Guida essenziale per non perdersi nella discografia dei Melvins

Non è facile districarsi nella discografia dei Melvins, anzi diciamo che se non siete degli appassionati della prima ora è praticamente impossibile. In questo articolo vi veniamo in aiuto come farebbe Aranzulla: senza troppo dilungarci in aspetti biografici che con una band come la loro è solo parte di un grosso scherzo, ma concentrandoci solamente sulla qualità dei dischi.

Iniziamo a facilitarvi suddividendo la loro carriera in alcune parti. Le “ere Melvins” sono sostanzialmente tre: gli esordi, che vanno dalla formazione (1983) al 1992, anno di pubblicazione di “Lysol”; la fase major che copre il grosso degli anni 90 del periodo “grunge” mainstream e la lunga fase “Ipecac”, che va dal 1999 ad oggi. All’interno di ognuna ci sono degli ulteriori sotto insiemi ma li vedremo passo dopo passo.

Una delle qualità dei Melvins è quella di non proporre mai due volte la stessa minestra e solo con una visione di insieme potrete capire perchè nella loro carriera ci sono piatti sopraffini e roba immangiabile.



GLI ESORDI:

Mangled Demos From 1983 (Ipecac / Alternative Tentacles, 2005)

I Melvins si formarono nei primi anni 80 a Montesano, un piccolo comune dello stato di Washington, grazie a Buzz Osborne (chitarra, voce), Matt Lukin (basso) e Mike Dillard (batteria). Il loro scopo era suonare cover di Kiss, Cream, Jimi Hendrix ma presto si infatuarono del movimento punk hardcore, soprattutto delle band più stravaganti ed estreme come Flipper e Germs. Nel 1983 registrarono alcuni provini, live e una apparizione radiofonica che sono state raccolte nel 2005 dalla Ipecac in CD e Alternative Tentacles in vinile. Frammenti, interviste e tanti brani sparati a tutta birra fanno di questo album un documento valido solo per i completisti. Dal punto di vista storico c’è da dire che Buzz fin dalla prima formazione maneggiava con sicurezza riff crossover metal/punk ben prima che divenisse uno standard. E infatti nessuna etichetta si interessò a loro: troppo in anticipo sui tempi e, come dice Buzz, troppo brutti per vendere milioni di copie (“Se Chris Cornell avesse avuto l’aspetto di Fat Albert i Soundgarden non avrebbero venduto così tanto”).

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6 Songs (C/Z, 1986)


Nel 1985 la neonata etichetta C/Z documentò la scena di Seattle con la compilation “Deep Six” contenente Melvins, Skin Yard, Soundgarden, Malfunksun, U-Men, Green River. Fu la prima apparizione ufficiale dei Melvins che, dopo l’abbandono di Dillard, trovarono in Dale Crover il batterista definitivo (in tutti i sensi). Il suo potente e creativo drumming fu la spinta per mettere a fuoco lo stile che influenzerà decine di band ancora oggi. Nel 1986 si chiusero in studio per realizzare il primo EP omonimo, conosciuto successivamente come 6 Songs per distinguerlo dalle varie versioni “espanse” uscite negli anni (8 Songs, 10 Songs e 26 Songs). Il genere suonato è quello strano ibrido punk/metal che diventerà il “suono di Seattle”, ovvero il grunge. La band insegue varie idee e tra un brano punk hardcore, uno hard rock si estrae i primi riff proto-sludge (“At A Crawl”) che diventeranno leggendari tra gli appassionati dell’epoca. “Grinding Process” è come se i Kiss si sforzassero di suonare punk. A Seattle tutti i futuri re del rock impararono da questo disco.

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Gluey Porch Treatments (Alchemy, 1987)


Nel 1986 i Melvins misero il naso fuori da Seattle, per la precisione a San Francisco, sede della Alchemy Records, etichetta di Mark Deutrom dei Clow Alley che produsse il vero e proprio disco d’esordio “Gluey Porch Treatments”. GPT è un dei dischi più importanti della musica heavy, sebbene non rientri in praticamente nessuna classifica: il trio propose per la prima volta un sofferente mix fra punk e riff doom alla Black Sabbath, sebbene in formato piuttosto compresso (a parte l’iniziale “Eye Flys” i brani superano di rado i 2 minuti e mezzo). All’interno è presente una cover dei Green River: “Leeech”, scartata dalla band di Mark Arm perchè giudicata troppo ripetitiva, caratteristica che per Buzz era evidentemete di pregio. Un disco per freak: nè metal, nè punk, nè grunge. Per molti spazzatura, per pochi un diamante grezzo. Ai tempi niente suonava come i Melvins. Ascoltate “Eye Flys”: il primo grande figlio di “My War” dei Black Flag.

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Ozma (Boner, 1989)


Dale Crover divenne amico intimo dei Nirvana, tanto da registrare il mitico demo che verrà ripescato per completare “Bleach”. Non è un mistero che Kurt Cobain volesse Dale nella band e non è neanche un mistero che Dave Grohl sia stato scelto proprio per le sue similitudini con il batterista dei Melvins. Ma Buzz riuscì a tenerselo stretto e trasferì la band a San Francisco. Perse però Matt Lukin che rimase a Seattle per far parte dei neonati Mudhoney, formati da ex membri dei Green River. Sul finire degli anni 80 Seattle non era certo la metropoli “cool” che sarebbe diventata solo un paio di anni dopo ed era normale per i giovani scappare in cerca di fortuna (come fece anche Duff McKagan). La fortuna per i Melvins si chiamava Boner Records, casa di Fang, Ed Hall, Steel Pole Bath Tub e altri freak del primo post-hardcore. Reclutarono al basso Lori Black (aka Lorax), ricordata per essere la stravagante figlia di Shirley Temple, e diedero alle stampe l’immenso “Ozma”, secondo mastodontico passo verso la destrutturazione del sound metal come normalmente conosciuto fin ad allora. Riff grassissimi e cupi, storti e cervellotici come se i Saint Vitus jammassero con i Voivod tentando di fare cover dei Metallica di “Master Of Puppets” ad un quarto della velocità. Il risultato è da applausi a scena aperta, sebbene la produzione poverissima lo renda ancora un disco “minore”. Le pennate di Buzz si fanno inquietanti e insistenti, la batteria potente e cupa, la voce inizia ad essere quella beffarda che ci tiene compagnia ancora adesso.

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Bullhead (Boner, 1991)


Il terzo disco dei Melvins è il loro capolavoro, il punto di arrivo della de-costruzione del metal, trasformato in un fangoso e sperimentale terreno di battaglia fra riff paludosi, sperimentazioni noise, stranezze assortite e grandi canzoni. L’attitudine dissacrante di The Fugs e Captain Beefheart messa al servizio di riff ribassati e suonati al rallentatore. L’iniziale “Boris” è un manifesto programmatico, la pietra miliare del futuro drone-metal. Ma ogni canzone fa genere a sè e la produzione rende finalmente giustizia al sound particolare generato dal trio. Se dovete scegliere di comprare un solo disco del “primo periodo” Bullhead è obbligatorio. Ora è un disco celebrato ma ai tempi veniva considerato come una strana accozzaglia di rumori senza senso. Nell’anno del rock alternativo “Bullhead” è il disco REALMENTE alternativo a tutto. Un supplemento fondamentale al disco è l’EP in 10″ Eggnog (Boner, 1991): quattro brani, tre belli tirati nel consueto ibrido metal/punk e uno (“Charmicarmicat”) di stampo noise-drone-metal. La produzione di Billy Anderson dà finalmente giustizia al minaccioso sound del trio.

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Lysol (Boner, 1992)


In questo periodo iniziano i casini con i bassisti: Lorax e Joe Preston (proveniente dagli Earth) vanno e vengono a causa di comportamenti deliranti, sostituiti un po’ da Billy Anderson e un po’ da Mark Deutron. Joe Preston lo troviamo nella mini serie di tre EP solisti usciti nel 1992 la cui grafica cita il progetto analogo dei Kiss. I tre lavori mostrano una band in libertà, curiosa di sperimentare nuove strade. Joe si presenta con un EP di chiara influenza Earth, Buzz recluta l’amato/odiato Dave Grohl (citato come Dale Nixon, come lo pseudonimo di Greg Ginn dei Black Flag) da cui prende persino un brano registrato per le famose registrazioni che fece da solista, Dale elabora un EP che potremmo definire stoner/grunge ed è forse il più orecchiabile dei tre.
Nel 1992 la band pubblicò “Lysol”, il cui titolo per ragioni di copyright fu velocemente cancellato (nei vinili lo trovate con un nastro isolante nero): attualmente è ristampato come “Lice-All”.

L’album segna la fine del periodo “underground”: dopo l’esplosione del grunge e la pubblicità di Kurt Cobain, Buzz e Dale cedettero alle lusinghe delle major. “Lysol” si apre con la devastante “Hung Bunny”, 10 minuti di soffocante drone metal il cui sound sarà ripreso in futuro da Sunn O))) e Boris. E’ una gara di lentezza vinta su tutti i fronti: mentre le band hardcore, grind, death facevano gara e chi andava più veloce i nostri dimostravano che si poteva essere estremi anche con la velocità minima, ai tempi parossistica. Il brano fa da intro a “Roman Dog Bird”, apocalittica chiamata alle armi per future generazioni di sludge-metallari, che completa il primo lato del vinile. Nella seconda parte troviamo la cover di “Sacrifice” dei Flipper, “Second Coming” e “The Ballad Of Dwight Fry” di Alice Cooper. Il finale è per la riassuntiva “With Teeth”. “Lysol” è un disco che mette in luce quanto ai Melvins piaccia giocare e provocare anche “buttando via” dischi, dimostrando che le sorprese sono dietro l’angolo. Un lavoro di questo tipo non è un lancio per il futuro ma una chiusura di un ciclo.

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

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