Isis, guida essenziale alla discografia

Chi sono gli ISIS? Il progetto più noto del prolifico Aaron Turner? L’unione di cinque differenti personalità che hanno contribuito alla nascita di una delle band più importanti del primo decennio degli anni 2000? Una promessa non mantenuta? Certamente ora che non ci sono più possiamo capirlo meglio. Certamente mancano, e pure tanto!

Le Origini

Il giovane Aaron Tuner fondò appena adolescente la Hydra Head Records tramite la quale distribuiva dischi punk via mail order. Dopo aver passato l’infanzia nel New Mexico si trasferì a Boston per frequentare la School Of The Museum Of Fine Arts. L’appartamento in cui andò ad abitare era in condivisione con il bassista Jeff Caxide. Entrambi suonavano in band locali di cui erano insoddisfatti, avevano gusti simili e una collezione di dischi affine: a quel punto decisero di formare un progetto assieme. Gli Isis. Reclutato il batterista Aaron Harris iniziò una girandola di musicisti che durò fino al 1999, anno in cui la formazione si stabilizzò con l’ingresso di Michael Gallagher e Bryant Clifford Meyer.

Prima dell’avvento dei “veri Isis” venne realizzato un demo (“Demo 1998”) e un paio di EP: “Mosquito Control” (Escape Artist, 1998) e “Sawblade” (Hydra Head, 1998). Registrazioni che furono antologizzate in “The Red Sea” (Second Nature, 1999) e “Temporal” (Hydra Head, 2012). Il sound di queste prime registrazioni è sporco e grosso, devoto a band come Godflesh (di cui coverizzano “Streetcleaner”), Fudge Tunnel, Neurosis, Melvins. Ci sono alcuni esperimenti drone metal come “Emission Of The Signal” e “Charmicarmicarmicat Shines to Earth” (che fin dal titolo cita i Melvins di Eggnog) ma manca completamente la leggerezza post-rock di cui diventeranno sapienti maneggiatori. I primi Isis sono uno strano incrocio fra death metal, industrial metal, sludge e hardcore, un ibrido putrescente che ai tempi fu inserito nel filone “post-hardcore” di Botch, Converge, Cave In, Coalesce, Breach, Dillinger Escape Plan.

Con l’album di debutto “Celestial” (Escape Artist, 2000) gli Isis trovarono definitivamente la quadra. La tematica che tanto sta a cuore a Aaron Turner, ovvero la privacy annullata dall’uso della tecnologia, viene affrontata per la prima volta in questo disco, anticipando il concept di “Panopticon”. Aaron provò con successo un approccio vocale meno belluino alternando armonie disperate e urla, spesso sommerse da strati di chitarre incessanti. La stampa metal li lanciò immediatamente tra i suoi beniamini underground e il disco venne premiato pressoché all’unanimità. “Celestial” venne registrato, mixato e prodotto da Matt Bayles, ex tecnico di studio di Pearl Jam, Soundgarden, Deftones e Botch che condividerà il suo viaggio da ingegnere del suono per quasi tutta la carriera della band, realizzando delle vere e proprie magie al banco di regia. Matt è a tutti gli effetti il membro aggiuntivo della band e arma segreta definitiva.
“Celestial” inserisce per la prima volta nel sound degli Isis i momenti epici post-rock di chiara derivazione Mogwai. I brani sono dilatati e ricchi, seguono uno sviluppo “progressivo” formato da riff grassi, rari momenti rilassati ed esplosioni epiche. “Celestial” è ancora “post-hardcore” ma anticipa quello che anni dopo verrà standardizzato con il termine “post-metal”. Con i suoi chiaro-scuri la title track anticipa il futuro sound mentre il resto del disco è un massiccio attacco senza pietà verso le orecchie dell’ascoltatore. La band picchia duro con riff ribassati e opprimenti, chitarre e synth che si lanciano in feedback disturbanti: non un ascolto facile.

Un anno dopo venne pubblicato “SGNL>05” (Neurot / Tortuga, 2001), un EP di circa 30 minuti che proseguì il discorso intrapreso con “Celestial”. L’idea iniziale degli Isis era quella di pubblicarlo come un unico album ma cambiarono idea pensando che sarebbe stato un po’ troppo pretenzioso presentarsi con un doppio all’esordio. Venne così tagliato e pubblicato a parte. Mini intermezzi drone, riff oscuri e un senso di apocalisse imminente fanno di questo EP non una semplice aggiunta ma una naturale estensione, leggermente più sperimentale ma a tratti ancora più interessante di “Celestial”. A chiudere il lavoro il brano “Celestial (Singlas Fills The Void” remixato da Justin “Godflesh” Broadrick. Chissà se questa rilettura “dream” non abbia ispirato le future mosse della band.

Oceanic e Panopticon

16 Settembre 2002 uscì “Oceanic” (Ipecac) e il mondo underground non fu più lo stesso. Sono pochi i dischi che segnano un prima e un dopo (rispetto a quanti ne escono quotidianamente): “Oceanic” è indubbiamente uno di questi. L’evoluzione degli Isis in poco più di un anno è clamorosa: “Oceanic” prende l’hardcore, l’industrial, il progressive metal, lo sludge, l’ambient e il post rock, generi che fino a quel momento condividevano poco e niente, e li fonde creando un nuovo originale sound. Suono che, è inutile dirlo ma è bene ricordarlo, influenzerà la nascita e lo sviluppo di un genere che con alti e bassi è vitale ancora oggi. Cult Of Luna, Russian Circles, ma anche gli stessi padri Neurosis, subiranno il fascino di questo disco. Da “Oceanic” nasce il post-metal e i vari figli degeneri come il post-blackmetal (Wolves In The Throne Room, Deafheaven), il post-rock più tecnico e il progressive metal meno pacchiano. Non basterebbe un articolo per scrivere tutte le band che non esisterebbero senza questo disco. Ma “Oceanic” non è solo un minestrone di ingredienti: è un piatto eccezionale. Perfetto nella composizione, nella produzione e nel risultato finale. Uno degli apici assoluti degli anni 2000. Chi ha vissuto il momento in cui questo disco uscì (per esempio il sottoscritto) si deve riprendere ancora oggi.

Se “Oceanic” rappresenta l’apice stilistico, la rivoluzione sonora e il punto di non ritorno, “Panopticon” (Ipecac, 2004) è il colpo di classe che aprì le porte del suono Isis nel mondo “mainstream”, meno preparato a certe sonorità cupe e violente. Il concept lirico è ispirato alla prigione teorizzata dal filoso Jeremy Bentham dove i reclusi non possono vedere i controllori ma allo stesso tempo non hanno possibilità di privacy; ovvia metafora del mondo moderno. Ai tempi del disco, non esistevano smart-phone e social network, ma il caro Aaron Turner ci vedeva lungo.
“Panopticon” è l’apice del songwriting della band. Ogni riff è un tassello che va costruire un puzzle sonoro di grande intensità. Arpeggi, suoni alieni, silenzi ed esplosioni chitarristiche si incastrano perfettamente in un tessuto abilmente montato da Matt Bayles. Se “Oceanic” è il suono della rivoluzione che arriva, “Panopticon” E’ la rivoluzione. Un disco che cresce ad ogni ascolto e perfino dopo anni è in grado di donare nuove prospettive, senza mai perdere la magia iniziale. Ospite del disco il bassista dei Tool Justin Chancellor. Un disco da isola deserta.

In The Absence Of Truth, Wavering Radiant e lo scioglimento

Poco prima di rivelare il seguito di “Oceanic” gli Isis accettarono la proposta della label olandese Konkurrent di partecipare alla serie In The Fishtank, dove due band vengono invitate in studio a jammare e a registrare. Nella serie, terminata da tempo, segnaliamo Tortoise con The Ex, Low e Dirty Three, Motorpsycho e Jaga Jazzist Horns. In questo capitolo, il quattordicesimo, Aaron Turner e soci condivisero la composizione con i post rockers scozzesi Aereogramme, autori nei primi anni 2000 di buoni dischi usciti per la Chemikal Underground. L’unione portò gli americani a sfogare il proprio amore verso il post-rock senza tradire completamente il sound “sludge” delle chitarre (la furiosa “Delial”). Una curiosità per completisti che può riservare più di una piccola sorpresa.

Tanta era l’attesa per il successore di “Panopticon” che quando uscì fu una delusione. “In Absence Of Truth” (Ipecac, 2006) riprese gli stilemi del precedente senza averne la freschezza compositiva. Ciò non toglie che, ascoltato oggi, sia un disco tutto sommato buono con alcune ottime frecce al suo arco (“Holy Tears”, “Not In Rivers But In Drops”, “Dulcinea”) ma una lunghezza effettivamente troppo esagerata e un andamento spesso troppo “leggero”. Il canto di Aaron, ormai quasi totalmente melodico, è vicino a certa malinconia grunge mentre le chitarre tendono più ad arpeggiare che a suonare riff. Una vecchia recensione scriveva con molto cinismo “In Absence Of Core”. Con questo disco gli Isis persero lo scettro di padroni della scena, superati dai loro allievi. Ma dopo tre dischi più che eccellenti anche un disco ottimo sembra “minore”.

Per colpa di “In Absence Of Truth” la maggior parte del pubblico non ha prestato grande attenzione a “Wavering Radiant” (Ipecac, 2010), prodotto da Joe Barresi anzichè dal fidato Matt Bayles. “Wavering Radiant” è un disco d’addio, non si sa quanto consapevole. Ma suona lontano, ormai perso nello spazio. La band suona i titoli di coda della propria carriera e regala un ottimo disco, senza cadute di tono. Enigmatico, oscuro, onirico “Wavering Radiant” concilia perfettamente il post rock con il progressive senza rinunciare alle graffiate sludge. Non molto originale ma chiude il sipario magnificamente. Il 18 Maggio 2010 con un comunicato sulla loro pagina web si sciolgono: “Abbiamo fatto quello che volevamo fare e detto quello che volevamo dire”. La band ha capito in tempo quando fermarsi e anche questo ne dimostra la grandezza.

Come “encore” nel 2010 venne pubblicato uno split con i papà Melvins, colleghi di etichetta, chiudendo una carriera lunga un decennio. Nello split due brani: “Way Through Woven Branches” estratta dalla versione giapponese di “Wavering Radiant” e l’inedita “The Pliable Foe”. Per mettere ordine la Ipecac, nel 2012, pubblicò “Temporal” doppio CD e DVD con demo, l’EP Sawblade, cover, remix e alternate version. Nella loro discografia sono compresi anche sette dischi dal vivo, alcuni autoprodotti e di non facile reperibilità: se avete avuto la fortuna di vederli in concerto sapete che sono irrinunciabili.

Dopo lo scioglimento, la band si è riformata a nome “Celestial” per uno show tributo allo scomparso Caleb Scofield (guardalo qui per intero).

CONCLUSIONI


Per il sottoscritto “Panopticon” è uno dei dischi da isola deserta. Mi ha accompagnato in tantissime fasi della mia vita e non potrei farne a meno. Tendenzialmente la “critica” tende a scegliere “Oceanic” come disco migliore ma benchè sia un disco strepitoso non mi trova d’accordo. “Oceanic” è ancora sbilanciato verso la parte “core” mentre “Panopticon” è un perfetto bilanciamento fra le due fasi della band. In ogni caso sono ambedue da avere e da amare e li reputo dischi da 10. Gli altri vanno di conseguenza.

1 – Panopticon
2 – Oceanic
3 – Celestial
4 – Wavering Radiant
5 – SGNL>05
6 – The Red Sea / Temporal (raccolte dei primi EP e demo)
7 – In Absence Of Truth
8 – In The Fishtank with Aerogramme



APPROFONDIMENTI:

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