I 20 migliori dischi CLASSIC ROCK del 2020

Predichiamo sempre di guardare al presente per non fossilizzarci negli ascolti ma non siamo iconoclasti. E’ giusto tributare i “grandi vecchi”, coloro che nonostante tutto portano avanti la tradizione rock con amore e inventiva. Il sound “classic rock” è un rifugio sicuro se si conosce cosa ascoltare ed è un suono che appartiene a tutti. Ecco perchè sebbene questa lista contenga principalmente “vecchi rocker” qua e là spuntano anche nomi nuovi.

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1 . THE DREAM SYNDICATE – THE UNIVERSE INSIDE (ANTI)

La seconda (o terza?) giovinezza dei Dream Syndicate è iniziata da una manciata di anni (2017, anno di “How Did I Find Myself Here?”) e speriamo che ci accompagni ancora a lungo. La band di Steve Wynn, amata da tutti i nostalgici del periodo Painsley Underground, ha abbandonato certi retaggi “cantautorali” e si è lanciata in un viaggio psichedelico decisamente stimolante. “The Universe Inside” è come una jam fra la band elettrica di Miles Davis, dei kraut rockers in acido e qualche gruppo psych di fine anni 60. Il disco, infatti, è una lunghissima improvvisazione in studio (80 minuti circa) con ospite Stephen McCarthy dei Long Ryders e rimaneggiata in mixaggio per dare un senso compiuto generale alla maniera di Teo Macero. Psichedelia che incontra la fusion, come fossimo negli anni 70 ma sgamati abbastanza nell’evitare inutili giri a vuoto.

2 . THE THIRD MIND – THE THIRD MIND (YEP ROC)

Dave Alvin è l’iconico mascellone dei Blasters, storica band gravitante nella scena roots-punk di Los Angeles assieme a X, Flesh Eaters, True Believers, The Knitters. In quarant’anni di musica ha scelto un percorso più “folk” mentre con i Third Man ha allestito una band rock-psichedelica con membri di Camper Van Beethoven e Blind Boys Of Alabama. L’approccio è totalmente libero: i nostri arzilli vecchietti si sono chiusi in studio e hanno jammato con in testa il Miles Davis elettrico e nelle mani i Greateful Dead. Il risultato è un disco principalmente di cover ma destrutturate e libere di librarsi nelle orecchie degli ascoltatori; Alice Coltrane, Greateful Dead, 13th Floor Elevators, Butterfield Blues Band vengono riletti lasciando ampio spazio ad improvvisazioni chitarristiche (ascoltate la splendida East West, 16 minuti di pura classe). Un disco pieno di polvere del deserto, suonato con gusto, raffinatezza e un po’ di grezzume. Affascinante come un viso rugoso e abbronzato scolpito dalla vita all’aria aperta. Ospite la bravissima cantautrice Jesse Syke.

3 . X – ALPHABETLAND (FAT POSSUM)

Il punk è classic-rock? Quello degli X lo è sempre stato, fin dai dirompenti esordi flirtava con le radici rock, rockabilly e country iniettandolo con l’energia del nascente movimento iconoclasta proveniente dall’Inghilterra. Proprio per questo il loro sound è sempre suonato attuale ed è stato in grado di influenzare almeno tre generazioni di rockers. Dopo 35 anni la lineup storica si ritrova assieme a suonare e confeziona uno dei loro migliori dischi. Il sound è quello di Los Angeles e Wild Gift: riconoscibile, divertente, ballabile e incazzato. Come da tradizione punk dura meno di 30 minuti. Non diventerà un classico ma è una grandissima lezione su come suonare rock puro nel 2020.

4 . BRUCE SPRINGSTEEN – LETTER TO YOU (COLUMBIA)

Cosa può fare il 71enne Bruce Springsteen se non essere sé stesso, raccontare quanto sia bello suonare sui palchi con una band strepitosa e ricordare gli amici che non ci sono più? Per farlo si chiude in studio con la E-Street Band e, insieme, attaccano a registrare nuovi brani e ripescaggi clamorosi dagli esordi e mai registrati come si deve. Il risultato è genuino ma soprattutto eccitante. Un disco suonato in diretta con un suono eccezionale, ricco, vibrante e unico che è possibile ascoltare solo nei dischi di Bruce. “Letter To You” è il disco rock più elettrizzante del Boss da parecchi anni a questa parte, imperdibile per i fan (ma che già ne possederanno qualunque versione possibile) e appagante per chi l’ha perso di vista da tempo.

5 . BOB DYLAN – ROUGH AND ROWDY WAYS (COLUMBIA)

Non bastano certo queste poche righe per sviscerare il nuovo disco del 79enne Bob Dylan. Diciamo che l’unico difetto dell’album è nella copertina, ben poco attraente dal punto di vista commerciale. Per il resto questo verrà ricordato come uno dei migliori lavori del Premio Nobel, concluso magnificamente con i 17 minuti di “Murder Most Foul”. Che sia il suo congedo o uno degli ultimi dischi poco importa: “Rough And Rowdy Ways” è intenso come le sue migliori opere e andrebbe studiato attentamente come una lezione di storia.

6 . PEARL JAM – GIGATON (MONKEYWRENCH)

Chi li dava perduti dopo una sequenza di album mediocri (dall’Avocado in poi) potrà finalmente ricredersi. “Gigaton” non torna ai fasti degli anni 90 ma può essere considerato il proseguo di Riot Act, sia per le tematiche “contro” che per il suono finalmente ispirato e ricco di energia. Il piatto è il solito: rockettoni epici, ballad struggenti, esperimenti inusuali, ma questa volta i Pearl Jam hanno voglia di studiare strade più ricche ed elaborate, senza farsi prendere dalla strada facile. “Gigaton” ha una manciata di canzoni che potrebbero diventare dei futuri classici (Quick Escape, Seven O’Clock, Comes Then Goes) e un livello elevato per tutta la durata del disco. C’è poco da dire: quando la band di Seattle rockeggia non ce n’è per nessuno. Si stanno avvicinando ai 60 anni (Matt Cameron 58 anni, Jeff Ament 57, Eddie Vedder 56, Mike McCready e Stone Gossard 54) ma la brace non si è ancora spenta.

7 . OZZY OSBOURNE – ORDINARY MAN (EPIC)

In 20 anni Ozzy è passato da cantante da pensionare a icona indiscussa del metal mondiale. Ozzfest, The Osbournes, reunion dei Black Sabbath, dischi dei Black Sabbath, tour di addio dei Black Sabbath, celebrazioni: dal 2000 a oggi ha vissuto in un luna park delirante che gli ha garantito l’immortalità tra i fanatici del rock “duro”. Eppure c’è ancora chi grida allo scandalo per il duetto con Elton John (riuscito) e quello con Post Malone (che pure lui ignora chi sia ma tant’è spacca…). La controversia però è durata ben poco, giusto il tempo di mettere sullo stereo “Ordinary Man” e trovarsi di fronte ad un disco di potentissimo hard rock radiofonico. Infinite auto-citazioni per il piacere di ascoltatori ed esecutore, session men di lusso (Tom Morello, Duff McKagan per dirne due) e composizioni di altissimo livello. Il miglior disco hard-rock del 2020 l’ha fatto un 72? Si, ma mica uno qualunque… il principe delle tenebre!

8 . NICK CAVE – IDIOT PRAYER (NICK CAVE ALONE AT ALEXANDRA PALACE)

Per alcuni una delle immagini più iconiche del 2020 è quella del Papa che recita messa da solo in Piazza San Pietro. Per altri è quella di Nick Cave da solo, al pianoforte, nella copertina di “Idiot Prayer”. Ognuno ha il suo santo a cui votarsi. In ogni caso “Idiot Prayer” è la versione disco del concerto andato in streaming a Luglio, c’è bisogno di dire che è eccezionale? 22 brani in doppio CD (o doppio LP) che spaziano nella discografia di King Ink suonati in solitudine. Per noi. Per lui. Il Covid ci ha tolto tanto ma qualcosina in cambio l’abbiamo ottenuto…

9 . TAYLOR SWIFT – FOLKLORE / EVERMORE (REPUBLIC)

In Italia è poco comprensibile il fenomeno Taylor Swift, bambina prodigio del pop americano amata dal pubblico più facilone e tranquillo. Esordì nel 2006 come reginetta del country poco più che 13enne e dopo svariati album pop-zuccherosi nel 2020 appena poco più che trentenne compie la sua “svolta matura”. Svolta che è una fase obbligatoria per questi fenomeni di plastica (vedi Miley Cyrus) che rischierebbero altresì di rimanere incastrati nella bubble-gum music adolescenziale per sempre. Che sia calcolo da music business o sincera necessità appena iniziata la pandemia Taylor Swift prende in mano la chitarra e inizia a scrivere canzoni su canzoni, poi si mette in contatto con  Aaron Dessner dei The National e assieme preparano il corpo del disco. Gli ultimi brani sono merito di  Jack Antonoff, William Bowery e Bon Iver. Proprio quest’ultima è la collaborazione più chiacchierata che attiva le antenne degli ascoltatori più critici. “Folklore” è un disco che bisogna avere il tempo di sviscerare essendo decisamente minimale nella forma (chitarra, voce, un po’ di elettronica) e mostra un’artista diversa, sebbene sempre immersa in un immaginario “americano”. “Evermore” è il seguito, ancora più intimista e “invernale” che conferma la scelta di Taylor di assecondare voce e chitarra per creare ballad intime ma lontane dalla plastica del passato. E conferma anche i collaboratori. All’interno troviamo sia i The National al completo che Bon Iver. Taylor Swift è ancora un fenomeno disneyano (come conferma lo splendido speciale “The Long Pond Studio Sessions” realizzato per Disney +) ma orientato ai genitori.

10 . WAXAHATCHEE – SAINT CLOUD (MERGE)

Anche Katie Crutchfield passa i trent’anni e rinnova il marchio Waxahatchee passando da un indie-rock da cameretta ad un maturo rock-country-folk di scuola americana. Il risultato è sorprendentemente buono, sebbene sarà gradito più dagli ascoltatori “classici” (appunto) che da quelli indie. Una sequenza di canzoni meravigliose che partono dal folk anni 60 arrivano al 2020 passando da certo alternative anni 90. Un gioiello.

11 . THE FLAMING LIPS – AMERICAN HEAD (WARNER)

I Flaming Lips hanno sempre ribaltato le regole della normalità, sia nei dischi che nell’approccio alla propria carriera ecco perchè uno dei momenti più significativi di questo 2020 è senza dubbio il loro concerto con band e pubblico dentro a dei palloni trasparenti, rispettando il “social distancing”. Ma non basta questo per parlarne in questa classifica: non tutti i dischi dei Flaming Lips finiscono nelle liste di fine anno ma quando ci finiscono potete essere sicuri che si tratta di ottimi lavori. Non so quale è l’ultimo loro album che avete ascoltato: Cloud Taste Metallic, The Soft Bulletin, Yoshimi Battles The Pink Robots? Nel mentre ne hanno fatti tantissimi ma più orientati ai fan “hardcore” della band. “American Head”, invece, appartiene a quella schiera di dischi da non perdere come i sopracitati. E’ un album che ripercorre la vita dell’ormai sessantenne Wayne Coyne sia liricalmente che musicalmente, in un’America rurale, diversa e lontana dai riflettori attraverso il “consueto” pop-rock psichedelico. Da ascoltare e riascoltare.

12 . BEN HARPER – WINTER IS FOR LOVERS (ANTI)

Non tutti i dischi vanno ascoltati con attenzione o ad alti volumi. “Winter Is For Lovers” è un disco che funziona meglio in sottofondo a basso volume. E non perchè sia fastidioso, tutt’altro. L’album raccoglie 15 canzoni ispirate ad altrettanti luoghi del cuore di Ben Harper e suonate in punta di dita sulla sua chitarra lapsteel. E basta. Non c’è voce, non c’è ritmica, tastiere o altro. Non è però un disco primitivo alla John Fahey o alla Ry Cooder. E’ composto da brani molto semplici ma suonati con sentimento. Il risultato non soddisferà chitarristi virtuosi, nè gli amanti della voce di Ben Harper ma se avrete voglia di metterlo in sottofondo riempirà la vostra stanza di piccole note magiche. Provare per credere. Magari davanti ad un caminetto.

13 . THE PSYCHEDELIC FURS – MADE OF RAIN (COOKING VINYL)

Saccheggiati, citati, idolatrati: gli Psychedelic Furs hanno dato sicuramente più di quello che hanno ricevuto. Ora che il post-punk è tornato in auge “Made Of Rain” potrebbe essere l’album di un nuovo gruppo di ragazzini con pose dark e rumorose che aggiorna il sound dei maestri. Questa affermazione può darvi l’idea dell’energia presente in questo lavoro a quasi 30 anni di distanza dal precedente, di una bellezza totalmente inaspettata e con, alcune, grandiose canzoni (“You’ll Be Mine”, “Wrong Train”). Se amate la voce di Richard Butler non potete perderlo.

14 . LUCINDA WILLIAMS – GOOD SOULS BETTER ANGELS (THIRTY TIGERS)

La cantautrice country più amata dai rocker alternativi ha superato abbondantemente i quarant’anni di carriera ma non è ancora doma. Il suo target è l’amministrazione Trump e non le manda certo a dire. I classici ingredienti fatti di ballate, blues e rockettoni iper distorti non rendono “Good Souls Better Angels” solo l’ennesimo ottimo disco di Lucinda Williams ma anche uno dei suoi migliori.

15 . STEVE EARLE AND THE DUKES – GHOSTS OF WEST VIRGINIA (NEW WEST RECORDS)

I fantasmi della West Virginia sono i 29 operai morti a causa di un tragico incidente in una miniera di carbone nel 2010. Steve Earle li celebra in questo polveroso disco di country-rock. La voce di Steve sempre più roca dona un sapore antico alle composizioni classicamente accompagnate dai fidati The Dukes. Un disco sincero, onesto, suonato con le maniche della camicia alzate.

16 . PAUL McCARTNEY – McCARTNEY III (CAPITOL)

78 anni e ancora voglia di suonare (di) tutto. Se c’è una persona che è un monumento alla gioia di creare musica è proprio lui. Dopo un disco “moderno” come “Egypt Station” Paul McCartney ha realizzato il seguito di II, diciottesimo disco solista uscito nel 1980 e contenente canzoni bizzarre, esperimenti con i sintetizzatori e piccoli gioielli pop realizzati in solitaria nella sua fattoria in Scozia. 40 anni dopo (e svariati album) ecco arrivare il terzo capitolo, anch’esso realizzato completamente da solo. Inevitabilmente, essendo questo l’anno del lockdown. Cosa vuoi dire ad un signore di 78 anni? Grazie. Poi, certo non è il suo disco migliore ma è realmente importante che lo sia? E’ un piccolo, grande regalo a sé stesso e ai suoi fan. Chi vuole goderne ne godrà.

17 . THE JAYHAWKS – XOXO (THIRTY TIGERS)

Nel nostalgico videoclip di “Dogtown Days” i Jayhawks tengono a ricordarci che solcano i palchi dai tempi di Husker Du e Black Flag: fanno bene a ricordarcelo. Il sound dei Jayhawks viene da lontano: partendo dal Minnesota ha attraversato anni irruenti (l’hardcore), anni stravaganti (l’alternative), anni confusi (i 2000) ma ha sempre mantenuto intatta la radice roots e la qualità della scrittura. Perso per strada l’importante Mark Olson le composizioni sono state divise fra i membri del gruppo generando un disco sfaccettato con vette altissime e qualche caduta di tono. La media è comunque molto alta: se li avete amati grazie al classico “Hollywood Town Hall” del lontano 1991 e magari ve li siete dimenticati questa è un’ottima occasione per riprendere i contatti con loro.

18 . AC/DC — PWR/UP (COLUMBIA)

Ok, è l’ennesimo disco degli AC/DC. Per la precisione il numero 17. Però è il primo dopo la morte di Malcom Young, cofondatore del gruppo, motore silenzioso ed eccellente chitarrista. E’ anche il primo dal ritorno del cantante Brian Johnson che qualche anno fa abbandonò per gravi problemi di udito, sostituito dal vivo da Axl Rose. Fatto sta che probabilmente non ci saranno ancora tanti dischi degli australiani e prima che sia troppo tardi conviene non fare tanto gli snob: procurarsi questo disco (in una delle mille edizioni pubblicate) e scoprire che non è niente male. Certo, è l’ennesimo disco degli AC/DC: prendetelo come un pregio o come un difetto. Però è l’ennesimo bel disco degli AC/DC: grandi ritornelli, grandi riff , grandi cori, grande energia. E non è poco.

19 . GREG DULLI – RANDOM DESIRE (BMG)

Durante il periodo X-Factor, un difensore di Manuel Agnelli scrisse in un post su Facebook per difenderne la coerenza artistica che “ha pure collaborato con giganti come Mark Lanegan e Greg Dulli”. La risposta fu “non so chi sia sto Greg Dulli, ho guardato su youtube ci sono alcune canzoni ascoltate da poche migliaia di persone. Non mi sembra questo gran traguardo”. In una frase come questa è più o meno riassunta la carriera dell’ex Afghan Whigs. La voce di Greg è per pochi, sebbene sia ricca di soul, di energia e di capacità di emozionare ma non arriva a tutti. E’ un segreto che anche negli anni 90 era condiviso solo da una ristretta cerchia di appassionati. Ed è un segreto per pochi anche il suo secondo disco solista (sebbene fossero suoi anche i Gutter Twins e i Twilight Singers) che effettivamente ha pochi ascolti su youtube. Peccato che, ovviamente, le canzoni siano splendide. Certo, ci fosse dietro “quella” band sarebbe tutto un altro sentire ma non ci lamentiamo. Se non lo conoscete ascoltatelo e poi cercatevi gli Afghan Whigs. Poi passate a ringraziare.

20 . NEIL YOUNG – HOMEGROWN (REPRISE)

Si può registrare un album nel 1975 e pubblicarlo nel 2020? Se ti chiami Neil Young si. L’uomo che ha giocato con le regole del music business a modo suo, alcune volte vincendo, altre perdendo, ma mantenendo sempre la coerenza giudicò “troppo personale” l’intero lavoro salvo poi riprendere alcune sue canzoni qua e là. “Homegrown” è un gran bel disco: a Neil Young bastano pochi ingredienti per confezionare un bel disco di artigianato rock-folk. Non è “Harvest” nè “Tonight’s The Night” ma qualcosa a metà strada.

Ricapitolando:

The Dream Syndicate – The Universe Inside
The Third Mind – The Third Man
X – Alphabetland
Bruce Springsteen – Letter To You
Bob Dylan — Rough and Rowdy Ways
Pearl Jam – Gigaton
Ozzy Osbourne – Ordinary Man
Nick Cave – Idiot Prayer – Nick Cave Solo At Alexandra Palace
Taylor Swift — Folklore / Evermore
Waxahatchee – Saint Cloud
The Flaming Lips – American Head
Ben Harper – Winter Is For Lovers
The Psychedelic Furs — Made of Rain
Lucinda Williams – Good Souls Better Angels
Steve Earle and the Dukes — Ghosts of West Virginia
Paul McCartney – III
Jayhawks — XOXO
AC/DC — PWR/UP
Greg Dulli – Random Desire
Neil Young — Homegrown

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Redazione

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