Manifest (Indie Recordings)

Giunti all’ottavo album in carriera i norvegesi continuano a deliziarci con la loro ferocia; anzi, nel tempo lo stile dei Kampfar è come se si fosse incattivito e personalmente ho gradito. “Ofidians Manifest” parte come una marcia guerresca e non si ferma sino all’ultima traccia con fiera dedizione a quella musica che è il motivo perché sono qui a scrivere. Se amate Gorgoroth, Taake, Immortal e tutto il sound norvegese sarete probabilmente già in possesso di questo lavoro con la solita enfatica ed eccellente prestazione vocale di Dolk più incentrata sulla malignità che sul cantato epico.



17. Saor – Forgotten Paths (Avantgarde)

Uscito ad inizio anno, “Forgotten Paths” rischiava di venire dimenticato al momento del resoconto di fine 2019, invece il quarto album dello scozzese Andy Marshall regala l’ennesima gemma di folk black metal con quattro lunghi brani che viaggiano ariosi tra melodie epiche e atmosfere sognanti e malinconiche. Il tessuto sonoro è come sempre impreziosito dall’intervento di archi, flauto, cornamusa, pianoforte che aggiungono le giuste sfumature all’album anche grazie ad un pregevole lavoro fatto in produzione. Non mancano momenti al limiti del post rock come fossimo davanti a dei Solstafir con il kilt.



18. Remete – Into Endless Night (Cold Ways)

L’universo black metal è ormai inondato da one man band che da ogni angolo del pianeta propongono la loro arte. Il polistrumentista australiano D. ha vari progetti in corso (Woods Of Desolation, ForestMysticims) e quest’anno ha pubblicato l’esordio sulla lunga distanza dei Remete; il disco si rivela una delle migliori uscite in ambito black metal atmosferico; i riff ipnotici che attraversano il muro di suono e arrivano a catturare l’ascoltatore sono la forza del disco i cui quattro brani viaggiano per lunghi tratti a regimi di mid tempo e godono di saliscendi emotivi tipici del post black metal. Un disco che ha come obiettivo l’emotività dell’ascoltatore e lo centra in pieno.



19. Gardsghastr – Slit Throat Requiem (Profound Lore)

Un disco dal sapore antico l’esordio di questa band divisa tra Svezia e Stati Uniti e composta da membri attivi già da diversi anni con altri progetti rimasti confinati all’underground (Chaos Moon, Beketh Nexehmu); sin dalle prime battute le sensazioni sono le stesse in cui si incappava con i primi lavori degli Emperor e dei Limbonic Art. Black metal sinfonico con la classica produzione nineties in cui spiccano tastiere gotiche che costruiscono trame sopra cui si scatenano blast beat e riff gelidi, con la voce a declamare versi di apocalisse da un angolo remoto dell’inferno.



20. Aoratos– Gods Without Name (DebemurMorti)

Eccellente debutto per questo progetto che vede come unico promotore Naas Alcameth (Nightbringer, Akhlys) che dal Colorado non smette praticamente mai di proporci nuova musica sotto forme diverse. Il black metal occulto di “Gods Without Name” ha un andamento malato e disturbante, quasi orrorifico e qualche passaggio tra i brani ha il sapore della colonna sonora di un viaggio di quarantacinque minuti dritti negli inferi, senza alcuna possibilità di ritorno. Con la musica di Alcameth non si va mai dritto per dritto, anzi la trama è sempre piuttosto intricata e l’ascolto non semplice. Si sovrappongono voci malate, riff acidi, tastiere cigolanti, una batteria per lunghi tratti lanciata ad alta velocità, il tutto compresso in una produzione industrial che aumenta il senso di pena e soffocamento durante l’ascolto.  Roba per palati forti.



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