I 20 migliori dischi PUNK del 2020

A cura di Diego Curcio

Quest’anno ho fatto molto fatica a compilare la classifica dei 20 dischi punk, hc, power-pop e garage del 2020. Il fatto è che sono usciti un sacco di ottimi album e la lista degli esclusi è piuttosto affollata. Parlo di almeno un paio uscite Fat niente male (“Frail Bray” degli Western Addiction e “Dancing With The Curse” dei Get Dead), ma anche di dischi meno blasonati, ma piuttosto interessanti come “Thick” delle 5 Years Behind pubblicato da Epitaph (uno dei pochi album punk della label californiana, ormai votata alla trap e al metalcore) o “Day Ripper” dei Bee Bee Sea (Wild Honey Records), su cui sono stato indeciso fino all’ultimo. Meritano una menzione – e forse un approfondimento maggiore – anche “All That Glue” dei Sleaford Mods (che però è una raccolta) e “Money Money 2020 Part II: We Told Ya So” dei Network, uscito pochi giorni fa. Insomma, a dispetto di questo anno terribile, sul fronte musicale – almeno per l’area che seguo con più interesse – il raccolto è stato ottimo. E probabilmente mi sto dimenticando di tantissima altra roba. Quest’anno la classifica è un po’ debole sul fronte hardcore, me ne rendo conto. Ma la colpa è di una marcata deriva metallica delle ultime uscite. Inoltre ho cercato di non mettere raccolte o ristampe. Anche perché avrebbero rischiato di monopolizzare la classifica. 

1 . CHUBBY & THE GANG – SPEED KILLS (STATIC SHOCK / PARTISAN RECORDS)

Ho scoperto “Speed Kills” di Chubby And The Gang assolutamente per caso, grazie alla dritta di un buon amico. Mi è bastato ascoltare il primo pezzo, “Chubby And The Gang Rule Ok?”, una sorta di manifesto programmatico dell’album, per capire che mi trovavo davanti a qualcosa di speciale. Una sensazione che non mi ha mai abbandonato per tutte e 13 le canzoni del disco: un mix micidiale di punk, hardcore, glam e pub rock cantato in coro e suonato a rotta di collo. Un esordio travolgente, melodico e furioso, capace di dosare in modo perfetto generi e sottoculture diverse. Difficile aggiungere altro per un disco che rasenta la perfezione. Persino la copertina è stupenda. Album dell’anno. 

2 . FAKE NAMES – FAKE NAMES (EPITAPH)

Quando in un unico gruppo si ritrovano a suonare alcuni pezzi da Novanta della scena punk come Brian Baker, Michael Hampton, Dennis Lyxzén e Johnny Temple è difficile che venga fuori qualcosa di brutto. Certo, non sempre il blasone è sinonimo di qualità. Ma state tranquilli: il disco omonimo dei Fake Names (targato Epitaph) finirebbe in questa lista, anche se i componenti della band fossero degli illustri sconosciuti. Provate a immaginare il suono tagliente del post-hc di Washington DC – periodo revolution summer -, infilateci dentro qualche dose massiccia di melodia ai limiti del power-pop e aggiungete un pizzico di sporcizia rock’n’roll. Il risultato sarà qualcosa di vagamente familiare, ma al tempo stesso fresco e immediato. 

3 . BOB MOULD – BLUE HEARTS (MERGE)

“Blue Hearts” è il miglior disco solista di Bob Mould da un po’ di anni a questa parte. Già con il penultimo “Sunshine Rock”, l’ex cantante-chitarrista degli Husker Du, aveva dimostrato di essere tornato in ottima forma, dopo qualche prova incolore o comunque molto lontana dai suoi standard compositivi. Con questa nuova uscita lo zio Bob compie un ulteriore balzo in avanti, attestandosi ai livelli dei compianti Sugar dei primi anni Novanta. Provate ad ascoltare “Copper Blue” (1992) e “Blue Hearts” uno dopo l’altro (avete notato anche voi che citano entrambi lo stesso colore?) e poi ditemi se mi sono bevuto il cervello per il troppo amore o se il power-rock impetuoso di questo nuovo album non ci riporta indietro di quasi 30 anni. 

4 . X – ALPHABETLAND (FAT POSSUM)

Non tutte le reunion sono patetiche. Anche se il tempo passa impietoso e suonare punk dovrebbe essere vietato dopo una certa età (facciamo 40 anni?), gli X, che non pubblicavano un album con la formazione originale da oltre tre decenni, sono stati capaci da dare alle stampe un disco eccezionale. “Alphabetland” sembra inciso ai bei tempi della Slash Records. Il suono non è invecchiato di un grammo, le melodie disperate e ruspanti sono sempre quelle, con il superbo gioco a rincorrersi delle voci di John Doe ed Exene Cervenka. Undici pezzi in meno di mezzora, che come lame taglienti si infilano nei cuori infranti di qualche vecchio nostalgico dei tempi andati. 

5 . STIFF RICHARDS – STATE OF MIND (LEGLESS)

Un disco tanto bello, quanto difficile da trovare. E’ davvero un’impresa mettere le mani su “State Of Mind” degli Stiff Richards. Per fortuna c’è lo streaming su bandcamp, ma spero che il cd o il vinile di questo potentissimo album possano essere presto disponibili anche in Italia, senza doversi svenare. La band australiana mi ricorda – non a caso – un altro gruppo della terra dei canguri: i Saints, autori di uno dei dischi più belli del punk ’77, “(I’m) Stranded”. La voce urlata e il rock massiccio e hc, ma dalle venature quasi sempre melodiche di questo quintetto di Melbourne sembra aver finalmente trovato la quadra, dopo una manciata di buoni dischi, che già in passato ne avevano fatto intuire le grandi possibilità. “State Of Mind” è un album eccellente, senza neppure un punto debole, grazie a una dose da cavallo di rock’n’roll diretto e dissonante.

6 . L’ESPERIMENTO DEL DR K – TERRORE SUL MONDO (FLAMINGO RECORDS)

Volendo essere banali (ma anche pratici) L’Esperimento Del Dr. K è la versione italiana dell’horror punk alla Misfits. Magari con qualche decennio di ritardo, ma sicuramente si tratta del progetto più credibile e genuino inserito in questo solco. La band genovese, nata dalla genialità di Dario Gaggero delle Formiche Atomiche (e non solo) una ventina di anni fa e poi diventata, negli ultimi due anni, un vero e proprio gruppo con l’arrivo di alcuni storici esponenti della scena punk della Superba, è stata subito accalappiata da Flamingo Records (negozio ed etichetta del capoluogo ligure, spesso presente nelle mie classifiche, vista la qualità dei dischi che produce). E così dopo un primo singolo uscito a novembre 2019, a marzo (due giorni prima del lockdown. Un caso? Non credo…) è arrivato questo cd che mette in fila tredici pezzi splendidi. Horror punk alla Misfits, dicevamo (grazie anche alla voce di Dario che omaggia alla perfezione il timbro dark di Danzig), ma anche rock’n’roll velocissimo, punk, beat e goth. Il tutto cantato in italiano, con testi che parlano di fumetti, b-movie, personaggi eccentrici e strane creature.

7 . THE SPEEDWAYS – RADIO SOUNDS (ALIEN SNATCH! / BELUGA / SNAP! / HURRAH!)

Se ci fosse una classifica dedicata solo al power-pop, “Radio Sound” degli Speedways vincerebbe a mani basse il titolo di disco dell’anno. Dodici pezzi uno più bello dell’altro, che guardano a quelle band di fine Settanta-primi Ottanta, che, soprattutto in America, mescolavano l’irruenza del punk e della new wave alle melodie sixties. Un sottogenere (o un non-genere, come viene spesso definito), che all’epoca avrebbe avuto potenzialità enormi e che, invece, a parte rarissime eccezioni, non è mai riuscito a sfondare. Anzi, è sempre rimasto un culto persino all’interno dell’underground. E un gruppo di culto lo sono a tutti gli effetti anche questi Speedways di Nottingham, che rinverdiscono i fasti del power-pop inglese, i cui numi tutelari sono i Records, anche se il vero capostipite resta un certo Elvis Costello. “Radio Sound” però non è un album che guarda solo al passato: è un lavoro del 2020, in perfetta sintonia con altre grandissime band contemporanee come i Radio Days.

8 . CORIKY – CORIKY (DISCHORD)

Ogni volta che ascolto la voce di Ian MacKaye mi si apre il cuore. E tanto basterebbe a decretare questo omonimo album dei Coriky (il primo, dopo tanti anni di silenzio, con il boss della Dischord nel ruolo di protagonista) come un vero e proprio evento. Se ci mettiamo poi che il resto del terzetto è formato da Amy Farina e Joe Lally, il delirio è assicurato. Anche perché “Clean Kill”, prima traccia del disco potrebbe essere tranquillamente un brano inedito dei Fugazi, così come “BQM”. Ma quest’album non è un’operazione nostalgia per gli orfani della band di “Margin Walker”: dentro c’è molto di più (basti pensare che tutti e tre i musicisti si alternano alla voce). Il suono, eterogeneo ma riconoscibilissimo, è quello di un rock sbilenco e ridotto all’osso, con solide radici hardcore e attitudine jazz. Ritmi lenti e furiosi si alternano dolcemente in nome dell’essenzialità e dell’approccio diretto e schietto. Un album prezioso, che cresce col passare degli ascolti. 

9 . KLASSE KRIMINALE – VICO DEI RAGAZZI (RANDALE)

Un disco così bello, forse, i Klasse Kriminale non l’hanno mai fatto. Lo dico con una certa cognizione di causa, visto che ascolto la band di Marco Balestrino da oltre vent’anni. E mai, in questi due decenni, mi era capitato tra le mani un loro album dove tutto suonasse così bene: pezzi scritti alla grande, con testi diretti e mai banali, una produzione compatta senza per questo perdere la ruvidità e un suono granitico e melodico che non lascia scampo. Marco si conferma come una delle colonne del punk italiano e dimostra di essere ancora capace di raccontare storie in grado di parlare ai ventenni di oggi, nonostante la differenza di età. Oltre al punk-oi! classico della band, “Vico Dei Ragazzi” trasuda una forte matrice rock’n’roll, che riesce a rendere il suono dei Klasse Kriminale ancora più trascinante e crudo. 

10 . DALTON – PAPILLON (HELLNATION)

Considero “Papillon” dei Dalton il disco gemello di “Vico Dei Ragazzi” dei Klasse Kriminale ed è solo un caso che uno si trovi al nono e l’altro al decimo posto di questa classifica. Entrambi gli album, infatti, nascono da un terreno comune – la scena skin e punk italiana – e tutti due partono da quelle radici, per lasciarsi contaminare con una varietà di suoni e approcci, capaci di arricchire e rendere più potenti le canzoni contenute al loro interno. “Pipillon” forse si spinge ancora più in là, grazie anche all’ottima produzione di Glezos, trasformando il punk da combattimento dei Dalton in un rock metropolitano, che mi ricorda certi dischi “perduti” di Ricky Gianco. Glam, rock’n’roll, punk, pub rock, oi!, cantautorato e persino una divagazione reggae riescono a convivere miracolosamente dentro le 10 tracce di questo album. Un atto di coraggio, che avrebbe potuto anche snaturare l’essenza stessa della band, dopo due dischi bellissimi e molto simili. Invece questo passo in avanti ha reso il suono dei Dalton ancora più solido e personale. 

11 . THE MANGES – PUNK ROCK ADDIO (STRIPED RECORDS)

I Manges non hanno mai sbagliato un disco. E non fa eccezione “Punk Rock Addio”: dodici brani di ruvido e zuccheroso punk-rock, che elevano a canone il sound della band spezzina. Parlare di Ramones, Queers e Screeching Weasel mi sembra ormai superato. I Manges suonano come i Manges e uno degli aspetti più caratteristici della loro formula è indubbiamente la voce di Andrea, che ti arriva dritta nelle orecchie come quella di un vecchio amico, che riconosceresti tra mille. Oltre al classico suono rotondo e senza fronzoli che da quasi 30 anni marchia a fuoco le canzoni della band, in questo disco, i Manges si concedono anche qualche indovinata divagazione: i synth meravigliosi di “Paninaro” e il glam di scuola Giuda – non ha caso in consolle c’è Lorenzo Moretti – di “Tootsie Rolls”. 

12 . KORINE – THE NIGHT WE RISE (BORN LOSERS / DATA AIRLINE)

La prima volta che ho ascoltato questo disco ho pensato che si trattasse di una ristampa del 1984. Perché i suoni di “The Night We Raise” sembrano arrivare davvero da un’altra epoca. D’altra parte i Korine, duo synth-pop americano alle prese con il secondo album sulla lunga distanza, non hanno mai fatto mistero delle proprie influenze e riescono, grazie a una bella dose di melodie azzeccate e contagiose, a mettere da parte ogni perplessità di chi cerca l’evoluzione a ogni costo. “For Sure”, la prima traccia di “The Night We Rise”, è una piccola rivelazione, con le sue atmosfere algide e malinconiche, nonostante una vena pop incredibile. L’album non ha neppure un attimo cedimento. Ogni pezzo, grazie a un muro di suono poderoso e pulsante, è un potenziale singolo, da ballare di fronte a un lago ghiacciato, tracannando vodka.  

13 . STRAW MAN ARMY – AGE OF EXILE (D4MT LABS INC.)

Non è la prima volta (e non sarà neppure l’ultima in questa classifica) che due “generi” apparentemente inconciliabili come il post-punk e l’anarcho-punk si trovano accostanti uno vicino all’altro. Certo, i Mob avevano già tracciato, quasi in solitaria, la strada da seguire una trentina abbondante di anni fa. Ma sapere che band contemporanee come gli Straw Man Army (che però sono un duo) hanno raccolto quei semi è senza dubbio un’ottima notizia. Il suono di “Age Of Exile” è forse più marziale e meno melodico, ma l’approccio resta quello. Chitarre taglienti, ritmiche serrate e voce salmodiante a dettare la linea rappresentano l’ossatura di questo album. I pezzi suonano vibranti e minimali, senza per questo lesinare in violenza sonica. L’album è un concept sugli indiani d’America: un motivo in più per amare gli Straw Man Army. 

14 . THE CHATS – HIGH RISK BEHAVIOUR (BARGAIN BIN)

Due anni fa la raccolta dei primi singoli dei Chats aveva raggiunto la prima posizione di questa balorda classifica. Oggi “High Risk Behaviour”, il primo lp della band australiana, perde un po’ di posizioni, ma resta comunque tra le venti uscite migliori dell’anno. Non che il suono di questi tre teppistelli di Queensland si sia normalizzato o abbia perso mordente rispetto agli esordi, ma forse un gruppo ruvido e sfacciato come i Chats riesce a dare il meglio di sé soprattutto su singoli ed ep. Cosa che, tra l’altro, li accomuna a quasi tutti i più grandi gruppi punk della storia. Fatte queste doverose premesse, “High Risk Behaviour” resta un concentrato di rock cavernicolo e sboccato, furia cieca e intuizione melodiche da urlo. Un album disturbante, ma dannatamente irresistibile; forse un filo più melodico rispetto al passato.

15 . A CULTURE OF KILLING – A CULTURE OF KILLING (DRUNKEN SAILOR)

L’altro disco di questa classifica a mescolare suoni post punk e tematiche anarchiche – che potremmo definire crassiane, anche in virtù dall’estetica della band – è il lavoro omonimo degli A Culture Of Killing, originariamente uscito su cassetta e ristampato in vinile dalla Drunken Sailor. La band italiana si addentra in atmosfere liquide e sintetiche, che a tratti ricordano “Siberia” dei Diaframma (anche se i testi qui sono in inglese). La voce, meno cupa di quella di Mirò Sassolini, è dolente e profonda, mentre la chitarra sembra presa da una demo dei Joy Division. Otto pezzi dal sapore algido e malinconico, che rappresentano il grido di dolore della società occidentale, in piena crisi di valori.

16 . BLACK LIPS – IN A WORLD THAT’S FALLING APART (FIRE RECORDS)

Cosa diavolo ci fa un disco country in questa classifica? Perché, volendo semplificare al massimo, è proprio in questi territori che si spinge “In A World tThat’s Falling Apart” dei Black Lips. D’altra parte il percorso artistico della band di Atalanta non è mai stato completamente lineare – nel senso buono del termine – ed è partito dal garage punk più sporco e rumoroso, per poi sfociare in un pop-punk limaccioso e affilato. Fino ad approdare, in questo caso, al country e al blues delle radici. Un cammino esemplare, a mio parere, sempre con quell’attitudine scazzata e indolente, che li contraddistingue da oltre 20 anni. I pezzi di questo album scorrono come whisky bollente nelle viscere e mi ricordano i Mojomatics degli ultimi dischi.

17 . THE SPITS – VI (THRIFTSTORE RECORDS)

Punk rock ottuso e putrescente. Ritmi monotoni, casse sfondate e chitarre sfrigolanti. In 27 anni di disonorata carriera i misteriosi The Spits del Michigan sono sempre rimasti uguali a loro stessi. Una band per la quale il punk è sinonimo di istinto e do it yourself. E anche questo “VI”, che però dovrebbe essere il loro settimo album (ma vai capire la loro discografia, piena di dischi omonimi e una miriade di singoli ed ep) non fa eccezione rispetto ai lavori passati. La sensazione è sempre quella di trovarsi di fronte a una sorta di cover band di Ramones e Devo talmente marcia, da non riuscire neppure a seguire i classici tre accordi del punk. Le melodie catodiche e primordiali di questo disco sono urticanti e deliziose e ne fanno l’ennesimo lavoro impeccabile e fastidiosamente incantevole di questa band di fusi di testa.  

18 . THE SATANIC TOGAS – X RAYS VISION (GOODBYE BOOZY RECORDS)

A proposito di suoni storti e in bassa fedeltà, un altro gruppo di campioni della sporcizia sono gli australiani The Satanic Togas. “X-Ray Vision”, uscito per l’indomita etichetta italiana Goodbye Boozy, è puro punk deviato e devoluto, registrato in una caverna piena di topi di ragni. I Satanic Togas sembrano un gruppo di alieni verdi con la testa grossa e gli occhi fiammanti a cui hanno messo in mano, per la prima volta, un set di strumenti giocattolo, comprati nel supermercato all’angolo. Il loro è un garage punk immediato e tutto da ballare, magari con la testa in balia di qualche sostanza psicotropa, mentre in tv danno “Spazio 1999”. 

19 . BABY JESUS – WORDS OF HATE (AREA PIRATA)

Un disco targato Area Pirata non manca mai nella mia classifica di fine anno, a riprova del gran lavoro fatto, in quasi due decenni, da Tiziano e Jacopo. Questa volta però non si tratta di una band italiana, ma dei Baby Jesus, un gruppo svedese che, con il suo mix di garage, psichedelia, surf e power-pop mi ricorda – ma guarda un po? – i Black Lips degli ultimi album (a parte l’ultimissimo, di cui parlo poco sopra). Diciamo il periodo di “Arabia Mountain” e quindi tanta melodia e quell’indolenza deliziosa e leziosa, che ti fa immediatamente uscire fuori di testa. “Country IC” e la title track sono i miei pezzi preferiti del disco, con il loro incedere sfilacciato e sfacciato. E poi che nome spettacolare è Baby Jesus? Come i grandissimi Sweet Baby Jesus del Gilman Street. Ma quella è un’altra storia.

20 . THE QUEERS – SAVE THE WORLD (STRIPED RECORDS)

Sono passati esattamente dieci anni da “Back To The Basement”, l’ultimo album in studio dei Queers. E quando ho saputo dell’uscita di questo “Save The World” sinceramente non mi aspettavo niente di che. Non perché il disco precedente fosse brutto (anzi, ancora oggi resta un bel lavoro di punk crudo e diretto), ma è chiaro che, dopo quasi 40 anni di carriera, è molto difficile avere ancora qualche freccia al proprio arco. E invece “Save The World”, lungi dall’essere minimamente paragonabile ai capolavori anni Novanta della band, è un album onesto e in puro stile Queers. Ci sono le classiche melodie bubblegum (“My Heart’s In The Right Place”), il pop da combattimento (“Cheeto In A Speedo Eating A Burrito”) e le canzoni più ruvide e vorticose. Joe ha sempre quella voce grandiosa da adolescente dal cuore infranto, nonostante i 60 anni suonati. E la produzione spartana del disco è una lezione per tante giovani band pretenziose e senza idee. Insomma tutto funziona alla grande in “Save The World”. E ogni volta che il mio vinile arancione scivola sul piatto scatta la magia.

Redazione

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