Guida Essenziale Alla Discografia Dei Rancid

a cura di Alberto Canale

Inquadrare i Rancid musicalmente può sembrare semplice, è una band che ci ha accompagnato talmente tanto da farcene dare per scontato il sound, eppure è tutt’ora qualcosa di difficilmente imitabile. Basti a pensare a come Nofx e Bad Religion, due mostri sacri spesso affiancati alla band di Berkley, abbiano generato tantissimi epigoni di grande qualità, imitatori fortunati o semplicemente siano state d’ispirazione per le giovani band dei decenni a venire. Esistono invece pochissimi e sporadici casi di gruppi che abbiano saputo catturare il sound dei Rancid e farlo proprio.  Eppure è innegabile che dalla rottura con gli Operation Ivy e la prima demo datata 1992 sino ai giorni nostri i Rancid abbiano influenzato migliaia di kids in tutto il globo, ma forse l’autenticità di un personaggio come Tim Armstrong, capace di restarci simpatico persino da milionario del rock, è qualcosa che non si imita e forse così resterà per sempre.
Ad accompagnare Tim sin dagli esordi c’è un tipo silenzioso dalla voce rauca ( e che prima di subire un intervento fumava come una ciminiera) che suona il basso come nessuno aveva mai fatto prima d’allora in un gruppo punk, il ragazzone con i baffetti si chiama Matt Freeman.
I due formano appena ventenni una band ska dalla breve vita, i Basic Radio (un paio di demo grezze ma divertenti all’attivo), alle pelli c’era Vincent Camacho che poi militerà nei Tilt e Michael Valladares al sax che in seguito si unirà ai Critical Mass. I Basic Radio hanno giusto il tempo di esibirsi con qualche band amica della Bay Area (tra cui i Primus) prima di sciogliersi. Tim, che all’epoca si faceva chiamare Lint, e Matt non restano disoccupati troppo a lungo e nascono in breve tempo gli Operation Ivy, uno dei gruppi più influenti degli anni 90 le cui esibizioni al 924 di Gilman Street resteranno scolpite nella memoria dei fortunati presenti, Padrini della 3rd wave of ska e autori di inni intramontabili; Knowdlege è ancora una delle immancabili cover proposte dai Green Day durante i propri show. Come i Green Day, anche gli Operation Ivy facevano parte della macchina sforna talenti che era la Lookout Records di Lawrence Livermore.

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Le divergenze di opinioni portano il frontman Jesse Michaels a dividersi dal resto della band. Michaels ha riportato nel 2020 in vita un suo vecchio progetto, i Classic Of Love, con un ottimo ep dal titolo World of Burning Hate. Il resto degli Operation Ivy, rimasti orfani del frontman, dà vita agli effimeri Downfall, durati nemmeno 10 concerti. È tempo per Matt e Tim di camminare per conto proprio.

Rancid EP (1992)

E’ il 1992, arruolato Brett Reed alle pelli i neonati Rancid incidono un EP di 11 minuti nel quale condensano 5 tracce street punk in cui si intravede ciò che proporranno in futuro. Manca forse una hit, cosa che i nostri sforneranno in maniera massiccia in ogni futura uscita, ma l’EP basta e avanza per farsi notare dalla Epitaph.

Rancid (1993)

Nelle mani di Brett Gurewitz l’allora terzetto si butta nella stesura di Rancid, un disco di una violenza streetpunk inaudita, la formula sulla carta non è certo nuova: i GBH riproposti con una produzione più moderna curata da Mr Brett e temi legati alla strada e alla vita da punk, abbinato ad una bellissima copertina che riprende un fotogramma del film Il Cameraman e L’assassino, bellissimo mockumentary Belga dei primi anni 90. Il songwriting di Tim è ancora acerbo ma ci sono già i prodromi degli inni punk che li renderanno famosi nei 10 anni a seguire. Piccola divagazione da bassista nerd: la cosa che è subito chiara è che nessuno fino a quel momento avesse sentito suonare un bassista punk in quel modo. Certo, nell’hardcore c’erano già bassisti fenomenali come Darryl Jenifer dei Bad Brains, Mike Watt dei Minutemen ecc. ma quella velocità abbinata al tiro rock blues era totalmente inedita. Le canzoni sono quasi atonali, suonate sempre con dei power chord aperti; è quindi il basso a decidere la tonalità, inserendo linee folli in un disco che è una mezz’ora di assolo scatenato. A questo punto il gruppo ha l’attenzione dei punk rocker, occorre fare un salto di qualità e Tim è abbastanza intelligente da capire che non può sostenere il ruolo di cantante e chitarrista da solo, per il nuovo album c’è da trovare un quarto rancido.


Let’s Go (1994)

Il primo candidato al ruolo di secondo chitarrista e cantante è nientemeno che Billie Joe Armstrong che con i suoi Green Day prenderà poi il volo verso il gotha del pop punk; la collaborazione non durerà molto, giusto il tempo di co-scrivere un capolavoro come Radio.
Entra nel gruppo un membro fondamentale, Lars Dapello, che preferisce usare il cognome danese della madre, Frederiksen. Un punk con lo stesso background di Tim, ottimo chitarrista e incredibile cantante dalla voce caratteristica e graffiata. A questo punto con tre voci molto caratterizzate (anche Freeman canta, a dire il vero con meno successo degli altri due, qualche canzone) e due chitarre la band incide Let’s Go, che diventerà dopo qualche anno disco d’oro vendendo più di mezzo milione di copie. Il disco è composto da 23 brevi brani (non arriva a 50 minuti) che decretano un salto di qualità notevole dal primo disco, inserendo momenti di respiro e melodia nella già sperimentata formula streetpunk al fulmicotone. Radio, Let’s Go, Tenderloin, I’m the One e tante altre canzoni che faranno innamorare la nuova generazione di punk attenta anche all’aspetto melodico.

…And Out comes the Wolves (1995)

Il punk è esploso: per tenere il passo di Offspring e Green Day un gemello di Let’s Go non basta, bisogna calare l’asso. Come abbiamo già detto i Rancid hanno sempre avuto la passione per il punk inglese più che per quello americano, l’idea è quindi quella di ispirarsi agli idoli Clash per confezionare quello che è il loro London Calling. …And out comes the wolves diventa disco di platino superando il milione di copie, ripescando astutamente le idee rocksteady degli Operation Ivy ma riconfezionandole sotto una luce più strummeriana, senza perdere il tocco hardcore (il disco apre con il Maxwell Murder). Time Bomb, Olympia WA, Roots Radicals, Journey to the end, un elenco impossibile da finire, il disco è perfetto, 19 capolavori. I Rancid non sono più un bel fenomeno della Bay Area ma una band mondiale che travalica i confini del punk, diventando mainstream pur non perdendo mai la propria complicità con il pubblico. 

Life Won’t Wait (1998)

Se …And Out Comes the Wolves è il London Calling dei californiani, ecco arrivare il Sandinista dei Rancid. Dopo il successo planetario è chiaro che la pressione in studio sia forte, non si può scrivere un album punk rock né una sterile replica del disco precedente. Il budget si fa consistente ed i Rancid ne approfittano per registrare in diversi studi tra Stati Uniti e Giamaica (Hoover Street e Life won’t wait verranno registrate a Kingston), Epitaph dà pieno potere al duo Frederiksen/Armstrong e Brett decide di lasciare che i due, in chiaro stato di grazia, gestiscano direttamente la produzione. Il disco si avvale di collaborazioni illustri che non sono però degli sterili featuring. Tra gli artisti coinvolti troviamo Buju Banton (questo attirerà sulla band le critiche dei punk anarchici Leftover Crack), Vic Ruggiero, Howie Pyro, Dr. Israel e ospiti illustri nei cori come Roger Miret e Marky Ramone. I temi musicali esplorati sono innumerevoli, con prevalenza Dub, ma anche folk americano, rocksteady e ovviamente punk. Durante le sessioni sono più di 50 le canzoni registrate, che verranno poi scremate fino ad arrivare alle 22 del doppio vinile arancione che ogni fan dovrebbe possedere nella propria discoteca. I brani scartati sono reperibili nella compilation B sides and C sides (2007 Rancid records).  Sicuramente nella top 3 dei migliori dischi della band, idolatrato da molti, odiato da altri, Life Won’t Wait è probabilmente il canto del cigno dei Rancid in termini di sperimentazione, da qui non arriveranno (quasi) mai a produrre dischi brutti, ma non ci sarà più nulla di innovativo nel sound della band.


Rancid (2000)

Ok, ho appena detto che non ci sarebbe più stato nulla di innovativo, ma non che il quartetto non ci avrebbe più stupito. Reduci da un periodo complesso a livello personale e attaccati dal pubblico più oltranzista per il successo ottenuto nei quattro precedenti i Rancid si chiudono in studio per registrare il proprio album più controverso oltre che il primo ad uscire per Hellcat Records, l’etichetta di Tim. Rancid (chiamato Rancid 2000 per distinguerlo dal Self titled del ’93) è un disco Hardcore che trasuda rabbia, quasi privo di momenti Mtv friendly se escludiamo Radio Havana. Scordatevi le digressioni Dub di Life won’t wait, questo è street punk veloce fino all’estremo, le canzoni durano meno di 2 minuti e trattano temi politici e vicissitudini personali. Per me un capolavoro, per alcuni una versione taroccata dei primi Rancid, provare per credere. 

Nofx/Rancid BYO Split III (2002)

Shawn e Mark Stern della BYO chiedono a Fat Mike di partecipare alla serie di split che stavano ideando. Mike in realtà non ha molto voglia di partecipare e scarta tutti i gruppi proposti dagli Stern, affermando che uno split con due gruppi simili sarebbe troppo banale, proponendo di chiedere ai Rancid, convinto che questi non avrebbero mai accettato e che quindi non avrebbe dovuto prendersi l’onere di registrare degli inediti. Incredibilmente i Rancid dicono di sì e propongono di coverizzare gli uni le canzoni degli altri. Al telefono, appresa la notizia, Mike capisce di non avere più scuse e l’unica cosa che gli riesce di dire è “ma devo suonare le linee di basso di Matt Freeman?!”. Quello che sembra un giochino, è in realtà un album imprescindibile per tutti i fan del punk anni ’90. A dir la verità è più apprezzabile il lavoro dei Nofx: la loro cover Radio è ancora in scaletta dopo tanti anni. Il lato Rancid è fatto di alti e bassi, the Brews è proposta in una versione incredibile, urlata da Lars, mentre è quasi imbarazzante Don’t call me white cantata da Matt.


Indestructible (2003)

Tim, fresco di divorzio da Brody Dalle, sente l’esigenza di scrivere un disco più personale e meno rabbioso di Rancid 2000. In realtà il disco ha un ottimo successo commerciale, trainato dal singolo Fall Back Dawn che lo porta al 15° posto nelle classifiche USA (il più alto mai raggiunto)  e grazie ad un accordo di distribuzione con la Warner, mossa quest’ultima che distrugge totalmente le ultime velleità punk della band. Anche Lars è reduce da un dramma personale, la morte del fratello Robert a cui dedica Otherside. Paradossalmente il disco di maggior successo a livello di classifica è anche il più criticato, ci sono ottimi momenti, ma il mordente si perde sulle 19 tracce di lunghezza, è arrivato forse il momento di prendersi una pausa.

I membri della band iniziano a dedicarsi a progetti personali che sintetizzano un po’ i gusti personali dei rancidi, Matt si dedica al rockabilly con i Devils Brigade, Lars gira il mondo con i The Bastards (negli anni collaborerà con svariati gruppi oi! E suonerà con gli Old Firm Casual) mentre Tim fonda i tamarrissimi Trans Plants




Let The Domines Fall (2009)

Nel frattempo Brett Reed lascia la band. Al suo posto l’ex batterista dei The Used Branden Steineckert subentra in pianta stabile. Dopo 6 anni si registra un nuovo disco di 19 tracce che mostra però alcuni punti di cedimento. Non mancano le sperimentazioni folk, gli inserti di violino e viola. Nel complesso siamo davanti ad un gruppo che è incapace di scrivere un brutto brano ma che ha perso un po’ lo smalto per reggere la durata di un disco.


…Honor Is All We Know (2014)

Tra il 2012 e il 2013 Tim, firmandosi Tim Time Bomb, fa uscire una marea di brani e collaborazioni (si intravedono i fratelli Bivona, futuri Interrupters) che poi raccoglierà nel cofanetto con tre LP Tim Timebomb And Friends uscito per il Record store Day del 2014. Forse pesante da affrontare tutto assieme ma contiene momenti notevoli. 

Di nuovo su Epitaph, i Rancid tornano a far parlare di sé con un bel video in cui anticipano tre canzoni del nuovo disco (Collision Course, Honor is all we know e Evil’s my friend) che sembrano promettere bene. Purtroppo le aspettative sono deluse: questo è probabilmente il peggior disco dei Rancid. Come sempre siamo di fronte a brani che farebbero la fortuna di tante band contemporanee ma che inserite nella discografia dei Rancid non aggiungono nulla.


Trouble Maker (2017)

Questa volta non devono passare 6 anni per una nuova uscita. Nel 2017 viene distribuito Trouble Maker. Il disco inizialmente doveva essere il seguito di a Poet’s Life, il lavoro solista di Tim. Brett Gurewitz, una volta ascoltato il materiale lo ha ritenuto troppo buono per sprecarlo come album solista ed ha convinto Armstrong a registrarlo a nome Rancid: scelta azzeccata, personalmente l’unico disco dei californiani che sento regolarmente dopo Rancid 2000. I quattro sono in forma, An Intimate Close Up Of A Street Punk Trouble Maker è una delle canzoni più riuscite dell’intera discografia, la formula è consolidata ma rispetto ai lavori precedenti la caratura del disco è sicuramente migliore. Un album che non cambierà la vita a nessuno ma che per lo meno rende giustizia ai fasti del passato. 

A distanza di anni i Rancid sono un gruppo che ha saputo farsi amare senza compromessi da tutti, dai punk ai metallari, chiunque ami il rock ama i Rancid. Non è mai stato prodotto un live ufficiale o un best of ma recentemente una distro italiana ha fatto uscire un doppio Live Bootleg che è essenzialmente il meglio che un vero fan assemblerebbe. Ve lo consiglio. Non meno importante, durante la pandemia Tim Armstrong ha lasciato stampare all’Italiana Wild Honey Records un 7” contenente due brani il cui ricavato è stato devoluto all’ospedale di Bergamo. Insomma, il vecchio Tim non ne sbaglia mezza!


Eccovi una sintesi della discografia essenziale in ordine decrescente di importanza, anche se le prime tre posizioni potete scambiarle a seconda dei vostri gusti.

…And Out Comes The Wolves
Life Won’t Wait
Let’s Go
Rancid 2000
Rancid
Indestructible
Trouble Maker
Let’s The Domines Fall
…Honor is All We Know

Redazione

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