Guida essenziale per non perdersi nella discografia dei Melvins – Terza Parte

Nel 1998 Mark D venne licenziato e sostituito da Kevin Rutmanis dei Cows mentre la neonata Ipecac di Mike Patton offrì alla band un rifugio sicuro. E’ l’inizio di una nuova fase che continua ancora oggi.



LA RIPARTENZA SU IPECAC E KEVIN RUTMANIS

Nella fase Ipecac si possono distinguere tre sotto blocchi: il periodo con Kevin Rutmanis, quello con i Big Business e la doppia batteria, e quello dei frequenti cambi di lineup con formazione “aperta”. Buzz e Dale prendono ispirazione dai continui cambi di lineup della band di Miles Davis per elaborare e modificare il proprio sound, ricercando nuovi stimoli portati dalla rotazione dei componenti. E’ anche un modo saggio per proporsi dal vivo dopo tanti anni: ogni tour è particolare e unico, rendendo così la presenza obbligatoria anche dei fan di vecchia data, curiosi di assaporare le novità portate dalla band. L’altra faccia della medaglia è che i dischi non raggiungono più eccellenze assolute. Pubblicando musica a getto continuo, la band non si cura di proporre qualcosa di sorprendente ma sedimenta il proprio sound in un hard rock sbilenco con sperimentazioni assortite. I “veri” Melvins sono quindi quelli delle prime due fasi (gli esordi e il periodo major), quando cambiarono il mondo underground svariate volte. Mentre questi ultimi sono probabilmente più ascoltabili e godibili ma meno sorprendenti e seminali.



The Maggot (Ipecac, 1999)
The Bootlicker (Ipecac, 1999)
The Crybaby (Ipecac, 2000)


Conosciuti come “The Trilogy” i primi tre album pubblicati da Ipecac sono in realtà molto diversi l’uno dall’altro. “The Maggot” è un lavoro sludge-metal, fatto di riffoni grassi e pesanti. E’ il disco più metal mai fatto dalla band: un assalto dalla prima all’ultima nota. “The Bootlicker” è una via di mezzo fra “Honky” e “Stag”: brani tranquilli, suonati in punta di dita, idee freak-weird che sembrano uscite da qualche disco di psichedelia degli anni 60. “The Crybaby” è un album pieno di ospiti con cover più o meno famose (“Smells Like Teen Spirit”? Si!). Ci sono i Tool, Mike Patton, David Yow (Jesus Lizard), Kevin Sharp (Brutal Truth), Leif Garret, Hank Williams III, Bliss Blood, James Thirlwell. E’ un gioco, una celebrazione, una follia. In un certo senso questi tre lavori riportano l’attenzione del pubblico alternativo verso i Melvins: il mondo musicale è cambiato, nel pieno del boom del mp3 e dei CD “Copy Protected”, gli adulti hanno smesso di seguirli e i giovani si fanno tentare dalle sponsorizzazioni di Tool e Mike Patton, i nuovi guru del post Kurt Cobain.



Electroretard (Man’s Ruin, 2001)


E’ tempo di gettare di nuovo tutto alle ortiche producendo materiale inutile di esclusivo appannaggio dei die-hard fans. “Electroretard” viene pubblicato dalla Man’s Ruin di Frank Kozik, ai tempi l’etichetta stoner per eccellenza. Kozik era il creatore dell’iconica copertina di “Houdini” e per qualche motivo assemblò questa raccolta con vecchio materiale ri-registrato e tre cover: “Youth Of America” dei Wipers, “Missing” dei Cows e “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd (uscita anche in vinile 10″ per Man’s Ruin). Le cover sono l’unico motivo di esistenza di questa raccolta, andata velocemente fuori catalogo.



Colossus of Destiny (Ipecac, 2002)


“Colossus Of Destiny” è considerato il disco “pacco” per eccellenza assieme a “Prick”. Nel 1998 Buzz, Dale e Kevin fecero alcune date dal vivo con Adam Jones dei Tool dove improvvisarono per un’ora a volumi indecenti: questa è la testimonianza. Solo rumorazzi e manopole spostate, zero musica. Senza dubbio potete pescare live migliori, per esempio il “Millenium Monsterwork” in compagnia dei Fantomas, uscito qualche mese dopo.



Hostile Ambient Takeover (Ipecac, 2002)


Dopo essersi scrollati di dosso un po’ di fardelli inutili, nel 2002 se ne tornano con un disco vero e proprio intitolato “Hostile Ambient Takeover”, pubblicato anche in versione 8×7″ con relative b-side di inediti. L’album è uno dei migliori della loro discografia, sebbene inizi a mostrare la corda assestandosi su un modo di suonare poco sorprendente e una produzione più leggera rispetto alla cupa violenza dei primi anni. Ospiti del disco Adam Jones e il rumorista David Scott Stone, che li accompagnerà anche dal vivo. “Hostile Ambient Takeover” è un ottimo modo per approcciare l’ultima fase della band.



Pigs of the Roman Empire (Ipecac, 2004)


Melvins più Adam Jones,chitarrista dei Tool, più Lustmord, maestro del dark ambient, si danno appuntamento in “Pigs Of The Roman Empire”, uno degli esperimenti più affascinanti della band e uno dei preferiti di Buzz che lo cita spesso fra i dischi preferiti a cui ha messo mano. All’interno troviamo brani rock e un lungo monolite di 20 minuti di dark ambient sludge. Come tutte le cose fatte dai Melvins nulla è preso troppo sul serio: nè la parte industrial nè quella rockettara (con tanto di assolazzi tamarri), però offre parecchi spunti interessanti. Soprattutto in quei momenti in cui le due anima si sposano, generando uno strano mostro industrial metal che ricorda i Ministry e i vari sideproject di Al Jourgensen.



Never Breathe What You Can’t See (Ipecac, 2004)
Sieg Howdy! (Ipecac, 2005)


Continuano le collaborazioni, questa volta in compagnia del cantante dei Dead Kennedys Jello Biafra. I Melvins fanno giusto da backing band, mettendoci un pizzico di pesantezza e qualche brano co-scritto per l’occasione. Jello è incazzato come al solito e si dimena nel suo consueto stile sopra le righe. Gli album si fanno ascoltare molto volentieri anche se sono giusto un riempitivo tra un disco dei Melvins e l’altro. Più per i fan di Jello ma se adorate entrambi sono due dischi da avere.



Ad un certo punto Kevin divenne totalmente fuori controllo tanto da far saltare un tour europeo già programmato, facendo incazzare non poco i sempre tranquilli Dale e Buzz. Con il passare del tempo faranno pace ma Kevin verrà rimpiazzato dai Big Business.

CONTINUA NELLA QUARTA PARTE.

TI SEI PERSO? QUI TROVI LA PRIMA PARTE, QUI LA SECONDA.

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