Storia dello Sludge: Miami Sludge Sound

Quando un appassionato di musica pensa alla Florida i primi nomi che vengono in mente sono associati alla scena death metal e al Morrisound Studio di Tampa: Morbid Angel, Obituary, Deicide, Nocturnus, Cynic, Atheist, Massacre, Death sono solo alcune delle band che hanno portato lo stato americano nei negozi di dischi di tutto il mondo. Se pensiamo a Miami, al contrario, vengono in mente le spiagge, il sole e il Miami Bass Sound, deviazione della electro in auge negli anni 80. Scarsa la scena punk e hardcore, idem quella rock (Marilyn Manson e poco altro).

Difficilmente si pensa a Miami come una delle capitali dello sludge eppure cercando a fondo veniamo sorpresi da una band con un sound paludoso, che verrebbe naturale associare alla relativamente vicina Louisiana: Cavity. Formati come Crawl nel 1992 dal bassista Daniel Gorostiaga e dal cantante Rene Barge nella loro travagliata carriera vedranno muoversi intorno a loro i personaggi più importanti della scena underground locale.



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LE ORIGINI: CAVITY e FLOOR (1992 – 2002)

Il sound proposto dai Cavity è praticamente identico a quello dei contemporanei Eyehategod (che ai tempi stavano iniziando a farsi ascoltare nel mondo dopo lo stop causato dal fallimento dell’etichetta che gli produsse lo sfortunato esordio): urla hardcore, riff sabbathiani (o alla Melvins/Black Flag) e tanto noise rock. Una ricetta che raffineranno negli anni ma che rimarrà sostanzialmente identica fino ad oggi. Dopo un demo e un EP, nel 1995 pubblicarono l’album d’esordio “Human Abjection” e nel 1997 il seguito “Somewhere Between The Train Station And The Dumping Grounds”. Dischi non facili, adatti agli ascoltatori con i timpani di ferro e lo stomaco di ghisa: zero melodia, zero riff assassini, zero groove, ovvero l’antitesi di quello che andava di moda in quegli anni.

Le cose migliorarono leggermente con “Supercollider” del 1998, marchiato Man’s Ruin, ovvero la leggendaria etichetta di Frank Kozik che diede visibilità al sound stoner/sludge post-Kyuss.

Il sound divenne più decifrabile e adatto anche agli amanti dello stoner rock e non solo a quelli di hardcore e noise: meno chitarre fischianti e più costruzione, seppur dilatata, dei brani fecero di Supercollider un classico. Il lavoro ottenne l’attenzione di Pushead che li mise sotto contratto con la sua Bacteria Sour per l’album “Laid Insignificant” del 1999. Il sound rallentò ulteriormente sfiorando le intensità del futuro drone metal alla Khanate e finendo più volte in territori post metal alla Neurosis. Non mancano gli assalti frontali “hardcore” e i feedback rumorosi ma la sensazione è che la band stesse traghettando il genere in nuovi territori. Non a caso il disco successivo “On The Lam” fu pubblicato da Hydra Head, etichetta di Aaron Turner degli Isis che ristampò anche parte del catalogo precedente. La label diventerà “famosa” proprio per il carattere sperimentale delle pubblicazioni e in un certo senso i Cavity ne riassumono il percorso.



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Intorno al 2003 la band si sciolse dopo innumerevoli cambi di formazione: nei loro dischi troveremo futuri membri di Torche, Floor, Dove, Black Cobra, Holly Hunt, Stallone, Monstro. I Cavity si riformeranno nel 2017 dando alle stampa “After Death” (2017) e “Wraith” (2019), album che per quanto buoni suonano fuori tempo massimo.



Contemporanei dei Cavity furono i Floor di Steve Brooks, Anthony Vialon e Betty Monteavaro (poi sostituita da Jeff Sousa). La loro discografia ufficiale riporta dischi pubblicati dal 2002 in avanti ma, in realtà, la band registrò parecchie cose negli anni 90, alcune delle quali pubblicate in singoli, split ed EP e che nel 2010 Robotic Empire raccolse nel monumentale cofanetto antologico (8CD) “Below & Beyond”. Non si può quindi parlare di una band seminale ma Brooks e Vialon svilupparono alcune idee inedite per il periodo. Una di queste è senza dubbio l’uso della “bomb note”, ottenuta ribassando l’accordatura della corda più bassa fino a che la chitarra esprimeva un suono (ovviamente grave) simile all’esplosione di una bomba. La nota che ne veniva fuori fu ribattezzata ironicamente “Z”. L’idea venne dopo aver visto un concerto dei doomster Cathedral e questo espediente servì per compensare la mancanza di un basso ma anche per generare riff pesantissimi. Il sound dei Floor fu ispirato da Melvins e Godflesh, ovvero i genitori dello sludge.



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La carriera dei Floor fu contemporanea a quella dei Cavity, ma mentre i secondi non ebbero problemi a registrare e a pubblicare dischi, i primi rimasero perennemente a mani vuote. Fecero quasi 10 anni di gavetta dal vivo, senza pubblicare un disco e a quanto pare, senza qualcuno a Miami che fosse interessato al loro sound. I demo consentirono ai Floor di farsi recensire dalle fanzine dell’epoca e di sperimentare il proprio sound in libertà. Nel 1993, per esempio, in un periodo in cui erano senza un batterista registrarono “Pillars of Irem” con l’intenzione di realizzare un brano di un’ora composto da un unico riff e da droni di chitarra, pensando di fare qualcosa di realmente estremo e originale. Una settimana dopo scoprirono il fondamentale Earth 2, che queste cose le aveva sviluppate un anno prima. Ma una differenza c’era: i Floor inserirono all’interno del brano un flauto di ispirazione Cathedral.

Al di là delle sperimentazioni i Floor furono una band con un impatto rock, benchè stravagante. Nella loro lunga e infruttuosa carriera tentarono di dare vita ad un disco vero e proprio, fallendo l’obiettivo più volte: frequenti cambi di formazione, spostamenti in altre città, errori adolescenziali portarono i Floor in un binario morto.

Nei primi anni del 2000 la band trovò finalmente la quadra e pubblicò il tanto bramato primo disco, chiamato semplicemente “Floor”.

Alcune canzoni furono ripescate dai vecchi demo ma profondamente riarrangiati. Il sound è uno splendido mix fra chitarroni heavy sludge e melodie quasi pop, ovvero quello che diventerà il marchio di fabbrica del songwriting di Steve Brooks. Benchè galvanizzata dal disco la band ebbe ancora vita breve: le strade si divisero definitivamente quando Anthony (che suonava anche nei Cavity) se ne andò, Henry Wilson decise di dedicarsi ai Dove e Steve iniziò a jammare con Juan Montoya formando i Torche. Incredibilmente si riformarono nel 2014 pubblicando il disco “Oblation” per Season Of Mist.



GLI ANNI 2000: DOVE, BLACK COBRA, TORCHE, STALLONE, HOLLY HUNT

Arriviamo quindi alla seconda generazione, formata da band più consapevoli, supportate da label specializzate e da un pubblico sempre più numeroso di appassionati. I Dove nel 2001 condivisero uno split con i Floor, mentre nel 2004 i Floor pubblicarono un album intitolato “Dove”. Ecco come la maggior parte dei loro pochi ascoltatori ha scoperto la band. Ma quei pochi se li tengono stretti: la loro musica è un’ipotetica via di mezzo fra i Floor/Torche e i Karp/Big Business, ovvero super heavy Melvins-sound! La loro striminzita discografia è ascoltabile e scaricabile su Bandcamp:

Dallo scioglimento dei Cavity peschiamo i Black Cobra, con sede però a San Francisco. Il sound generato dal chitarrista Jason Landrian (ex-Cavity) e dal batterista Rafa Martinez (ex-16) porta avanti l’assalto sludge-core dei Cavity con la struttura minimale e priva di basso dei Floor, costringendo il duo a invenzioni inusuali e stimolanti. Ad oggi la band ha pubblicato 5 dischi, due per At A Loss, due per Southern Lord e uno per Season Of Mist.

Juan Montoya fu il chitarrista dei Cavity nel periodo “Laid Insignificant” e quando militava nei Ed Matus’ Struggle condivise uno split con i Floor (“Entomological Discoveries With Sound And Vibration”, 1996). Pur essendo decisamente più leggeri di Floor e Cavity gli Ed Matus’s Struggle avevano un sound molto particolare, tra post-hardcore fugaziano, primo emo, post rock alla Slint, molte fughe strumentali e un discreto impatto melodico, elementi che si possono trovare tra le pieghe del suono Torche, tra una nota “Z” e l’altra. Era inevitabile che Steve Brooks e Juan Montoya si trovassero insieme a jammare: l’occasione arrivò verso la fine dei Floor, quando i due fondarono i Torche. La formazione fu completata da Jonathan Nuñez e Rick Smith. Nel 2005 pubblicarono l’esordio omonimo per la Robotic Empire, label che era già in contatto con Steve ai tempi dei Floor.

Rispetto ai difficili anni dei Floor la vita dei Torche è relativamente più facile: il sound post-sludge/post-hardcore è ormai sdoganato, non è più una musica per pochi e le etichette sono numerose e attive. Non occorre più spedire i nastri a minuscole fanzine ma, grazie al neonato fenomeno di internet, esistono centinaia di webzine in giro per il mondo, forum e gruppi di discussione. Il nome Torche iniziò a girare tra fan e addetti ai lavori come “next big thing” fin dagli esordi. Quando nel 2008 pubblicarono “Meanderthal” per Hydra Head fu impossibile non accorgersi di questo adrenalinico combo: suoni heavy e iper distorti (a cura del gran maestro Kurt Ballou) e una voce melodicissima ma non ruffiana conquistarono tutto il mondo underground e le classifiche dei critici. Dopo anni avari di soddisfazioni finalmente Steve Brooks riuscì ad entrare nel grande club delle band da ascoltare con attenzione. Ma non solo: dal vivo erano (e sono ancora oggi) un autentica macchina da guerra.

Verso la fine del 2008 Montoya lasciò la band preferendo dedicarsi ad altri progetti ma la formula della band non cambierà con i dischi successivi: “Harmonicraft” (2012, Volcom) e “Restarter” (2015, Relapse). Nel 2019 è atteso “Admission”.

Lasciati i Torche, Montoya si dedicò a numerosi progetti. Monstro erano formati da Montoya, il batterista session Bevan Davies, Carlos Suarez e Kyle Sanders, fratello di Troy dei Mastodon che militò precedentemente nei Medication di Logan Mader dei Machine Head ed è attualmente negli Hellyeah. Il sound dei Monstro è molto prodotto e meno di “genere”, più vicino al sound da radio rock americano. Nel 2011 pubblicarono l’esordio omonimo, con ospite William Duvall degli Alice In Chains. Benchè le velleità fossero quelle di una band di successo il loro disco fu pressochè ignorato dal grande pubblico e dalla critica. Nello stesso periodo Juan diede vita agli Stallone formazione di heavy rock strumentale che pubblicò nel 2012 un mini intitolato “American Baby”, assolutamente consigliato agli amanti dei momenti più articolati dei Torche.

Montoya prestò inoltre i suoi servigi chitarristici alla super band Killer Be Killed con Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan, Max Cavalera dei Soulfly, Troy Sanders dei Mastodon e Dave Elitch dei Mars Volta. Il loro unico album omonimo è stato pubblicato nel 2014 da Nuclear Blast.

L’ex Cavity/Floor/Dove Henry Wilson lo troviamo nel 2014 nel disco dei House Of Lightning assieme a Rick Smith dei Torche, John Ostberg dei Dove. “Light Worker” è un mix fra heavy rock, psichedelia, progressive, tech metal. Il risultato è indigesto ma a suo modo geniale e inaspettato: una cervellotica jam fra amici spontanea e divertente.

Il disco degli House Of Lightning fece da riscaldamento per la reunion dei Floor, che virtualmente chiuse una nuova fase per la scena locale. Steve, Henry, Anthony non sono più dei ragazzini, sanno padroneggiare la loro materia alla perfezione; “Oblation” è un disco bello ma non molto diverso dai lavori dei Torche, consentirà loro di suonare in giro per il mondo e togliersi qualche soddisfazione, ma nulla di più.

A sorpresa nel 2012 rispuntò anche Beatriz Monteavar, storica batterista dei Floor e dei Cavity, con il progetto Holly Hunt, in duo con Gavin Perry. Il loro è un progetto di heavy sludge sperimentale: pesanti tempi doom scanditi alla Dale Crover, chitarre iper sature, atmosfera “rilassante” e riff ipnotici. Nei momenti “tranquilli” gli Holly Hunt sembrano la versione potente degli Earth, in quelli più “heavy” ricordano dei Black Cobra meno stravaganti. Nel 2012 pubblicano il loro disco d’esordio seguiti da un paio di EP e uno split con gli heavy doomster Slomatics. Poco considerati, incarnano la libertà espressiva sludge e il totale disinteresse per mode o concessioni.



LA NUOVA GENERAZIONE: WRONG, SHROUD EATERS, BLEETH

Se gli “anziani” iniziano a muoversi su clichè ormai consolidati sono le nuove leve a farsi carico di portare avanti la tradizione iniettandola di nuove idee.

I Capsule si formarono a Miami nel 2005 e si fecero notare grazie un sound vicino al post-hardcore di stampo noise/math. Prima di sciogliersi pubblicarono quattro dischi, di cui due per la Robotic Empire. Successivamente il bassista/batterista Eric Ernandez presterà i suoi servigi a Kylesa, House Of Lightning e Torche, e fonderà i Wrong con Andres Ascanio, Brian Hernandez e Ryan Haft. Il sound dei Wrong è vicino alle cupezze noise rock secche di Helmet e Prong, l’alienazione degli Unsane e i riff alla Melvins / Karp / Big Business. Nel 2016 hanno pubblicato l’esordio omonimo per Relapse Records e nel 2018 il secondo disco “Feel Great” (che abbiamo inserito tra i migliori dischi noise rock del 2018).

Sorte simile per Andrew Elstner che prima di entrare nei Torche suonava negli alternative/post-hardcore Riddle Of Steel e successivamente formerà i Dead Now, il cui esordio omonimo è uscito nel 2018 per Brutal Panda.

Ma le nuove leve di Miami fioriscono anche al di fuori “del giro”. Gli Shroud Eaters, hanno all’attivo due album di nerissimo sludge metal. Il loro secondo disco “Strike The Sun” è stato pubblicato nel 2017 da STB Records, mixato da Sanford Parker e masterizzato da Tony Reed (Mos Generator).

Adatto ai fan di band heavy-doom-sludge con voce femminile tipo Acid King e gli amanti di riff iper bassi e distorti come Conan, Yob e High On Fire “Strike The Sun” è un piccolo gioiello di genere.

Anche i Bleeth hanno come nome tutelare gli Acid King sebbene la loro proposta sia più rock e meno metal rispetto agli Shroud Eaters, similare per certi versi agli Helms Alee. Riff heavy ma anche tante influenze “alternative” e noise. Nel 2018 hanno pubblicato l’esordio “Geomancer”.

Sebbene non sia celebrato come quello di New Orleans il sound sludge di Miami ha mostrato una continuità invidiabile, soprattutto a livello qualitativo. Certo, vivere circondati da palme, mare e divertimento non avrà la stessa “credibilità” delle alienanti paludi di New Orleans o del clima piovoso di Seattle ma è a suo modo complicato. La città è isolata rispetto al resto degli Stati Uniti e non a tutti piace vivere perennemente in una puntata di Miami Vice. Ecco perchè a Miami lo sludge non mancherà mai.



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